Strange World – Un Mondo Misterioso: viaggio al centro della terra e del cuore con il nuovo film d’animazione Disney

Un mondo da esplorare, un pianeta da salvare, e tre generazioni a confronto: Strange World – Un Mondo Misterioso ci porta all’avventura prima di farci tornare a casa con il consueto stile Disney Animation, e nel frattempo ci fa riflettere anche su questioni non da poco.

Il 23 novembre è giorno di release globale per Strange World – Un Mondo Misterioso, l’ultima fatica di Disney Animation, gli studios che da anni ci regalano grandi avventure ed emozioni attraverso l’animazione, e che anche questa volta non sono da meno.

Chiamati all’appello per l’occasione il regista e il produttore di uno dei più bei film – nonché più sottovalutati – di casa Disney, Big Hero 6, Don Hall e Roy Conli, che assieme a Qui Nguyen (Raya e l’ultimo drago), co-regista e sceneggiatore della pellicola, ci presentano un racconto che tanto si ispira ai fumetti, ai film e all’intrattenimento pulp di tempi andati e non troppo (Amazing Stories, King Kong, Indiana Jones, Star Wars, ma anche un po’ Avatar ecc.) per portare però sul grande schermo una storia sempre attuale, ricca di insegnamenti e spunti di riflessione, e ovviamente pienza zeppa di azione e sentimenti.

Don mi ha presentato il pitch per il film circa quattro anni fa dicendomi ‘Hey, ho questa idea grandiosa di realizzare una sorta di ibrido tra Indiana Jones e National Lampoon’s Vacation’ e io ho subito detto ‘Oh, sembra divertente! E pieno d’avventura!’” ha raccontato Qui Nguyen durante la conferenza stampa romana del film “Perché quando scrivi qualcosa ti fai sempre tre domande fondamentali: 1) Quale sarà il motore dell’intrattenimento nella storia; 2) Dove troverai l’humor; e, cosa più importante di tutte 3) Dove sarà il cuore della storia. E al cuore di questo film c’è la storia multigenerazionale dei nostri protagonisti”.

Ecco allora che prende forma Strange World – Un Mondo Misterioso, dove l’agricoltore Searcher Glade (Jake Gyllenhaal in lingua originale, Marco Bocci nella versione doppiata) ha contribuito a creare una società che pone le basi su una fonte d’energia naturale, il pando, derivata da una pianta scoperta 25 anni prima degli eventi principali, durante una missione d’esplorazione. La stessa missione in cui il leggendario esploratore Jaeger Glade (Dennis Quaid in originale, Francesco Pannofino nella versione italiana) è scomparso nel nulla a seguito di un diverbio con il figlio (Searcher non voleva proseguire oltre, ma analizzare le proprietà di quello che sarebbe stato denominato pando, Jaeger voleva a tutti i costi scoprire cosa si celasse al di là delle montagne che da sempre circondavano Avalonia, rendendo impossibile andare oltre la terra conosciuta).

Ma ora il pando è in pericolo, e l’unico che può aiutare Avalonia a matenere la sua fonte d’energia è proprio chi lo ha scoperto, il massimo esperto al riguardo: Searcher… E la sua famiglia. Sì, perché al viaggio si uniranno anche la moglie Meridian (Gabrielle Union, Lucy Campeti) e il figlio Ethan (Jaboukie Young-White, Lorenzo Crisci), nonché l’adorabile cane a tre zampe Legend (il vostro cuore non si è già sciolto?).

Parte così il viaggio che condurrà i Glade e i loro compagni d’avventura (inclusi noi spettatori) alla scoperta di un mondo sotterraneo a loro sconosciuto, ma anche a inaspettati ritrovamenti e dovuti confronti di idee e mentalità, di aspettative e sogni, e al tempo stesso li porterà a riflettere su ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è davvero meglio per sé stessi e per gli altri, e per il mondo che ci circonda e ci ospita.

Sono tante le tematiche affrontate in Strange World – Un Mondo Misterioso. Alcune evidenti e presentate in più modi, attraverso differenti declinazioni, come il discorso generazionale, l’importanza del riconoscere e accettare l’altro, del lavoro di squadra, ma anche della propria individualità, del seguire i propri sogni, e la paura di disattendere le aspettative di chi ci è caro; oppure il rispetto per l’ambiente, per la natura che ci dà vita e che è vita. Altre, inserite in maniera meno vistosa, senza troppa fanfara, come l’orientamento sessuale del più piccolo di casa Glade, di cui semplicemente non viene fatta una questione (come probabilmente sarebbe augurabile che fosse anche nella realtà).

