E Poi C’è Katherine – La Recensione

Gara di bravura tra Emma Thompson e Mindy Kaling

Katherine Newberry, (Emma Thompson) iconica presentatrice di talk show in onda da più di 30 anni, rischia di perdere il suo show poiché gli ascolti  crollano ogni anno sempre di più. Decide così di assumere Molly Patel, (Mindy Kaling) una donna di origine indiana, nel team di scrittura del suo programma popolato da soli uomini. Sarà l’inizio di una rivoluzionaria trasformazione per Katherine.

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Tra blockbuster multimilionari e drammi che puntano dritti agli Oscar, sembra che Hollywood non produca più pellicole come E poi c’è Katherine, che è un film senza pretese, ma scritto con intelligenza, con tanto di messaggio edificante, senza però essere stucchevole.

Una delle ultime commedie ambientate dietro le quinte di un talk show risale al 2010, Il Buongiorno del mattino, con protagonisti Rachel McAdams e Harrison Ford, o anche, di argomento simile, la serie tv del 2012 di Aaron SorkinThe Newsroom.

E poi c’è Katherine è il primo lungometraggio scritto da Mindy Kaling – già autrice della serie The Mindy Project e The Office – che dice di averlo ideato appositamente per Emma Thompson.

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Il film è sì, pieno di cliché, e il finale è prevedibile sin dalla prima inquadratura, ma Mindy Kaling – qui anche in veste di interprete – con la sua scrittura acuta riesce a superare brillantemente tutte le situazioni già viste, per poi ribaltarle e portare una prospettiva diversa e dare autenticità alla scena.

Infatti, la chimica tra la due attrici è palpabile, ed è il cuore del film: il rapporto tra Katherine e Molly non è mai scontato, anzi, prende corpo dalla sincera empatia tra le due protagoniste.

Emma Thompson e Mindy Kaling sono quindi mattatrici assolute della scena, ma anche i personaggi secondari hanno il loro spazio: la performance di John Lithgow (The Crown) come marito di Katherine, dà vita ad una delle scene più toccanti del film, e anche Hugh Dancy (Hannibal, I Love Shopping) non è da meno.

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E poi c’è Katherine è stato classificato come vietato ai minori di 17 anni, oltre ad aver ricevuto critiche da chi lo ha visto come una semplice scusa per portare avanti l’agenda femminista. Invece, il messaggio del film non appare mai forzato né sbandierato, e le battute più riuscite sono motivate proprio dal delicato tema, trattato sempre con autenticità.

Per i suoi 102 minuti di durata, non c’è un solo momento che non vi ruberà almeno un sorriso, anche se non è mai una risata sguaiata, ma piuttosto una risata intelligente.

Una pellicola leggera e brillante, anche se scontata in alcuni momenti, ma mai banale,  con una Emma Thompson in grande spolvero.

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E poi c’è Katherine sarà dal 12 settembre al cinema.

Anna Antenucci

Info 

Titolo Originale: Late Night

Durata: 102'

Data di Uscita: 12 settembre 2019

Regia: Misha Ganatra

Con:

Emma Thompson, Mindy Kaling, 

Hugh Dancy, John Lightgow

Distribuzione: Adler Entertainment

IT – Capitolo Due — La Recensione

Tour Dew Force Da Brivido

27 anni dopo gli eventi accaduti nel primo capitolo, il male, nella forma del Clown Pennywise, torna ad impossessarsi della cittadina di Derry, nel Maine, e costringe il Club dei Perdenti a ritrovarsi insieme per combattere le loro paure e annientarlo una volta per tutte.

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Nel 2017, l’adattamento cinematografico di Andy Muschietti della prima parte del mastodontico lavoro di Stephen King si era rivelato un fulmine a ciel sereno: il primo capitolo del film ha generato una risposta entusiasta sia da parte del pubblico che dalla critica, incassando 700 milioni di dollari a fronte di una spesa di 35.

Ora, IT – Capitolo Due alza la posta in gioco, con una durata maggiore, (169 minuti contro i 135 del primo film), più sangue e più CGI.

