Tenet – La Recensione

“Non cercare di capire”

Il Protagonista (John David Washington) è coinvolto in una missione segreta per salvare il mondo dalla possibilità più che reale di una Terza Guerra Mondiale, che sarà però di tutt’altra natura rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare. Ed è solo questione di tempo… O no? 

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Il 26 agosto in Italia è il giorno di Christopher Nolan e del suo Tenet, ma per molti è anche il giorno del ritorno nelle sale dopo mesi di lontananza dal grande schermo e dalla fruizione collettiva dei prodotti cinematografici. E non potrebbe esserci miglior scelta per una simile occasione dell’ultimo film del regista di Inception e Il Cavaliere Oscuro.

Avvolto nel mistero fin dal suo annuncio mesi e mesi or sono, Tenet  continua a tenere sulle spine il pubblico anche durante la visione, e al suo termine non aspettatevi certo di aver trovato tutte le risposte (in pieno stile Nolan). La premessa, d’altronde, è proprio quella che vi abbiamo presentato nel titolo della recensione: “Non cercare di capire“. Ma questa è una sfida allo spettatore da parte del regista, che vuole che vi scervelliate per comprendere, per seguire il filo del discorso, per ipotizzare quale sarebbe il corso d’azione migliore, cosa potrebbe andar storto, e trarre delle vostre personali conclusioni. Un gioco che Nolan sa già di vincere in partenza, ma non importa; è il coinvolgimento la chiave.

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Così, come vi ritroverete a ripassare mentalmente tutte le leggi fisiche di vostra conoscenza – che abbiate o meno una laurea in fisica come uno dei personaggi della pellicola – nel tentativo di afferrare e magari anticipare ciò che accadrà, Tenet vi ricorderà invece, a cadenza regolare, di lasciarvi alle spalle tutti i preconcetti e i concetti in vostro possesso, una volontaria provocazione, per l’appunto, che combatterete con ogni fibra del vostro corpo, rendendo ancora più entusiasmante la rinnovata esperienza cinematografica. 

Un’esperienza che, di fatto, non poteva essere vissuta diversamente se non in sala (e non di casa vostra). Perché Tenet è puro cinema non solo in quanto a contenuto, ma anche in quanto a forma: dovete sentire il riverbero dei suoni sotto i vostri piedi; dovete essere catapultati sul campo di battaglia assieme ai personaggi; dovete immergervi fino in fondo nel mondo creato da Nolan e sentire il tempo scorrere in direzione opposta alla vostra lì, su quella poltroncina, in mezzo a tutti gli altri spettatori (con la dovuta distanza di sicurezza) catturati anch’essi dalla storia che viene raccontata sullo schermo. La storia del Protagonista, ma anche la vostra. 

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Ecco allora che Tenet è sì un esperimento riuscito; sì un film che cattura e che, nonostante non renda certamente facile il gioco della comprensione, non estrania lo spettatore, ma lo rende parte del tutto. E con una buona dose d’humor, un’azione spettacolare, e delle interpretazioni come quelle di Washington e Robert Pattinson – ma anche Kenneth Branagh, sebbene un po’ sopra le righe in alcuni momenti (combinazione dovuta al personaggio stesso e al doppiaggio, probabilmente), Elizabeth Debicki (che forse, in determinati punti, potrebbe invece dar prova dell’opposto con quel suo fare estremamente controllato) e Aaron Taylor Johnson (vera “sorpresa” della pellicola) -, non poteva certo essere altrimenti.

Vi lasciamo, dunque, con una sola parola: Tenet. Fatene buon uso.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale:
Tenet

Data di Uscita: 26 agosto 2020

Durata: 150'

Regia: Christopher Nolan

Con:
John David Washington, Robert Pattinson,

Elizabeth Debicki, Kenneth Branagh,

Aaron Taylor Johnson, Michael Caine

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Sonic – Il Film — La Recensione

Una piccola palla blu di super energia

Il piccolo Sonic (Ben Schwartz) è costretto a trovare rifugio sulla Terra, dove per sopravvivere dovrà però celare se stesso e i suoi poteri. Ma diversi anni dopo il suo arrivo sul nostro pianeta, un improvviso blackout causato involontariamente da lui porterà a un inseguimento senza scrupoli da parte del governo e del Doctor Eggman (Jim Carrey).

