Spider-Man: Brand New Day, la recensione – Crescere, che fatica (ma che soddisfazione)!

Spider-Man: Brand New Day sta per approdare al cinema, ma come ci è parso questo nuovo capitolo del franchise ragnesco? Di certo più adulto e ancorato alla realtà, ma vediamo insieme se e quanto questo approccio può aver effettivamente giovato alla saga.

È già tempo di un nuovo film di Spider-Man, e questa volta sarà il titolo, ma come dicono anche i BTS in 2.0That’s right, feels like it’s brand new“. Perché Spider-Man: Brand New Day riparte sì da dove ci eravamo lasciati dopo No Way Home, ma con un montaggio niente male ci mostra fin da subito come è cambiata la vita di Peter Parker (un Tom Holland sempre più padrone del ruolo) – e di rimando anche dei suoi amici, Ned (Jacob Batalon) e MJ (Zendaya), dimentichi di quello che fu l’ultimo pezzo del puzzle a causa dell’incantesimo di Doctor Strange – negli ultimi anni.

Ritroviamo dunque un Peter stanco, provato, quasi completamente alienato dalla sfera sociale salvo per un contatto telefonico con la Detective Jean DeWolff (Liza Colón Zayas), che aiuta quotidianamente combattendo senza sosta il crimine della Grande Mela. Un Peter più che mai stacanovista, che non riesce a non buttarsi a capofitto nel lavoro, nella speranza di sentirsi non solo più utile alla società e ligio al suo dovere da supereroe, ma anche e forse soprattutto, meno solo.

Tom Holland in Spider-Man: Brand New Day

Uno stato d’animo che viene approfondito da Destin Daniel Cretton – il regista di quest’ultimo capitolo, e viene da dire anche persino più calato in questo ruolo che in quello di storyteller di Shang-Chi – e posto come ancora di una pellicola che vuole affondare le sue radici nella cruda realtà, nelle difficoltà dell’ordinario, pur mostrandoci lo straordinario (tant’è che in alcuni punti non è dissimile da uno dei più riusciti titoli Marvel finora, Captain America: The Winter Soldier).

Di grande impatto sono le sequenze d’azione, memori probabilmente anche delle dinamiche videoludiche, così come le inquadrature dal punto di vista di Spidey, che contribuiscono a restiturci questo senso di smarrimento, di ricerca di sfogo e liberazione che convivono nel protagonista (probabilmente, è il film che più di tutti finora incarna la celebre frase “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” ).

Spider-Man vs. The Hand

Non ci si risparmia in illustri camei, che si tratti di storici villain Marvel o di compagni eroi e antieroi, e di fatto si viene a creare una più naturale convergenza di personaggi che, realisticamente parlando, abitando non solo lo stesso universo, ma le stesse strade della stessa città, sarebbe più strano non incrociare, prima o poi.

Ma qui Cretton ci rende più che credibili tali interazioni – le migliori, neanche a dirlo, quelle con Frank Castle (Jon Bernthal) e un altro personaggio di punta del nuovo MCU che tuttavia non vogliamo spoilerarvi -, e non si scoraggia nemmeno dinnanzi alla difficile sfida di introdurre il misterioso personaggio interpretato da Sadie Sink (che sì, fa proprio un bel lavoro).

Jon Bernthal a.k.a. Frank Castle a.k.a. The Punisher

Non è un film privo di ingenuità, Spider-Man: Brand New Day. Ma data la capacità di integrazione di elementi chiave del lore ragnesco e in generale marveliano, data l’abilità nel tenere salda l’attenzione dello spettatore e riuscire a sorprendere pur non affrontando la più facile delle sfide – una quarta pellicola su Spider-Man più radicata nelle difficoltà della quotidianità, in un momento di “superhero fatigue“, come piace dire a tanti ormai – e la difficoltà (superata) di non banalizzare né l’argomento, né l’aggiunta di ulteriori personaggi (certamente non facili da gestire), Cretton e tutto il team riescono a consegnare un prodotto più che soddisfacente, più che godibile, e di cui ci si può anche lamentare, volendo, ma non più di tanto (e qualcuno potrebbe persino ritrovarvi echi dell’era Raimi).