I membri del Club dei Perdenti sono cresciuti (con un lavoro del  casting che in alcuni casi sfiora la perfezione), sono diventati adulti, hanno cercato di andare avanti con le loro vite come potevano ma la chiamata da parte di Mike li costringe a tornare a Derry.

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Questo secondo capitolo parte davvero in quarta, mostrando già dalla scena iniziale dei jump scare più che degni di nota. Ma con il proseguire del film, forse complice la durata eccessiva, si perde questo ritmo, rallentando sempre di più, diventando molto ripetitivi nei meccanismi atti a suscitare paura e svuotando man mano della loro potenza tutte le scene spaventose. Dopo svariate volte in cui la scena sembra ripetersi aello stesso modo, l’occhio dello spettatore andrà subito a cercare l’angoletto più buio dell’inquadratura, in cui si nasconderà, prevedibilmente, Pennywise.

Anche qui in cabina di regia c’è Andy Muschietti, che utilizza ogni angolo di ripresa, ogni inclinazione della telecamera, per massimizzare lo spavento, riuscendoci e adattando delle soluzioni di montaggio – che anche i detrattori più cinefili non avranno nulla da contestare – per collegare i giovani attori del primo capitolo ai protagonisti del secondo.

Tutti gli attori adulti ci offrono delle performance incredibili, in prima linea Jessica Chastain, James McAvoy e Bill Hader, e ad ogni personaggio viene concesso il giusto tempo per essere approfondito, tanto che a volte sembra di rivedere il primo capitolo interpretato però da attori adulti.

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Nonostante la durata eccessiva e molte scene ripetitive, IT – Capitolo Due mantiene le promesse fatte alla fine del primo capitolo e offre 3 ore di spavento condite da performance di primo livello.

IT- Capitolo Due è dal 5 settembre al cinema.

Anna Antenucci

Info:

Titolo originale: IT – Chapter Two

Durata: 169 minuti

Data di Uscita: 5 settembre 2019

Regia: Andy Muschietti

Con: 

Bill Skarsgård, Jessica Chastain, 

James McAvoy, Jay Ryan

Bill Hader, James Ransone, 

Isaiah Mustafa

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

Il Regno – La Recensione

I re possono cadere, i regni perdurano

Manuel (Antonio de la Torre) è un influente vice segretario regionale che ha tutte le carte in regola per fare il grande salto e imporsi sulla scena politica nazionale, ma viene incastrato da una fuga di notizie che lo coinvolge in uno scandalo per corruzione.

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Vincitore di 7 Premi Goya 2019 tra cui quello per il Miglior Attore Protagonista e per la Miglior Regia, a fronte di 13 nomination, Il Regno (El Reino), pellicola del 2018 diretta da Rodrigo Sorogoyan (Che Dio Ci Perdoni), con protagonisti Antonio De La Torre (Ballata dell’Odio e dell’Amore, Abracadabra) e José Maria Pou (Mare Dentro), è un thriller politico che dipinge la realtà del mondo moderno e ritrae un segmento della società, l’élite politica, come non è mai stato osservato prima. E lo fa attraverso gli occhi di un politico corrotto, impegnato in una lotta per la sopravvivenza dopo aver superato il limite, spinto dal partito e dai propri interessi.

Come un provetto Mr Wolf di tarantiniana memoria, Manuel Lopez Vidal  – vice segretario regionale pronto al grande salto nella politica che conta – mette pezze, risolve problemi, ottiene consensi, divenendo un elemento prezioso del partito politico, ma delle intercettazioni e un’accusa di corruzione incrinano il tutto. Con Il Regno, Sorogoyan porta in scena ascesa, caduta e risalita, di uno zelante uomo di potere, depotenziato dalla propria dimensione regionale, che gli va parecchio stretta.

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Delineando un intreccio solido da una struttura narrativa ambiziosa, caricato tutto sulle spalle del Manuel di De La Torre, il cui arco narrativo è un continuo ribaltamento di ruoli da carneade a vittima, ora subendo passivamente ora invertendo la posizione cercando di trovare le contromisure necessarie a un sistema marcio attraverso le sue stesse regole.
Per una vita in bilico tra sfera pubblica e privata – Manuel infatti – oltre che politico è marito e padre, e gli eventi alla base de Il Regno mettono in dubbio tutti i ruoli sociali che s’è saputo creare nel corso della sua carriera (e vita).