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Ve lo diciamo subito: Sonic – Il Film è tutto quello che potevate volere dall’adattamento live-action di un videogioco con protagonista un super porcospino blu.

Non lasciatevi ingannare dalla vecchia CGI presentataci  con il primo trailer, anche perché ci sarà ben poco di quel design nel prodotto finito, come forse saprà chi ha seguito l’evolversi della vicenda negli ultimi mesi – l’intero film è stato sottoposto a un processo di redesign per far sì che il personaggio risultasse più fedele all’originale… Uno dei rari casi in cui il popolo ha davvero ragione e viene davvero ascoltato -.

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Cos’è, dunque, che ci troviamo davanti ora? Semplice. Sonic – Il Film è una deliziosa action-comedy, adatta a spettatori di tutte le età (e non esclusivamente a un target troppo giovanile, come si potrebbe pensare), che con ironia, freschezza e affabilità riesce senza troppe pretese a intrattenere sia quella parte del pubblico che non ha mai provato a correre come un razzo e raccogliere tutti gli anelli nei videogiochi SEGA, sia i fan di lunga data del prodotto videoludico (questi ultimi, poi, avranno di che essere contenti con tutti i vari riferimenti e easter egg presenti nella pellicola).

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Badate bene: non è nulla di estremamente originale su un piano prettamente legato al plot, che alla fine è quello comune a molti di questi adattamenti. Ma è l’approccio alla storia, al mondo e ai personaggi di Sonic, a fare la differenza. Il tono è assolutamente indovinato, come anche la scelta del cast. James Marsden è la perfetta controparte umana per il Sonic di Ben Schwartz (e anche in versione doppiata i due funzionano alla grande), mentre Jim Carrey non ha certo bisogno di provare ancora e ancora quanto possa essere adatto per un ruolo simile (Il Grinch e il Conte Olaf hanno trovato un nuovo membro per il loro club di cattivoni). Buona anche l’intuizione di Tika Sumpter (la Raina Thorpe di Gossip Girl), che riesce a ritagliarsi uno spazio tutto suo, anche grazie a una scrittura che le permette di farlo.

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Il regista Jeff Fowler e gli sceneggiatori Patrick Casey e Josh Miller fanno dunque un buon lavoro nel portare sul grande schermo le avventure del porcospino blu che arrivò  nel lontano 1991 nelle case dei giocatori di tutto il mondo, trovando la giusta chiave di lettura (e realizzazione). In più, con un sequel praticamente già delineato – volete rimanere per le due scene dopo i titoli di coda, fidatevi – il franchise può definirsi solo all’inizio.

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Sonic – Il Film è dal 13 febbraio al cinema.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Sonic The Hedgehog 

Data di Uscita: 13 febbraio 2020

Durata: 99'

Regia: Jeff Fowler

Con: 

James Marsden, Ben Schwartz,

Jim Carrey, Tika Sumpter

Distribuzione: Paramount Pictures

Fantasy Island – La Recensione

 

Attento a ciò che desideri

I vincitori di un contest si ritrovano catapultati a Fantasy Island, una splendida isola gestita dal misterioso Mr. Roarke; in questo luogo d’incanto, ognuno ha la possibilità di veder avverato il suo più grande sogno; ma alcune volte non si è pronti a scoprire le conseguenze di ciò che desideriamo…

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Ecco servito l’ultimo nato dalle scuderie Blumhouse, celebre casa produttiva che può vantare di aver dato nuova linfa al cinema di genere negli ultimi dieci anni, munita di ottime idee e un ridottissimo budget. Quella di Jason Blumè una ricetta ormai ben collaudata e vincente, ma è dietro l’angolo il rischio che inizi a trasformarsi in un meccanismo forzato e ripetitivo, come i gesti pieni di inerzia compiuti da una catena di montaggio.

Di che si tratta? Fantasy Island vuole essere il remake a tinte horror dell’omonima serie tv – che a molti, oggi, potrebbe non dire nulla – andata in onda tra gli anni 70 e 80 e conosciuta in Italia come Fantasilandia; questa raccontava di un’isola gestita dallo strano Mr. Roarke insieme a Tattoo, suo assistente. I visitatori dell’isola avevano la possibilità di poter esprimere qualsiasi desiderio, con una sola controindicazione: una volta avverato, il desiderio doveva necessariamente arrivare fino alla sua naturale conclusione. Va da sé che gli ospiti dell’isola potevano imparare a proprie spese che non sempre ciò che vuole porta a conseguenze positive, suscitando sempre una riflessione morale.