Il nuovo capitolo delle avventure dell’Uomo Ragno, infatti, ci porta più vicini alla prima parte del nome, l’uomo, lasciando pian piano indietro il ragazzo che avevamo imparato a conoscere e che, proprio come invece farebbe la sua controparte aracnide, sta mutando, e si prepara ad affrontare i cambiamenti con un nuovo sguardo al futuro. Uno sguardo che, a giudicare da quanto visto finora, ci garba e ci sentiamo non solo di condividere, ma anche di adottare noi stessi per i prossimi film in cui comparirà il nostro amichevole Spider-Man di quartiere.

Il poster ufficiale di Spider-Man: Brand New Day

Spider-Man: Brand New Day arriva il 29 luglio nelle sale italiane. I vostri sensi di ragno si sono già attivati?

Laura Silvestri

Info
Titolo originale: Spider-Man: Brand New Day
Durata: 145′
Data d’uscita: 29 luglio
Regia: Destin Daniel Cretton
Con:
Tom Holland, Zendaya, Jon Bernthal, Jacob Batalon, Sadie Sink, Mark Ruffalo, Liza Colón Zayas, Tramell Tillman
Distribuzione e Materiali Stampa: Sony Pictures, Marvel

Material Love, la recensione: la rom-com (?) aggiornata ai tempi moderni

Rom-com o non rom-com? Questo è il dilemma con Material Love, il film diretto da Celine Song con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal in arrivo il 4 settembre nelle sale italiane.

Come si ama ai giorni nostri? Come si fa a trovare l’uomo o la donna perfetti? E, soprattutto, cosa rappresenta la perfezione odierna? Sono tutte domande che viaggiano di pari passo con Material Love, la pellicola diretta dalla candidata all’Oscar Celine Song (Past Lives). Il film ha come protagonista la combina-coppie Lucy (Dakota Johnson), donna ambiziosa e di successo con un grande talento nell’abbinare anime (o, per meglio dire, CV e conti in banca).

È infatti una delle matchmaker di punta dell’Adore, agenzia matrimoniale di New York, e come tale vede la vita attraverso lenti molto particolari, lenti che mettono a fuoco molto più facilmente i numeri dei sentimenti. Ma, dopotutto, è ciò che conta al giorno d’oggi: che aspetto hai, qual è il tuo lavoro, ma soprattutto, quanti 0 ci sono sul tuo conto in banca. Nulla di nuovo, direte voi… Eppure, Material Love in questo frangente fa un bagno nella realtà e mostra quanto, effettivamente, tutte queste caratteristiche ora siano più dominanti che mai.

È per questo che Harry, il personaggio di Pedro Pascal, è definito un unicorno: di bell’aspetto e con fascino da vendere, proviene da una famiglia benestante, lavora nella finanza e, naturalmente, è pieno di soldi. Contrariamente all’ex di Lucy, John (Chris Evans), che seppur anche lui più che prestante e di buon cuore, è invece sempre al verde, vive ancora con i coinquilini del college in uno sgangherato appartamento, e la sua carriera sembra aver preso tutt’altro che la giusta direzione.

La scelta tra i due – che ad ogni modo nel film vengono contrapposti unicamente in quanto tali, per cui non abbiamo risse che finiscono in melodrammatiche scazzottate o gare a chi ce l’ha più grosso – sembrerebbe quasi scontata per i dettami della società, almeno quella in cui Lucy crede di aver imparato a navigare al meglio. Eppure, man mano che si va avanti nella pellicola, il realismo inizia questa peculiare danza con l’idealismo e i sentimenti, e vicende interne ed esterne alla dinamica di coppia/triangolo mescolano ulteriormente le carte in tavola.

Hallmark incontra Sex and the City, ma entrambi vengono brutalmente a contatto con la realtà. Il mix che ne consegue, va detto, è a tratti vincente, a tratti alienante: non riusciamo fin da subito a creare una vera connessione con la storia (forse è proprio l’entrata in scena di John/Evans a mettere in moto il meccanismo di empatia necessaria a sentirsi più vicini a questi personaggi) e può volerci un po’ affinché la stessa Lucy inizi a farsi strada nei cuori degli spettatori. Ma ciò non rende meno d’impatto il lavoro di Song che, già da Past Lives, ci sta abituando a delle opere che fanno riflettere.

Nel bene o nel male, Material Love costringe a riesaminare le proprie relazioni, la propria idea d’amore e di connessione sentimentale, la propria vita di coppia e le proprie aspettative (nonché i criteri che vi applichiamo) e, perché no, anche a farsi un attimo un’esame di coscienza. E, magari, da quella sala ne uscirete anche con una risposta in grado di soddisfarvi, per quanto destabilizzante possa essere. O forse no, ma almeno il film ve lo siete goduto… Si spera.