Fino alla suggestiva sequenza conclusiva, dove Manuel e il suo castello di carta dovranno affrontare l’opinione pubblica, la cui voce della giornalista non è che quella del popolo oppresso dinanzi alla corruzione della classe dirigente.

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La regia di Sorogoyan, ispirata e ricca di citazioni – a cominciare dalla suggestiva sequenza d’apertura che rievoca il piano sequenza d’ingresso nel ristorante de Quei bravi ragazzi (1990) di Martin Scorsese – è fatta principalmente di piani medi, particolari e primi piani, volti così a sottolineare gli elementi scenici e il ritmo serrato dei dialoghi, ma anche di semi-soggettive su Manuel, indicanti da subito il punto di vista alla base della narrazione.

Permettendo così al Manuel di De La Torre di muoversi nell’ambiente narrativo dei meandri della politica spagnola de Il Regno – a metà tra Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto  (1971) di Elio Petri e House of Cards di Beau Willimon –  i cui movimenti dietro le quinte sono esaltati da una fotografia di pochi (e spesso freddi) elementi diegetici e principalmente di ombre negli ambienti chiusi, in linea con il tono della pellicola.

Una delle principali debolezze alla base della pellicola  – tuttavia – pur a fronte di un solido intreccio e di una regia che sa fare ben trasparire il conflitto di un uomo nel riequilibrare la propria posizione all’interno del partito, è il montaggio che tende a rendere la pellicola – dal ritmo già lento e cadenzato e dai dialoghi serrati – un’intessitura di sequenze disorganiche il cui effetto clip show va lentamente ad attenuarsi con il crescere graduale della posta in gioco.
L’altro è la colonna sonora, minimale, le cui sonorità techno tendono a creare un effetto straniante nello spettatore.

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Sorogoyan delinea così con Il Regno una rappresentazione verosimile di un sistema marcio e corrotto come quello politico, senza tuttavia prendere posizione giudicante, a partire dalla caratterizzazione del suo protagonista. Il Manuel di De La Torre infatti, non è un uomo innocente, ma un assetato di potere le cui accuse di corruzione gli impediscono di poter incedere nel suo piano e di avere l’appoggio del suo partito – impegnato in tutti i modi a liberarsi di questa patata bollente.
Per un personaggio, quindi, senza alcuna crescita narrativa o conflitto interiore, né tantomeno senso di colpa, anzi, coerente e ben consapevole del suo operato e dei meccanismi della macchina ben oliata che è la politica.

Il Regno di Sorogoyan è certamente una pellicola avvincente e di indubbio interesse, che conferma ancora una volta il talento di Antonio De La Torre come uno degli attori iberici più brillanti della sua generazione.

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Il Regno sarà al cinema il 5 Settembre.

Francesco Parrino

 

Info 

Titolo Originale:  El Reino

Data di uscita: 5 Settembre 2019 

Durata: 132’

 Regia: Rodrigo Sorogoyen 

Con: 

Antonio de la Torre, Mónica Lopez, 

Josep Maria Pou 

Distribuzione: Movies Inspired

Ravenna Nightmare Film Fest – Pupi Avati alla Première

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Pupi Avati alla Première
del Ravenna Nightmare Film Fest

Il regista bolognese presenterà il suo ultimo film Il Signor Diavolo
in occasione della Premiere del Ravenna Nightmare Film Fest il Venerdì 23 agosto ore 20.30
al Cinema City di Ravenna.

In attesa dell’appuntamento ufficiale ad ottobre continuano al multisala Cinema City di Ravenna le Festival Premiere, il ciclo di prime visioni di film d’autore, targate Ravenna Nightmare Film Fest, che in questa occasione ha l’onore di presentare il regista e autore Pupi Avati, padre indiscusso del gotico padano, che presenterà il suo ultimo film Il Signor Diavolo e sarà disponibile ad incontrare il suo pubblico e i giornalisti per un Q&A esclusivo.

A presentare il grande regista Bolognese ci saranno Eraldo Baldini, scrittore romagnolo, conosciuto per il suo stile gotico-rurale, Franco Calandrini direttore artistico del Ravenna Nightmare Film Fest e Nevio Galeati, direttore artistico del festival letterario GialloLuna NeroNotte, che condurrà il Q&A.