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Tornando al film, facciamo subito la conoscenza con il gruppo di ospiti appena arrivati sull’isola, vincitori di un contest, che vedranno di lì a poco avverarsi il loro desiderio più grande. C’è Melanie (interpretata da Lucy Hale, ormai habituè di questa recente “new wave” horror), ragazza intrigante e spigliata, che però non riesce a dimenticare i drammi dell’adolescenza, tanto da desiderare una feroce vendetta nei confronti della compagna che la bullizzava al liceo; c’è Elena (Maggie Q) dilaniata dal rimpianto di aver rifiutato la proposta di matrimonio dell’uomo che amava; poi i fratelli Bradley e Brax (rispettivamente Ryan Hansen e Jimmy O. Yang) che nella loro semplicità hanno esplicitamente desiderato di avere tutto; alla fine Patrick (Austin Stowell) che vuole ardentemente arruolarsi, per seguire le orme del padre soldato, morto in una missione.

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Nella pellicola diretta da Jeff Wadlow (Obbligo o verità) la narrazione corale si rivela upotpourri di generi che cercano disperatamente di convivere, avvolti in una patina di horror che non riesce del tutto a convincere. La vicenda di Melanie è quella che più fa da collante all’intera struttura, ma paga lo scotto di ricalcare in maniera leggermente ingenua il classico topos da teen drama; gli amanti della comedy à la American Pie sono serviti con la vicenda dei due fratelli, mentre con Patrick si sfiora l’avventura a sfondo bellico. Si sarebbe potuto tramutare il diamante grezzo in un vero e proprio gioiello, ma l’intersecazione dei vari drammi personali in una “soluzione sistematica” ha portato purtroppo ad una deriva banale e – potremmo azzardare – poco ragionata.

Al netto di alcune interpretazioni attoriali abbastanza degne di nota (ad esempio Lucy Hale e l’ambiguo Mr. Roarke di Michael Peña) e di ambientazioni esteticamente appaganti e decisamente mozzafiato, Fantasy Island non dà particolare soddisfazione nemmeno sul campo della messa in scena, ormai adagiata su scelte preconfezionate. Un vero peccato, considerate le premesse capaci di attirare enormi aspettative..

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Fantasy Island è al cinema dal 13 febbraio.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Fantasy Island

Durata: 110’

Data di Uscita: 13 febbraio 2020

Regia: Jeff Wadlow

Con: 
Lucy Hale, Michael Peña, 
Maggie Q, Austin Stowell, 
Portia Doubleday, Michael Rooker
Ryan Hansen, Robbie Jones

Distribuzione: 
Sony Pictures Italia / Warner Bros. Italia

Birds Of Prey – La Recensione

La Mano Vincente

Harley Quinn (Margot Robbie) e il Joker si sono lasciati, e ora che la ragazza non è più sotto la protezione di quest’ultimo, tutta Gotham le dà la caccia, inclusi il magnate figlio di papà Roman Sionis (Black Mask) e la detective Renee Montoya (Rosie Perez). Intanto, la strada di Harley e quella di altre gentildonne, come Dinah Lance (Jurnee Smollett-Bell), Cassandra Cain (Ella Jay Basco) e Helena Bertinelli (Mary Elizabeth Winstead), si incrociano.

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A differenza di Suicide Squad (2016), Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn) il biglietto del cinema lo vale tutto. Ma perché esordiamo proprio mettendo a paragone i due titoli, oltre che per l’ovvia connessione di fondo? Perché Birds of Prey è tutto quello che il suo “predecessore” non è riuscito ad essere.

Ma non facciamo come Harley, e partiamo dall’inizio. BOP è uno standalone, come ci tengono a precisare i produttori e la regista Cathy Yan, e per questo non vi saranno particolari collegamenti con altri film DC eccetto qualche easter egg e, ovviamente, la situazione di base. Ma non aspettatevi di vedere sullo schermo il Joker di Leto.