Material Love è dal 4 settembre nelle sale italiane.

Laura Silvestri

Info
Titolo originale: Materialists
Durata: 116′
Data d’uscita: 4 settembre
Regia: Celine Song
Con:
Dakota Johnson, Chris Evans, Pedro Pascal
Distribuzione e Materiali Stampa: Eagle Pictures

I Fantastici 4: Gli Inizi, la recensione: primi grandi passi per la prima famiglia del MCU

I Fantastici 4: Gli Inizi è la nuova versione della prima famiglia Marvel targata MCU, e una piacevole visione carica di sentimenti nostalgici e profondità emotiva. Ma come ci si è arrivati? Lo abbiamo scoperto al Giffoni Film Festival.

Sono tornati: I Fantastici 4 sono di nuovo al cinema, approdando finalmente nel Marvel Cinematic Universe (ok, in un certo li avevamo già visti in Doctor Strange nel Multiverso della Follia, ma sappiamo tutti come è andata). Con I Fantastici 4: Gli Inizi – mostrato ai ragazzi in occasione del Giffoni Film Festival -, la prima famiglia di casa Marvel viene infatti totalmente e definitivamente introdotta nella macrostoria del MCU, anche se partiamo da un altro universo.

Quella che invero ci troviamo davanti per l’occasione non è Terra 616, alla quale eravamo abituati, ma Terra 828, dalle atmosfere retrò e nostalgiche (impossibile non pensare a WandaVision, altro prodotto Marvel di cui Matt Shakman, al timone della pellicola, è stato regista). Qui un gruppetto di quattro eroi già perfettamente collaudato ci viene mostrato prima nell’intimità della loro vita privata, poi con un esuberante montaggio inserito a mo’ di programma televisivo atto a celebrare il quarto anniversario del supergruppo.

Una origin story che dunque parte in medias res, senza tuttavia dimenticarsi di tenerci aggiornati su quanto accaduto in precedenza. Una formula che non solo funziona, ma che permette anche di non soffermarsi troppo su questioni non necessarie nell’immediato, e che volendo possono sempre essere riprese in futuro.

Ottima scelta poiché, con i suoi 115 minuti, I Fantastici 4: Gli Inizi ha altro a cui pensare: deve mostrarci il presente dei nostri eroi, impegnati a gestire non solo le sorti del resto del mondo, ma anche del loro piccolo microcosmo, che sta per cambiare dopo la notizia della gravidanza di Sue (Vanessa Kirby); deve stabilire una nuova mitologia, perché per quanto incasellato nel più grande MCU, di questo mondo senza gli Avengers sappiamo ben poco; e deve ovviamente introdurre un nuovo, grande nemico, Galactus, il Divoratore di Mondi (Ralph Ineson).

E fa piacere poter dire che la missione è stata compiuta con successo: Pedro Pascal, Joseph Quinn, Vanessa Kirby e Ebon Moss-Bachrach abitano bene i rispettivi ruoli, ed è possibile accorgersene sempre di più man mano che si va avanti con la pellicola. Arrivati all’ultima parte della storia, con loro ci si sente ormai davvero parte di una famiglia, e il sentimento che pervade lo spettatore è quello che porta a dire “Non vedo l’ora che interagiscano con il resto del MCU” (specialmente dopo la prima scena post-credit).

C’è un giusto bilanciamento tra scene “cosmiche” e “domestiche”, che non cozza affatto con il tono e le dimensioni del film, e anzi aiuta questa produzione a ritagliarsi uno spazio tutto suo all’interno di universo già colmo di personalità, e all’apparenza forse anche un po’ sovraffollato.

Sarà certo interessante vedere come in futuro verranno utilizzati questi personaggi (in particolare un paio) nell’economia del MCU, e che sfida rappresenterà la loro integrazione nel più grande progetto narrativo. Di certo, questo primo capitolo della storia dei Fantastici 4 non fa rimpiangere le precedenti iterazioni (e chi parla, contrariamente ai più, aveva apprezzato I Fantastici 4 del 2005), e fa ben sperare per ciò che verrà.

Per ora non si può che speculare con il reminder che I Fantastici 4 torneranno in Avengers: Doomsday, senza poi dimenticarsi la post-credit de I Thunderbolts*

I Fantastici 4: Gli Inizi è ora al cinema.