Regista, sceneggiatore, scrittore e produttore cinematografico, Pupi Avati è uno dei maggiori protagonisti del panorama artistico e cinematografico italiano di oggi, che, periodicamente torna a cimentarsi con il cinema horror dando vita a quello che viene considerato il gotico padano: un cinema dell’orrore intimo e personale, che denuncia la tragicità del presente e rimpiange un passato ormai perduto e che con Zeder, presentato in versione restaurata durante la prima edizione di Ravenna Nightmare, La Casa dalle finestre che ridono e L’arcano incantatore ha portato il genere a livelli di eccellenza.

Il Signor Diavolo segna il ritorno del regista al genere horror.

“Roma 1952. Furio Momentè, ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato a Venezia per risolvere una delicata questione. Un ragazzo ha ucciso un coetaneo convinto di uccidere il diavolo. L’obiettivo dell’ispettore è quello di evitare la deposizione di un prete e di una suora nel procedimento penale in corso. Iniziate le indagini, Montanè verrà immischiato in delle trame oscure e complesse, ma ciò che verrà alla luce sarà molto più agghiacciante di quanto immaginasse”.

Ingresso: intero 8€ ridotto 6,50€

Per maggiori informazioni potete consultare il sito ufficiale dell’evento www.ravennanightmare.it

La Redazione

Fonte Immagine: Bologna Today
Comunicato Stampa: Ravenna Nightmare Film Fest

 

 

Il Re Leone – La Recensione

Una foto ricordo lunga un film

Nella savana africana, l’era di un Re sta per terminare, e quella di un giovane leone che ha ancora tanto da imparare, sta per cominciare. Ma guardando alle stelle e tenendo sempre a mente il Cerchio della Vita, anche il cucciolo crescerà e imparerà a ruggire senza timore. 

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Negli ultimi anni in casa Disney, parte della produzione è stata all’insegna dei remake live-action dei grandi classici. Cenerentola, Il Libro della Giungla, Maleficent, La Bella e la Bestia, Dumbo e più recentemente Aladdin. Ma se ci sono stati pareri discordanti su questa operazione, non se ne può certamente negare il fascino.

Quello di Jon Favreau, però, non si può qualificare come un vero e proprio rifacimento live-action de Il Re Leone. Il termine tecnico da utilizzare in questo caso, infatti, è fotorealismo.

Perché guardando questa nuova iterazione del classico del ’94, all’epoca diretto da Allers e Minkoff, si possono notare le ingenti influenze documentaristiche, che unite alla tecnologia più avanzata, hanno dato vita a quella che si potrebbe definire una foto lunga un film.

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Tutto, nella savana ricreata digitalmente (eccetto una particolare inquadratura) da Favreau, scorre sullo schermo con una verosimiglianza impressionante, che però in alcuni casi può correre il rischio di creare un effetto di straniamento nello spettatore.

In ambito strettamente narrativo, la scelta di una riproduzione il più possibile fedele all’originale, pur realizzando una serie di modifiche – anche se sostanzialmente minime, soprattutto se le si pone a confronto con gli altri remake realizzati finora –  è stata voluta dal regista per “onorare l’originale” e permettere al pubblico di dire «Ho visto Il Re Leone», come lui stesso ha affermato nelle interviste per varie testate.

E se ad alcuni questa soluzione può non essere andata particolarmente a genio, Favreau ci tiene a rimarcare che «Ognuno ha la sua formula. Non sto dicendo che è questo il modo in cui va fatto, ma questo è il modo in cui io l’ho fatto».

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Ma parlando di differenze dall’originale, le più evidenti sono da riscontrare nelle scene che coinvolgono il duo comico Timon e Pumbaa (doppiati da Billy Eichner Seth Rogen nella versione inglese, mentre in italiano hanno le voci di Edoardo Leo e Stefano Fresi), la cui presenza si fa ancora più prominente che nel classico animato, e che anche il doppiaggio nostrano ha trovato il modo di rendere brillante. Non che una determinata scena dal sapore metafilmico – che i fan Disney di lunga data apprezzeranno particolarmente – avesse bisogno di tutto questo aiuto per essere eletta a una delle migliori trovate della pellicola… Anche il fedele Zazu (John Oliver/Emiliano Coltorti), poi, sembra avere un valore aggiunto in questa iterazione, con una maggiore dose di ironia dalla sua, che giova particolarmente al personaggio.