Mr J., però, è un tassello importante della pellicola, perché è solo esorcizzandolo e liberandosi della sua ombra che Harley potrà andare avanti per la sua strada. Una strada irta di ostacoli e figure che ce l’hanno a morte con lei per tutto quello che ha combinato sotto l’ala del Clown Prince di Gotham, e che ora non hanno più alcun timore di mostrare tutto il loro rancore nei confronti della Dottoressa.

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E dunque la nostra Harley si ritroverà in un mare di guai, e assieme a lei anche la ladra adolescente Cassandra Cain, la cantante/autista di Sionis Dinah Lance, la detective della polizia di Gotham Renee Montoya e l’assassina solitaria Helena Bertinelli. Oh, e una iena dal nome davvero simpatico (non ve lo spoileriamo).

BOP ci trasporta quindi nuovamente a Gotham, ci mette davanti un gruppo di donne alquanto eterogeneo, accompagnato da una colonna sonora che riprende grandi successi della musica e li rielabora a seconda dell situazione, e con un vivace impianto visivo ci racconta le folli vicende di Harley e compagne. Ma tutto questo non viene mai rappresentato in maniera banale, e soprattutto, ha una sua logica, come un suo tono e una sua estetica.

Per prima cosa, essendo fondamentalmente la storia dell’emancipazione di Harley, come da titolo, il suo è ovviamente il personaggio più sviluppato, e con il carisma della Robbie,  non può che bucare lo schermo. È facile empatizzare con Harleen Francis Quinzel a.k.a. Harley Quinn quando le altre ragazze sparlano di lei; è facile empatizzare con HQ quando cerca conforto e compagnia in un nuovo “animaletto domestico”; è facile empatizzare con HQ quando tutto ciò che vuole è mangiarsi un gustoso panino; e lo è anche quando fa di tutto per salvarsi la pelle.

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Ma, come sostiene la stessa Quinn, Harley non è l’unica donna di Gotham in cerca di emancipazione. E nel presentarci una a una le new entry del film, la Yan riesce a mandare un chiaro messaggio di empowerment femminile, senza mai appesantire il racconto, senza sbandierare l’intento, senza “marciarci sopra”. Tutto ciò che c’è di femminista nella pellicola, non è inserito per puro politically correct o eccessivo zelo, ma è anzi ben congegnato e funzionale alla storia, oltre che di particolare effetto. Basta prendere una Dinah o una Renee per rendersene conto.

Chi, forse, ne esce un po’ malconcio da tutta la vicenda è il Black Mask di McGregor, che nonostante l’ottima interpretazione dell’attore, a volte scade un po’ troppo nella caricatura. Ma è un dettaglio minore, perché riesce comunque a inquietare non poco l’audience nei momenti in cui è richiesto.

A livello visivo, dicevamo, BOP è un trionfo di colori, ma mai usati a caso. Costumi e scenografie sono assolutamente centrati, e calzano a pennello. Le scene d’azione, poi, sono davvero entusiasmanti, con delle sequenze coreografate in maniera estremamente accattivante. Per completare il tutto, una soundtrack che è l’opposto di quella di Suicide Squad, pur avendo portato avanti un’operazione simile (anche se Suicide Squad tentava più di di imitare i Guardiani della Galassia, che di raccontare una storia attraverso la musica): ogni brano è ficcante sia su un piano contenutistico che formale, e coinvolge ancora di più lo spettatore nella vicenda.

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Scanzonato, ma al punto giusto, Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn) fa dunque parte di quella mano vincente – assieme a Wonder Woman e a Shazam! ( e Joker, che però è un discorso un po’ a parte), e si spera alle alle altre pellicole in arrivo – che la DC Films e la Warner Bros. sono riuscite a pescare dal catalogo cinecomic. Il nostro augurio è che il gioco continui in questa direzione.

Dal 6 febbraio al cinema.