Laura Silvestri

Info
Titolo originale: Fantastic 4: First Steps
Durata: 115′
Data d’uscita: 23 luglio
Regia: Matt Shakman
Con:
Pedro Pascal, Vanessa Kirby, Joseph Quinn, Ebon Moss-Bachrach, Ralph Ineson, Julia Garner
Distribuzione e Materiali Stampa: The Walt Disney Company

Giffoni 55, Antonio Manetti: “Fate, studiate e ricominciate a sognare!”

Antonio Manetti incontra giovani aspiranti attori e registi al Giffoni, mentre la kermesse ospita la proiezione di una delle più recenti opere dei Manetti Bros., U.S. Palmese.

Il 22 luglio a Giffoni approda “una metà” dei Manetti Bros., Antonio Manetti, che durante l’incontro con i Giffoners, in particolare coloro che aspirano a una carriera nel mondo del cinema, ha raccontato un po di sé, della sua vita professionale, e del rapporto con suo fratello Marco, con cui collabora da anni per confezionare sempre nuove, accattivanti storie per piccolo e grande schermo.

Siamo due fratelli cresciuti insieme. Abbiamo due anni di differenza, e avevamo una sola camera da letto dove dormivamo insieme fino alla maggiore età. In questo periodo di convivenza totale, era impossibile non legare: stessi amici, stessi interessi, stessi riferimenti culturali… La parte delle arti l’abbiamo condivisa proprio totalmente. Stessi dischi, stessi concerti, stessi fumetti e, soprattutto, i film. Quella è forse la passione che ci ha unito di più. Registravamo tutti i film che passavano in TV” spiega Antonio, rispondendo alle domande dei ragazzi su come sia nato e su come funzioni il rapporto lavorativo con il fratello, aggiungendo poi che tutto partì da dei corti cinematografici. “Marco cominciò a fare la gavetta nel mondo del cinema, mentre io iniziai a scrivere un corto. Una volta tornato da un viaggio, Marco scoprì questo corto che stavo scrivendo e la mia volontà di lavorare nel suo stesso mondo, e disse: ‘Bello, conosco un produttore… Perché non lo realizziamo insieme?’“.

Dopotutto, rivela, a loro basta raccontare storie, e anche se tra fratelli non sempre si va d’accordo, non hanno mai problemi di “competizione” nel lavorare insieme. “La meta è la stessa. Certo abbiamo caratteri diversi, modi diversi, a volte anche i gusti sono diversi. Per questo noi sul set ci dividiamo totalmente. Abbiamo deciso piano piano, ma in maniera molto spontanea, che ognuno di noi fa qualcosa di specifico, anche se all’occorrenza possiamo darci ovviamente una mano a vicenda. Io per esempio sono operatore di macchina, che ho imparato a fare già dai tempi dei video musicali. Mentre Marco è quello che mette in scena con gli attori, fa le prove con loro ecc.“.

E per chi vorrebbe seguire le loro orme e aspirare a una carriera da regista, Antonio ha qualche consiglio? Sì, ma a quanto pare nel corso del tempo la sua risposta a questa domanda, che a lui e al fratello è stata posta tante volte, è un po’ cambiata: “A questa domanda diventa sempre più difficile rispondere per me. Perché quando noi abbiamo iniziato, giravamo ancora in pellicola. Poi è nato il digitale, quindi abbiamo iniziato a girare in digitale. E adesso si gira in digitale, tranne quei tre o quattro registi che un po’ se lo possono permettere, un po’ fanno una follia da artisti… E quando è nato il digitale, eravamo tutti un po’ spaventati. Per cui il consiglio che davamo era ‘Fate! Non aspettate! Non provate ad aspettare se vi convince tutto nei minimi dettagli, se avete i mezzi, fate! Avewte questa fortuna, prima con la pellicola non si poteva tanto fare, ma ora… Ed è un palestra, più si fa, più si diventa bravi’. E poi, così si poteva vedere se davvero si voleva perseguire una carriera che è molto difficile. Provare a farlo, era un modo di capire se ti piaceva veramente“.

Adesso però i tempi sono cambiati, e anche i mezzi: “Oggi però che dico ‘Fate!’, già fanno tutti. Ci sono i telefoni, c’è TikTok, c’è YouTube… Chiunque gira ormai, no? Quindi un consiglio che mi sento più di dare, anche se mi sento vecchio a dirlo, e vado quasi all’opposto: Studiate! Forse sì, bisogna un po’ studiare, dato che fare è diventato più facile, tutti lo facciamo con la nostra ‘videocamera in tasca’. E studiare non vuol dire solo fare, pagare, andare a scuola, cambiare città, che comunque aiuta tantissimo a entrare in questo mondo. Per me studiare vuol dire vedere film, analizzarli, capirli, anche quelli che non ti piacciono. Sforzarsi ad ampliare i propri orizzonti. Oltre, ovviamente, al fare!“.