Un altro aspetto innovativo,  influenzato forse anche dei tempi che corrono, risiede in una maggiore agency per i personaggi femminili. Sia Sarabi che Nala (Beyoncé, come tutti saprete, è la voce originale del personaggio, mentre in Italia abbiamo la cantante Elisa in cabina di doppiaggio) sono decisamente più padrone delle proprie azioni e del proprio destino, con ripercussioni anche sullo svolgimento della vicenda.

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E visto che lo abbiamo ripetutamente nominato, e a ragione data l’importanza dell’operazione in questo caso, veniamo dunque all’adattamento italiano: diverse critiche sono state mosse nei confronti delle nuove voci di Simba e Nala, ovvero i cantautori Marco Mengoni ed Elisa, che si sono cimentati nell’impresa di doppiare i protagonisti, oltre che a reinterpretare le canzoni del film. E nonostante non si possa dire che se la siano cavata al pari dei professionisti, non sono stati nemmeno tutto questo disastro anticipato da alcuni, seppure visibilmente più a loro agio in determinate scene piuttosto che altre.

In merito a questa esperienza, i due artisti hanno commentato in sede di conferenza stampa: «Assieme a Fiamma Izzo [direttrice di doppiaggio, con cui sia Elisa che Marco  hanno collaborato già in un’altra occasione], che è stata il mio faro del buio in fase di doppiaggio, abbiamo lavorato su delle precise emozioni per cercare di trasmettere la fierezza delle leonesse, la combattività di Nala. […]» spiega Elisa, mentre Marco rivela «Ho dovuto lavorare un po’ il doppio [rispetto alla sua prima esperienza di doppiaggio], perché il personaggio muta durante il film. Da piccolo erede al trono si ritrova ad essere un po’ un giocherellone, spinto e portato anche dagli altri due, Timon e Pumbaa, ad essere un po’ più “fanciullotto”, un po’ più spensierato. Poi però deve prendere, ovviamente, le redini della situazione e tornare ad essere quello che avrebbe dovuto essere in origine: un Re. Quindi abbiamo lavorato tantissimo sulla fierezza per quanto riguarda l’ultima parte del film, e prima mi sono giocato le mie carte da giovane ragazzo che vive i tempi di oggi… Cioè da me. Ho interpretato me stesso, perché in alcuni momenti, e cito un altro cartone Disney, sono ancora un po’ Peter Pan, quindi non vorrei mai invecchiare o prendermi determinate responsabilità. Però sicuramente questo è stato un aspetto su cui si è lavorato molto, sul prendersi la responsabilità della propria vita».

Quelli che, almeno secondo la nostra opinione, hanno invece fatto rilevare una performance leggermente al di sotto dei loro soliti (alti) standard, sono stati proprio i doppiatori di professione, come Luca Ward (Mufasa) e Massimo Popolizio (Scar), risultando, in questa occasione, forse un tantino troppo impostati.

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Passando poi alla reinterpretazione degli storici brani della colonna sonora, Mengoni ha spiegato che, pur dovendo rimanere in una certa misura fedeli alle versioni originali [sia quelle del ’94, che quelle riadattate da Beyoncé, Glover & Co.], hanno comunque dovuto tenere conto della lingua d’arrivo e delle sfide, come delle opportunità, che essa presenta: «La difficoltà è che l’inglese è una lingua – lo metto tra virgolette – un po’ più “fredda” rispetto all’italiano, che è una lingua più romantica, e quindi melodicamente è molto diversa. Perciò trasportarlo in italiano, è stato un lavoro difficile, soprattutto per quanto riguarda la mia parte. In alcuni momenti era strano dover rispettare quel tono che ha l’inglese, e traslarlo in italiano, quindi ci siamo dovuti inventare degli escamotage teatrali per essere più fedeli possibile a loro, ma anche alla nostra bellissima lingua. A volte abbiamo dovuto cambiare anche alcune parole per rientrare nel sync. Non è stato difficilissimo, ma è stato un bel lavoro, intenso».