Laura Silvestri

Info 

Titolo Originale: Birds Of Prey 

(and the fantabulous emancipation of one Harley Quinn)

Data di Uscita: 6 febbraio 2020

Durata: 109'

Con:

Margot Robbie, Ewan McGregor

Jurnee Smollett-Bell, Mary Elizabeth Winstead

Rosie Perez, Ella Jay Basco

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

1917 – La Recensione

Un eroico piano sequenza dentro gli orrori della Grande Guerra

6 Aprile 1917, nord della Francia. I giovani Caporali e amici Tom Blake (Dean-Charles Chapman) e Will Schofield (George McKay), vengono incaricati dal Generale Erinmore (Colin Firth) di recapitare un messaggio al secondo battaglione del Reggimento del Devonshire. In ballo c’è la vita di 1600 uomini, tra cui anche quella del fratello di Blake (Richard Madden). I tedeschi infatti, fingendo il ritiro e abbandonando la prima linea del fronte occidentale, hanno ripiegato sulla linea Hindenburg, nel tentativo di attirare il nemico in una trappola mortale. Le linee telefoniche sono interrotte, e ciò non permette al Colonnello Mackenzie (Benedict Cumberbatch) di ricevere l’informazione e fermare l’attacco. L’unico modo di evitare il massacro è recapitare il messaggio a voce. I due giovani dovranno attraversare le linee nemiche e consegnare la cruciale notizia per la salvezza di 1600 uomini.

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Ispirandosi ai racconti del nonno, Alfred H. Mendes, il regista Sam Mendes, con 1917 trascina lo spettatore in un turbine visivo senza tregua. La complicata missione dei due protagonisti è raccontata in tempo reale. Mendes utilizza infatti un one-shot artificioso (manipolato durante ed in post produzione così da apparire interamente girato in piano sequenza), che coinvolge lo spettatore al punto di restituirgli la sensazione di muoversi passo dopo passo al fianco dei due giovani ragazzi, vivendo ogni loro emozione. Non limitandosi ad un esercizio di stile, in questo caso più che mai, la forma è fondamentale e necessaria allo sviluppo narrativo.

Il rischio déjà-vu era dietro l’angolo, ma bisogna ammettere che Mendes riesce a non cadere in trappola. Lontano anni luce da i suoi predecessori, (inutile ricordare quanti capolavori ispirati al primo conflitto mondiale ha regalato il cinema alla storia in questo ultimo secolo), 1917, che alla sceneggiatura porta la firma di Krysty Wilson-Cairns, oltre che quella di Mendes stesso, si muove in un microcosmo strettamente personale. Al centro di tutto la collaborazione tra Blake e Schofield, magistralmente interpretati da Dean-Charles Chapman e George McKay. La complicità e il fitto scambio di battute tra i due è in grado di conferire ritmo ed emotività alla narrazione. Inoltre, la maestosità della messa in scena di Mendes non schiaccia mai il racconto umano. Ogni personaggio è in grado di restituire un peso specifico alla narrazione, il tutto in una manciata di attimi. Nessun volto occupa più di una scena, in una perfetta e bilanciata economia di racconto.

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Mendes chiarisce quanto per lui fosse essenziale che il pubblico vivesse una sensazione autentica e tangibile, quanto più possibile vicina a quella dei protagonisti. Insieme all’ormai leggendario direttore della fotografia Roger Deakins, ha quindi disposto quattro mesi di prove in cui è stata stabilita la struttura delle scene e la disposizione del set, insieme a mappe per gli attori e piani di gestione degli spazi, così da non arrivare impreparati una volta cominciate le riprese.

Un’impresa tutt’altro che semplice considerando anche che il film è girato in gran parte in esterni, e si è dovuto fare affidamento alla luce naturale. Lo stesso Deakins spiega: «Fin dall’inizio ci siamo resi conto di non poter usare troppa luce artificiale per illuminare le scene. Quando gli attori corrono lungo una trincea e si muovono a 360°, non c’è modo di piazzare luci da qualche parte». L’occhio attento di Deakins è in grado di restituire lo spessore emotivo della narrazione. La collaborazione con Mendes crea contrasti continui e mutevoli, in una narrazione che fluisce come un torrente in piena, in continua evoluzione. Tra amicizia e tragedia, speranza e orrore, la colonna sonora di Thomas Newman accompagna vigorosamente il tortuoso viaggio dei protagonisti.

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In 1917 si respira tecnica e passione, potenza e misura. Lontano dall’essere un complicato esercizio di stile, diviene un esperimento riuscitissimo, che forse proprio a causa della sua natura orizzontale, che fonde alla perfezione tecnica e narrativa, perde leggermente di incisività. Un difetto? Non necessariamente. Di fronte la visione (caldamente consigliata in una sala cinematografica) di 1917, lo spettatore è letteralmente trascinato all’interno dell’orrore, della solitudine della Grande Guerra. Vive e respira l’angoscia dei due protagonisti. L’illusione di questo unico e disperato piano sequenza è un diretto invito del regista a lasciarsi trasportare. Un’esperienza immersiva e totalizzante quindi, ben pensata, ottimamente realizzata e assolutamente da godere.