E Antonio, venuto a ritirare anche per conto di suo fratello il Premio Truffaut, ha poi fatto un salto anche qualche minuto prima della proiezione del loro film del 2024 U.S. Palmese, una commedia girata in Calabria con protagonista Etienne, un grande campione di calcio che sta attraversando un periodo complicato “e quindi non sogna più” spiega Manetti e Don Vincenzo, un anziano appassionato di calcio che chiede soldi al paese per portare questo campione nella squadra locale “e che quindi sogna. Per cui il nostro film vuole essere un messaggio di speranza per i giovani, per dirvi, almeno metaforicamente, di ricominciare a sognare tramite questo rapporto tra i due, cioè un anziano che continua a sognare e un giovane che non sa più come sognare“.

Foto e articolo di Laura Silvestri

Giffoni 55, Toni Servillo incontra i ragazzi: “Diventare umani significa condividere un tempo”

Toni Servillo fa tappa al Giffoni Film Festival per incontrare i ragazzi e ricordarci, richiamando il tema scelto per la manifestazione per quest’anno, di essere tutti un po’ più umani.

Toni Servillo incontra i ragazzi a Giffoni 55

Quando sei Toni Servillo, non sono necessarie molte presentazioni… E infatti, i ragazzi del Giffoni sapevano benissimo chi si trovavano di fronte quando, il 21 luglio 2025, hanno riempito le poltroncine della Sala Truffaut e hanno rivolto la loro curiosità alla vita, al pensiero e alla carriera dell’interprete di Jep Gambardella.

E proprio rispondendo a una domanda su un film di Paolo Sorrentino, L’Uomo in Più, Servillo ne approfitta per rimarcare non solo la grande stima nei confronti del regista de La Grande Bellezza, con cui ha ormai collaborato più e più volte, ma anche l’importanza di avere dei valori.

Nel suo film d’esordio Paolo Sorrentino manifestava già in maniera evidente questo interesse che lui ha nel raccontare dei personaggi colti nel momento in cui stanno per raggiungere il successo e poi conoscono il declino” spiega.

E riallacciandosi a quanto accade ai personaggi del film, aggiunge: “È molto importante coltivare dei valori, farli propri, e soprattutto poi diffonderli nella società. In questo momento così terribile che attraversiamo soprattutto la vostra generazione, ma anche la mia naturalmente, deve farsi carico di un valore fondamentale che è la vita. Perché da tanti punti di vista la vita viene oltraggiata, viene messa in pericolo, non si dà il diritto alla vita. Si uccide per poco o per nulla, vittime innocenti di qualcosa che sta al di sopra di loro e pagano con la loro vita. Questo è un disvalore. Il cinema deve raccontare anche questo, non può raccontare solo delle buone favole. Forse probabilmente proprio perché si rafforzino certi valori è necessario raccontare come questi valori, a volte, nella vita, vengono vilipesi”.

Un discorso che va a nozze con il tema di Giffoni 55, “Becoming Human – Diventare umani“. Ma come fare? “Questa palestra per diventare umani io la devo tutta alla mia esperienza soprattutto teatrale” rivela.

Il teatro è una delle ultime esperienze di spettacolo che è totalmente affidata a una condivisione umana; a uno spazio e a un tempo condiviso che è umano; a uno sforzo fisico e intellettuale, a una concentrazione che è umana” spiega poi “Anche le prove mettono alla prova la tua capacità di essere umano, di poter condividere difficoltà, ambizioni, gioie, frustrazioni, fallimenti, successi… E questo lo fai nel periodo in cui provi uno spettacolo. Nel tempo, con queste persone condividi un’esperienza profondamente umana. Esattamente il contrario del condividere delle esperienze nell’abisso di uno schermo. Diventare umani significa condividere anche un tempo“.

E a proposito di condividere tempo ed esperienze, proprio sulla collaborazione con il già citato Sorrentino, con cui ha appena finito di lavorare a un nuovo film, non saprebbe dire cosa la rende così unica: “Abbiamo appena girato il settimo film insieme, e ci divertiamo molto a non darci una risposta a questo [quesito], perché se dovessimo farne un ottavo, dovremmo mantenere questo mistero!“.