«Il lavorone sul personaggio, sulla lingua inglese e la lingua italiana… Ovviamente gli stessi problemi che ha incontrato Marco li ho incontrati anche io. Pur avendo grande interesse per il campo, io ho accettato di fare questo film, non essendo un’attrice o una doppiatrice, a condizione che affianco a me ci fosse una professionista come Fiamma Izzo […]. Bisogna affidarsi tantissimo al team, e in questi casi, ancora di più. […] E quindi si lavora con i suoni, si lavora con le tonalità. Beyoncé ha un tono molto basso nel parlato, dunque abbiamo voluto rispettare, sia per una policy Disney, che per una rigorosità nostra, il più possibile l’originale. Forse è anche per questo che in Italia sono così bravi nel doppiaggio. Perché sono estremamente rigorosi per questi aspetti: il tono della voce, le note addirittura… Si vanno ad analizzare le note delle esclamazioni.» racconta Elisa, e prosegue: «Nel cantato mi ha seguito Virginia Brancucci, e onestamente non ci siamo messe lì a cercare di fare Beyoncé. Per ovvi motivi. Uno perché sono già Elisa in Italia, e due perché non è possibile, giustamente. Sarebbe controproducente. Quindi anche lì è stato un lavoro di ricerca, di mantenere le assi portanti di quel personaggio, lo spirito, e di capire quali invece erano gli ingredienti da aggiungere, unici e originali, che potevo mettere io. A me magari piace inserire i falsetti, che rappresentano la dolcezza, lo faccio sempre… È un po’ una signature mia, così. Ma sono anche legata alla parte opposta, quella del gospel, che ho sempre molto amato. E paradossalmente, sono cose che ho anche un po’ in comune con Marco. […] E quindi ciò che mi affascina in tutto questo è la ricerca, l’arricchimento artistico con cui torno a casa dopo un’esperienza del genere».

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A ogni modo, le “nuove” canzoni sono sicuramente da ascoltare, sia in originale che in italiano, dato che in questo caso più che per ogni altro, le preferenze al riguardo andranno probabilmente a gusto personale.

E agli spettatori rimandiamo anche per un giudizio sulla pellicola, che a noi ha dato l’impressione di un edulcorato viaggio nel passato, a volte dal sapore alquanto dolce, altre decisamente meno, lasciandoci in dubbio sul posto che occupa nel nostro album dei ricordi.

Teaser Poster

Il Re Leone sarà al cinema dal 21 agosto.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Disney Italia
Info

Titolo Originale: The Lion King

Durata: 118'

Data di Uscita: 21 agosto 2019

Regia: Jon Favreau

Con: 

Donald Glover, Beyoncé,

Seth Rogen, Billy Eichner, 

Chiwetel Ejiofor, John Oliver,

James Earl Jones, John Kani

Distribuzione: Walt Disney Company

Crawl – Intrappolati – La Recensione

Una gara di nuoto con la morte

Sulla costa della Florida si sta per abbattere un uragano di proporzioni bibliche e l’allerta si fa sempre più incalzante. Haley, una ragazza dedita da sempre al nuoto, si preoccupa quando la sorella la chiama, non riuscendo più a contattare il padre. Dal divorzio con la madre, padre e figlia avevano perso i contatti, ma la ragazza sarà pronta a sfidare un cataclisma pur di raggiungerlo e assicurarsi che stia bene.

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In questa torrida estate, arriva a portare un brivido sulla schiena questo horror/disaster movie condito di rapporti padre/figlia ed enormi alligatori pronti a sbranare qualsiasi cosa si trovino davanti. Con quella (appena percettibile) venatura à la Jaws, Alexandre Aja porta sullo schermo una storia che vorrebbe essere al cardiopalma, con situazioni al limite, ma smorza con discorsi sui delicati rapporti familiari e la necessità di dare un equilibrio a questi rapporti. 