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1917 è dal 23 gennaio al cinema.

Diana Incorvaia

Info

Titolo: 1917

Durata: 119'

Data di Uscita: 23 gennaio 2020

Regia: Sam Mendes

Con: 

Dean-Charles Chapman, George MacKay, 

Colin Firth, Benedict Cumberbatch,

Richard Madden, Andrew Scott

Distribuzione: 01 Distribution

Piccole Donne – La Recensione

La bellezza della semplicità

Questa è la storia di Jo, Amy, Meg e Beth March. La storia di quattro ragazze, quattro sorelle, che non potrebbero essere più diverse tra loro, ma tutte con sogni, desideri, aspirazioni e un grande cuore. La storia di Piccole Donne. 

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Il 2019 è stato un anno di grande produttività per il cinema, non tanto a livello quantitativo – potrebbe anche essere, non ci siamo messi a far di conto -, quanto a livello qualitativo.  Questa Award season, rispetto a quelle immediatamente passate, è caratterizzata da un’insolita incertezza, che se non si conoscessero (o, almeno, intuissero) molti dei meccanismi dietro le assegnazioni dei premi, e ci si basasse solo sui criteri il più possibile oggettivi e meritocratici (per quanto si possa essere oggettivi nel giudicare l’arte), sarebbe davvero arduo decretare un solo e assoluto vincitore per ogni categoria.

In questo discorso rientra perfettamente il Piccole Donne di Greta Gerwig.  L’ultimo adattamento dell’opera cartacea di Louisa May Alcott per mano della regista di Lady Bird è un notevole passo avanti rispetto alla sua precedente creatura, e ci permette di azzardare l’accostamento del termine “perfezione” al suo titolo. Non è qualcosa che diciamo con leggerezza, badate bene. E bisogna sempre contestualizzare: Piccole Donne è perfetto nella misura in cui è stato fatto esattamente tutto ciò che si poteva fare – e come lo si poteva fare – nell’adattare e rinnovare un grande classico.

Florence Pugh (Finalized);Meryl Streep (Finalized)

Per argomentare, una volta in sala troverete che, al di là del gusto personale, al di là delle proprie convinzioni morali, al di là delle proprie preferenze in fatto di generi/attori/metodi narrativi, la storia delle Sorelle March non poteva – e probabilmente non avrebbe neanche avuto senso farlo – essere raccontata diversamente. La Gerwig riesce a cogliere fin nei minimi particolari lo spirito dell’opera originale, pur ampliandola e ristrutturandola quanto (e quando) basta per attualizzarla, senza la minima forzatura (sarà difficile, complessivamente, trovare di che lamentarsi in termini di fedeltà al romanzo).

Ad esempio, una delle sue più evidenti “rivoluzioni”, seppur graduale e mai invadente, è stata la caratterizzazione del personaggio di Amy (Florence Pugh), uno dei generalmente meno amati dai lettori. Nella pellicola, in parte grazie alla pregnante interpretazione della Pugh, e in parte grazie proprio al lavoro di fino della regista/sceneggiatrice, quello della terza sorella March diventa uno dei breakout character della storia, a cui sono tra l’altro consegnate alcune delle migliori battute (come il discorso ispirato dalle parole di Meryl Streep – fun fact -, che nel film interpreta la Zia March).

Louis Garrel (Finalized);Saoirse Ronan (Finalized)

 

Questo non vuol dire che la nostra empatia non vada in gran parte a Jo (Saoirse Ronan, che nonostante sia solita interpretare questo genere di ruoli, qui sembra decisamente più agio che altrove), come è probabilmente vero anche per la maggior parte dei lettori del libro, ma il modo in cui sono delineati tutti i personaggi, anche i secondari (anche Mr. Laurence o John Brooke, per non dire il più ovvio Laurie) ci permettono di sentirci vicino a ognuno di loro.