Una volta un produttore cinematografico, un amico, ha usato un’espressione che io ho fatto mia perché la trovo molto giusta… Ha detto che ci siamo fatti del bene reciproco. Il che sottolinea che più che una relazione professionale, ormai, è una relazione umana. Io gli devo molto, e lui sicuramente deve qualcosa anche a me. Ma io gli devo moltissimo perché, pur non essendo stato il regista con cui ho fatto il mio primo film, è stato il primo regista che mi ha offerto l’opportunità di interpretare un protagonista a tutto tondo. Perché è uno straordinario sceneggiatore ancor prima di essere un grande regista, uno straordinario dialoghista, e la sceneggiatura e i dialoghi per un attore sono essenziali, sono la prima cosa“.

Davvero non lo so” ammette, continuando nella sua disamina “Perché se lo sapessi, significherebbe che abbiamo quella formuletta che applichiamo ogni volta in maniera automatica, e questo sarebbe molto triste. C’è qualche cosa di misterioso. Evidentemente lui sente che io ho una certa docilità nell’adattarmi al suo universo. Qualche volta ha detto che mi considera un suo fratello maggiore. Ha scritto un film in cui interpreto addirittura suo padre. Ci vogliamo molto, molto bene, e ogni tanto sentiamo la necessità di soccorrerci l’uno con l’altro, lui facendo il regista e io l’attore“.

E prima di ricevere il Premio Impact 2025 dalle mani di Claudio Gubitosi, ideatore, fondatore e direttore del Giffoni Film Festival, Servillo rivela ai ragazzi che aspirano a diventare attori di non considerare la recitazione come una carriera: “Non ho mai pensato che questa fosse una carriera. Quando avevo la vostra età, non credevo che questo sarebbe stato il mio lavoro. Capita da ragazzi di coltivare il sogno della scrittura e si tiene un diario, o di comprare un album da disegno e cominciare ad esercitarsi per dipingere. Capita di avere un microfono e mettere su una band con gli amici. Ma io sono stato proprio ferito dalla scoperta del teatro, e ho cominciato a fare teatro a circa 17 anni, con dei compagni di scuola, con cui ho formato la mia prima compagnia. Ma quando dicevo che non pensavo fosse una carriera, l’ho fatto con assoluta libertà, senza aspettarmi niente, perché credo che questa sia una spinta essenziale per fare questo lavoro. Non va interpretata come un’occupazione, perché la società non ti chiede di fare questo. Devi essere tu a scoprire nel tempo se hai un talento, e se questo talento ha qualcosa da dire agli altri che serva agli altri. Questo lo si scopre piano piano. Ma immaginare già che diventi subito un’occupazione con una retribuzione, che diventi un posto… Mi rendo conto che quando ho iniziato io tanti anni fa il mondo era un posto piuttosto diverso, e oggi in tutte le cose è entrato in maniera prepotente, a gamba tesa, il mercato. Per cui tutto costa qualcosa, tutto va venduto. Ecco, chi vuole fare queste cose, secondo me, parte col piede sbagliato“.

E in conclusione, afferma: “Oggi vogliono renderci piatti e farci credere che la finzione di certi orribili “reality” sia vera. L’attore, invece, è l’antitesi di questo: lavora sulla finzione per ottenere la realtà“.

Foto e articolo: Laura Silvestri

Superman, la recensione: non un’origin story, ma il promettente inizio di un nuovo universo

Superman torna al cinema, senza tuttavia riproporci per l’ennesima volta la storia delle sue origini, e dividendo la critica… Ma cosa ci mostra e ci dimostra, allora, il supereroe dei supereroi diretto da James Gunn?

Attuale, vivace, appassionato: il nuovo Superman è arrivato, e che piaccia o no, è qui per dare una nuova direzione all’universo DC.

Sono passati ormai 12 anni dall’uscita di Man of Steel, il film di Zack Snyder che pure all’epoca aveva creato fazioni tra gli spettatori. L’estetica scura, l’atmosfera angosciante e i toni decisamente più dark della storia non si sposavano esattamente con l’immagine di Superman che avevano in molti, e l’uscita di successivi prodotti ambientati nello stesso universo come Batman v Superman e Justice League (entrambe le versioni) hanno solo aiutato a cementare l’idea che qualcosa non fosse andato per il verso giusto.

E se chiedete in giro, qualcuno tra chi ha già visto la nuova opera di James Gunn vi dirà sicuramente che non è ciò che si aspettava o sperava di vedere neanche in questo caso. Tuttavia, il nuovo Superman ha tanto a suo favore.