Siamo in Florida, terra dei parchi divertimento, delle spiagge assolate e… dei disastri climatici. Haley (Kaya Scodelario) è negli spogliatoi della piscina quando viene contattata dalla sorella: il padre non risponde al telefono, e nel frattempo un terribile uragano sembra dirigersi sulla costa, proprio dove si trova l’uomo.  Mentre l’allerta obbliga tutti a restare chiusi in casa, la ragazza si mette in viaggio per accertarsi che il padre stia bene, nonostante la tempesta, nonostante i rapporti non siano stati certo dei migliori, dopo la separazione con la madre. 

Una volta arrivata alla vecchia casa dei genitori, troverà proprio il padre (Barry Pepper)  in difficoltà, ferito e privo di sensi, in un angolo dello scantinato; qui ci accorgiamo che non sono soli, perché l’abitazione, ormai allagata, è adesso popolata da feroci alligatori giganti. La situazione assume i toni netti di un survival, infatti padre e figlia dovranno usare le loro forze per uscire da quella che è diventata una trappola letale, mentre il livello dell’acqua continua a salire, inesorabile. Intanto, questa situazione li porterà a confrontarsi faccia a faccia, con i loro sbagli e le loro recriminazioni; certamente, non è facile superare certe esperienze, ma Haley è ormai una donna forte, che deve molto agli insegnamenti del padre – soprattutto quelli dati in veste di suo allenatore di nuoto quando era ancora bambina- .

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In Crawl – Intrappolati troviamo sicuramente un buon ritmo e sana adrenalina in vari momenti, con un tocco di splatter ad acuire la sensazione di pericolo – tutti elementi, del resto, assolutamente in armonia con il mondo di Sam Raimi, produttore della pellicola -. Ma che cosa non funziona? Con tutta probabilità, la decisione di voler dare ad una pellicola del genere una caratterizzazione poco naturale all’interno di situazioni a loro volta per niente “naturali”. Per quanto si apprezzi lo sforzo, tra un inseguimento da parte di sanguinari rettili e il rischio di finire annegati, non è efficace il tentativo di sviscerare quelle problematiche delicate che la storia ci pone davanti.

“Crawl” si rivela, dal canto suo, un termine perfettamente calzante all’interno di questo contesto: sta a designare, in lingua inglese, la tecnica di nuoto conosciuta da noi con il nome (poco preciso) di stile libero; il verbo inglese sta anche ad indicare il particolare movimento strisciante dei rettili. Sarà proprio una inquietante “gara” di velocità, all’ultimo secondo, quella tra donna e bestie, con in palio la salvezza, sua e del padre.

Un’operazione che si è forse voluta prendere troppo sul serio, che vuole portare riflessioni sulla forza interiore che affiora delle difficoltà e sui legami familiari complicati, ma in quella che non è affatto “la sede adatta”; un grande lavoro a livello registico, nella realizzazione e nella scenografia (la stessa per buona parte del film), ma poca sostanza, dove quel poco da’ l’impressione di essere di troppo.

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Crawl – Intrappolati sarà al cinema dal 15 agosto.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Crawl

Durata: 87”

Data di Uscita: 15 agosto 2019

Regia:  Alexandre Aja

Con:

 Kaya Scodelario, Barry Pepper

Distribuzione: 20th Century Fox 

Teen Spirit – La Recensione

Diventerai una Star

Violet è una timida ragazza di origini polacche, che vive insieme alla madre nella piccola e pittoresca (insomma, arretrata) Isola di Wight; introversa e insoddisfatta, possiede una voce davvero eccezionale; sembra però essere la fiducia nel suo talento a mancarle. L’opportunità di partecipare a Teen Spirit, il talent show più in voga del momento, cambierà tutto.

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Presentato in anteprima italiana al Giffoni Film Festival 2019, l’esordio alla macchina da presa dell’attore Max Minghella ci scorre incalzante davanti agli occhi, dispiegandosi come un canonico racconto di rivalsa, incentrato interamente sul perseguimento dei propri sogni. Parliamo di una storia piuttosto lineare e prevedibile – del resto tratteggiata seguendo il rigido schema riservato ai vari X Factor e American Idol proposti in televisione – ma che fortunatamente può pregiarsi di una messa in scena abbastanza audace e interessante.