Ma la grande forza di Piccole Donne, e dell’operazione portata avanti  dalla Gerwig in particolare, è quella di rendere straordinario l’ordinario. È paradossalmente più semplice, in un certo senso, portare avanti con successo una storia in cui ad attirare l’attenzione sono già tanti altri elementi (ambientazione fantastica, forti caratteristiche distintive di genere, personaggi con tratti particolari ecc.), ma quanto è difficile rendere accattivante e mai banale la vita e le difficoltà quotidiane (come, d’altronde, quest’anno ha fatto con successo anche il marito della Gerwig, Noah Baumbach, con il suo Marriage Story)?

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Trionfa quindi, in questo caso, la bellezza della semplicità, di quell’ordinarietà resa più entusiasmante da una brillante scrittura, un’ottima interpretazione, e un’eccellente visione d’insieme. E tanta, tanta passione per l’opera, la storia e il mestiere.

Piccole Donne è nelle sale italiane dal 9 gennaio 2020.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Little Women

Data di Uscita: 9 gennaio 2020

Durata: 135'

Regia: Greta Gerwig

Con: 

Saoirse Ronan, Florence Pugh,

Timothée Chalamet, Laura Dern,

Emma Watson, Eliza Scanlen,

Meryl Streep, Louis Garrel

Distribuzione: Sony Pictures

Tolo Tolo – La Recensione

Un comico bianco nell’Africa nera

Checco è un giovane dotato di spiccata imprenditorialità ma di poca propensione alla legalità. Perseguitato dal fisco italiano e da una schiera di ex mogli e parenti, a cui deve molti soldi, Checco inaspettatamente trova rifugio in Africa, novella terra promessa, nella quale tutto è possibile, o meglio, tutto è permesso.  Sfortunatamente, si imbatterà in un nemico ancora più temibile del fisco italiano e delle sue ex-mogli, la guerra, che lo costringerà ad intraprendere un viaggio della speranza nell’Africa nera.

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Checco nazionale, dopo l’inarrivabile successo di Quo Vado?, azzarda con una delle tematiche più scottanti dell’attualità nostrana ed europea giocando con la paura dello straniero e del fisco.

Da degno erede dei maestri della commedia all’italiana ai quali si ispira esplicitamente, Zalone si cimenta per la prima volta nelle vesti da regista confermandosi come un acutissimo osservatore delle contemporaneità, capace di restituire nuovamente un ritratto dell’Italia dalle mille sfaccettature.

Quasi come in una immagine speculare di Quo Vado? in Tolo Tolo troviamo la descrizione di quella Italia che rifiuta sprezzante l’assistenzialismo. Un’Italia dotata di grandi slanci produttivi, anche se spesso gli stessi sono atrofizzati da un apparato burocratico soffocante, ma anche dallo spezzo per qualsiasi forma di legalità. Una Italia nella quale nel malcontento e nel sonno della ragione nascono mostri politici dagli slogan facili e dalle carriere fulminee. Ma anche una Italia che non guarda solo al suo orticello ma che si confronta, seppur per caso, con le tragedie che avvengono nel mondo affrontando in prima persona il dramma dei rifugiati che scappano da guerre e da dittature.

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Capace di essere politicamente scorretto senza mai superare il limite dell’inaccettabile Zalone conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, il talento di narratore ed interprete dei limiti e delle virtù dello stivale che, tra vizi vecchi e nuovi, echi di fascismo misti a semplice arrivismo e bagliori di fascino inarrivabile, continua a rappresentare terra fertilissima per gli autori e gli artisti.

Ravvivato dall’aiuto alla sceneggiatura di Paolo VirzìTolo Tolo tratteggia personaggi inaspettatamente interessanti come quello di Omar, ispirato ad una figura realmente esistita di senegalese amante del neorealismo italiano, che conferiscono ulteriore profondità ad una pellicola coraggiosa, travestita da commedia per le famiglie, che si appresta ad affrontare i populismi di questa Italia di oggi stanca e livida.

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Tolo Tolo è dal 1 gennaio al cinema.

Josephine M.

 

Info

Titolo: Tolo Tolo

Data di Uscita: 1 gennaio 2020

Durata: 90'

Regia: Checco Zalone

Con:

Checco Zalone, Souleymane Sylla,

Manda Touré, Nassor Said Birya,

Antonella Attili, Gianni D'Addario

Distribuzione: Medusa Film