A partire da una fotografia molto più luminosa e dei colori più accesi che subito fanno tornare alla mente le pagine dei fumetti, il Superman con protagonista David Corenswet ci mostra già dai primi minuti il grande cuore di cui è dotato, nonché uno dei suoi maggiori punti di forza. E no, sebbene lo sia naturalmente anche lui, lo scene-stealer della pellicola, l’adorabile Krypto The Superdog, non stiamo riducendo tutto al suo personaggio.

Stiamo parlando dell’umanità e della capacità di essere vulnerabili di un eroe che, come metafora per niente sottile ma di certo efficace vuole, da immigrato e da “diverso” deve costantemente guadagnarsi la fiducia di un intero pianeta, fidanzata inclusa (una tagliente Lois Lane interpretata da Rachel Brosnahan), piuttosto diffidente (eppure, a volte, non abbastanza) e dalla memoria abbastanza corta, specialmente dopo le perfide macchinazioni dell’incorreggibile Lex Luthor (portato questa volta sullo schermo da un ficcante e no-nonsense Nicholas Hoult).

Dimenticatevi del tragicomico di “Martha” per indurre personaggi e spettatori a provare empatia: per quanto non manchino elementi grotteschi e scene dal gusto un po’ camp, le emozioni sono spontanee, tangibili, e riscontrabili in una schiera di volti, atteggiamenti e azioni.

E se Gunn ripesca proprio dal materiale cartaceo d’origine alcune delle trovate (la questione “occhiali”, ad esempio, venne affrontata allo stesso modo già negli anni ’70), e sono abbastanza chiare le sue ispirazioni, è il suo inconfondibile stile, nonché i temi a lui cari e riscontrabili in tante altre sue pellicole, a rendere Superman un cinecomic godibile ed entusiasmante. Non perfetto, badate bene. Non inattaccabile. Ma di certo, con un’anima pulsante e più che evidente. Proprio come il suo protagonista.

In Superman, spazio dunque a una varietà di personaggi che, si spera (ma sicuramente) impareremo a conoscere meglio con il tempo – qualcuno ha più occasioni di brillare di altri qui, come ad esempio Mr. Terrific/Edi Gathegi-; spazio tanto alla comicità quanto alla dialogicità; e, soprattutto, spazio all’imperfezione, al rigetto dell’invincibilità e delle certezze più arroganti, e spazio alla convinzione che sono le nostre scelte a far di noi ciò che siamo. Come Superman, in un modo o nell’altro, ci ha sempre dimostrato.

Il nuovo Superman dividerà (e sta già dividendo) il pubblico, ma distanziarsi il più possibile dal Man of Steel di Zack Snyder proponendone quella che per molti aspetti ne è fondamentalmente un’antitesi era forse l’unico modo per far ripartire l’universo DC al cinema, riportando anche un po’ di colore e calore nei cuori degli spettatori.

Superman è dal 9 luglio nelle sale italiane.

Laura Silvestri

Info
Titolo originale: Superman 
Durata: 130′
Data d’uscita: 9 luglio
Regia: James Gunn
Con:
David Corenswet, Nicholas Hoult, Rachel Brosnahan, Nathan Fillion, Isabela Merced, Skyler Gisondo, Edi Gathegi
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Thunderbolts* – La recensione: il MCU è morto, lunga vita al MCU!

Con l’uscita di Thunderbolts* nelle sale, il Marvel Cinematic Universe si appresta a salutare la sua fase più critica e criticata finora, la quinta, in grande stile. Vediamo insieme come un gruppo di sgangherati antieroi è riuscito a portare una più che necessaria ventata d’aria fresca in un universo ormai da tempo in fase di stallo, e a simboleggiarne la rinascita.

La storia del Marvel Cinematic Universe, specialmente nelle sue prime fasi, è ricca di successi, e su questo non ci piove. Che incontrino o meno il gusto personale dei singoli individui, è innegabile come tanti dei titoli sfornati dalla branca cinematografica della Casa delle Idee abbiano dominato la scena dell’intrattenimento negli ultimi 15 anni e più. E sebbene ultimamente l’interesse nei confronti dei nuovi prodotti targati Marvel fosse in calo, vuoi per una questione fisiologica, vuoi per una effettiva flessione qualitativa riscontrata tra la quarta e la quinta fase, è difficile pensare di essere vicini al tramonto di un universo così ricco di potenziale… Specialmente dopo Thunderbolts*.