Violet Valenski (Elle Fanning) è la tipica adolescente timida insicura, abita sull’Isola di Wight con la madre e, avvolta in un alone di asfissiante monotonia, niente le sembra abbastanza: un cavallo a cui badare, delle compagne di scuola sempre pronte a snobbarla e un lavoretto mediocre è tutto ciò con cui può riempire le sue giornate. Se non altro, qualche sera dimentica tutto e si rifugia, lontana dalla severità della madre, in un piccolo locale dove finalmente può sfogarsi cantando. La sua è una voce meravigliosa, che tradisce un grande talento e il nascosto desiderio di diventare una cantante affermata. 

 Quasi come un segno del destino, il cartellone pubblicitario di Teen Spirit, il programma televisivo in cerca di talenti, attira la sua attenzione; quello di cui ha bisogno è una figura adulta che le faccia da manager, da “mentore”, e lo troverà in un vecchio ex cantante lirico dedito all’alcool, Vlad (Zlatko Buric). Le varie fasi di audizioni non sembrano un particolare ostacolo, tanto più con i preziosi consigli tecnici di Vlad. La seconda parte del film sembra aprire come un mondo parallelo, e le esibizioni in diretta televisiva danno l’impressione di trovarsi all’interno di un videoclip. È questo un mondo fatto di plastica, luce, balli e musica, che promette tanto a chi ha un sogno per poi prendersi più di ciò che ha dato; il grande peccato è che non si arriva fino in fondo nella critica, risolvendosi in un accecante e zuccheroso nulla di fatto.

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I riferimenti che si mostrano al colpo d’occhio nella regia del figlio d’arte Minghella sono sostanzialmente due: difatti, ad una fotografia dai colori tenui capace di dare forma alla poesia delle piccole esperienze quotidiane e ai turbamenti giovanili – non lontana dal cinema di Celine Sciamma – si contrappone un’atmosfera più “aggressiva”, fatta di glamour, penombra, luci al neon e musica dal ritmo sincopato, esteticamente imparentata al magnetico Neon Demon di Nicolas Winding Refn. 

Non sarà un caso che l’eterea Elle Fanning abbia prestato il suo volto anche alla giovanissima modella, simbolo di pura perfezione, protagonista nel film di Refn, e senz’altro i due personaggi conservano dei tratti analoghi: entrambe pervase da un’accanita ingenuità, con l’atteggiamento di chi è costantemente fuori luogo, però in grado di celare una certa dose di ambiguità e forza interiore. Nonostante ciò, le due pellicole non possiedono affatto la stessa potenza espressiva e narrativa. 

Volendo partire proprio dalla caratterizzazione dei personaggi, Teen Spirit sembra quasi dimenticare il fattore umano ed introspettivo presentando il più delle volte delle figure superficiali, ad eccezione di Violet, comunque enormemente debitrice dell’interpretazione portata dalla Fanning; un ottimo lavoro il suo, non solo attoriale ma soprattutto canoro, che l’ha vista applicarsi duramente anche nell’esercitazione vocale. 

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Per quanto si tratti di un racconto animato dal bisogno di rivalsa, apparentemente deciso a mostrare i lati un po’ più scuri della fama, ciò che manca è il “fattore ostacolo”, il conflitto: per quanto sulla sua strada si pongano una madre severa e bigotta, o dei produttori discografici senza scrupoli, non sembra mai veramente messo in discussione il raggiungimento del suo obiettivo finale; sembra essere tutto destinato al proprio destino, come la sensazione lasciata dalla finale di un talent show, in cui non si può che esclamare “ma tanto era chiaro che avrebbero fatto vincere Tizio\Caio!”.

Non è del tutto chiaro se Teen Spirit: A Un Passo Dal Sogno sia riuscito ad esaurire il suo discorso oppure si sia rivelato inefficace, sta di fatto che nel caso della prima ipotesi sarebbe lecito chiedere qualche cosa di più di una confortante scalata al successo.

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Dal 29 Agosto al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Teen Spirit

Durata: 93’

Data di Uscita: 29 Agosto 2019

Regia: Max Minghella

Con: 
Elle Fanning, Rebecca Hall, 
Millie Brady, Elizabeth Berrington, 
Zlato Buric

Distribuzione: Notorious Pictures