Eppure, in un certo qual modo, è proprio Thunderbolts*, in arrivo il 30 aprile nelle sale, a rappresentare una sorta di rinascita creativa per il MCU, dopo una “morte” arrivata in seguito a una lenta e dolorosa agonia che a tratti dava segni di speranza per una ripresa, ma che si è solo protratta più del dovuto. Perché è vero che abbiamo avuto film come Guardiani della Galassia Vol. 3 o anche piccole perle televisive come WandaVision, ma è anche vero che abbiamo dovuto faticare non poco persino con titoli che tanto promettevano (qualcuno ha detto Doctor Strange nel Multiverso della Follia o Ant-Man and The Wasp: Quantumania?). Sarà forse per questo che molti avevano comprensibilmente perso quell’entusiasmo che li accompagnava ormai da tempo all’uscita di ogni nuovo capitolo della saga. Entusiasmo che tuttavia speriamo riacquisirete, come accaduto a noi, con Thunderbolts*.

Ci voleva proprio un gruppo di sgangherati antieroi a ricordarci perché amiamo tanto gli eroi (in particolare quelli Marvel), e a riportare alla memoria come queste storie e questi personaggi siano in grado di toccare le corde dei nostri cuori, di generare in noi più di una fragorosa risata o di una lacrimuccia inaspettata durante la visione di un film che, per tanti altri, rappresenta solo un’elaborata strategia di marketing.

In Thunderbolts* ritroviamo infatti alcuni fra gli elementi più “controversi” del MCU, a partire dal Soldato d’Inverno Bucky Barnes (Sebastian Stan), a cui si uniscono, tra gli altri, anche la spia russa Yelena Belova (Florence Pugh) e suo padre, il Super Soldato dell’Unione Sovietica Red Guardian (David Harbour), il secondo e poco longevo Captain America John Walker (Wyatt Russell) e l’ex spia dello S.H.I.E.L.D. Ava Starr a.k.a. Ghost (Hannah John-Kamen).

Un gruppo che definire outcast sarebbe un eufemismo; un insieme di persone dall’oscuro passato che hanno compiuto azioni più che discutibili, e che serbano in loro dolori così grandi che, a un certo punto della loro vita, hanno ritenuto che l’unico modo per silenziarli e tentare di farli scomparire fosse quello di “coprirli” utilizzando ogni mezzo a propria disposizione, non curandosi delle conseguenze.

È così che i loro destini sono arrivati a incrociarsi con quello di Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus), ed è così che Thunderbolts* trova ragion d’essere. E, un po’ come accadde anche con Legends of Tomorrow – quella che potremmo definire la sua controparte DC nell’Arrowverse – questa pellicola ci permette di andare più a fondo, di esplorare l’intimità e la psicologia di personaggi che avevano chiaramente ancora tanto da dire e da dare, a prescindere dallo screen time ricevuto. Di personaggi, se vogliamo, anche più vicini a noi, perché più vulnerabili e “umani”.

In questa complicata vicenda, di certo non mancano i momenti drammatici, le incomprensioni, gli errori causati dalla paura. Ma è attraverso l’indagine del dolore e del trauma, l’accettazione di sé e dell’altro non come ostacoli, ma come sostegno e ausilio, e la giusta dosa di ironia, che nella storia firmata da Eric Pearson e Joanna Calo e girata da Jake Schreirer i nemici divengono insospettabili alleati, e che i Thunderbolts* diventano una squadra davanti ai nostri occhi: una squadra carica di carisma che sembra più che capace di caricarsi sulle spalle il peso del futuro del MCU, e alla quale presto si aggiungeranno tanti altri attesissimi personaggi per delineare quello che sarà un nuovo, elettrizzante capitolo di una saga transmediale ormai quasi ventennale.

Thunderbolts*, distribuito da The Walt Disney Company, è ora al cinema. E non dimenticate le scene post-credit! Ce ne sono due, e vi assicuriamo che non vorrete perdervele.

Laura Silvestri

Info
Titolo originale: Thunderbolts*
Durata: 116′
Data d’uscita: 30 aprile
Regia: Jake Schreirer
Con:
Florence Pugh, Sebastian Stan,
David Harbour, Wyatt Russell,
Olga Kurylenko, Hannah John-Kamen,
Julia Louis-Dreyfus, Lewis Pullman,
Geraldine Viswanathan, Chris Bauer, Wendell Edward Pierce
Distribuzione: The Walt Disney Company