Per quanto riguarda Ethan, quella è sempre stata l’idea, fin dall’inizio. Lo adoriamo, non vediamo l’ora che il mondo ne faccia la conoscenza” spiega Don Hall sempre in sede di incontro stampa “Noi facciamo film per tutti, il nostro pubblico è ogni singola persona sulla faccia della terra. E volevamo che questo film riflettesse il mondo, e che tutti potessero sentirsi rappresentati sullo schermo“.

A riassumere il tutto, il brano scritto e interpretato per la versione italiana del film da Federica Abbate e Michele Bravi, “Antifragili”, portatore di un affascinante concetto proveniente da un saggio dallo stesso nome dello scrittore libanese naturalizzato statunitense Taleb Nassim Nicholas, in cui, spiega Abbate viene detto che “Il contrario di forte e resiliente non è fragile, ma è antifragile, ed è una caratteristica tipica dei sistemi viventi di rigenerarsi in seguito ai traumi. Se una cosa uno la sbatte per terra e si rompe, è qualcosa di inanimato. Ma la caratteristica dei sistemi viventi rispetto al trauma è quella di rimarginarsi. E infatti nel pezzo, se ci pensate, diciamo ‘Noi siamo tutti per definizione antifragili’. Quindi tutti quanti noi possiamo rimarginarci e rinascere in un qualche modo“.

E vedrete, allora, come questo concetto si sposa alla perfezione con il film, e come, attingendo a una tradizione antica, a miti e leggende di un passato che non si dissolve mai veramente, ma su cui continuiamo a costruire narrazioni dopo narrazioni, lo si riesce a rendere sempre moderno e contemporaneo, specialmente grazie a delle animazioni e a delle intuizioni visive che evolvono senza sosta e ogni volta riescono a sbalordire il pubblico in sala, che con occhi sognanti immagina di essere proprio lì, con i personaggi della pellicola.

Abbiamo fatto molte ricerche relativamente ad alcune cose che vedete nel film (che non spicifichiamo per non spoilerarvi nulla), ma per quanto riguarda l’ambiente in generale, non avevo un’ispirazione visiva, un’idea concreta” rivela HallE per me questa cosa andava benissimo, anzi, era l’ideale. Perché ero entusiasta di poter dare ai nostri fantastici animatori e artisti una tela bianca su cui poter dipingere. E sapevo che ne sarebbe venuto fuori qualcosa di speciale, ma non immaginavo fino a questo punto. Mi hanno tolto il fiato, hanno decisamente superato ogni mia aspettativa. Sono davvero fortunato, lavorare a Disney Animation è ciò che ho sempre voluto, adoro le persone con cui collaboro ogni giorno, e credo che questo film sia un prova di tutto ul loro talento“.

Strange World – Un mondo misterioso non vi farà forse piangere a dirotto già dai primi 15 minuti come Big Hero 6, e non sarà articolato quanto Encanto nel proporvi la complessità delle dinamiche familiari, ma non uscirete di certo insoddisfatti dalla sala, e anzi, tornerete a casa con una consapevolezza maggiore di ciò che siete, di chi siete, e del mondo e delle persone che vi circondano. E magari vorrete giocare anche voi a un gioco come quello che si vede nella pellicola, Primal Outpost, dove non ci sono dei veri cattivi (qualcosa che anche i nostri protagonisti dovranno realizzare), e il cui obiettivo va combaciare con uno dei temi portanti della nostra storia. E uno slime. Probabilmente vorrete uno slime.

Strange World – Un mondo misterioso è dal 23 novembre al cinema distribuito da Walt Disney Pictures.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Strange World

Durata: 102'

Data D'Uscita: 23 novembre 2022

Regia: Don Hall, Qui Nguyen

Con: 

Jake Gyllenhaal, Dennis Quaid, 
Gabrielle Union, Jaboukie Young-White, 
Alan Tudyk, Luci Liu

Distribuzione: Disney

Materiali Stampa: Disney 

Diabolik – Ginko all’attacco! Ovvero l’importanza di andare al cinema

Diabolik torna sul grande schermo con la seconda avventura targata Manetti Bros., un nuovo volto (quello di Giacomo Gianniotti) e la promessa di un ulteriore appuntamento cinematografico. Questo è Diabolik – Ginko all’attacco!

Il 17 novembre arriva nella sale Diabolik – Ginko all’attacco!, secondo film dedicato al ladro dai mille volti nato dalla fantasia delle sorelle Giussani. E anche questa volta sono due fratelli a dargli vita sul grande schermo, i Manetti Bros., che dirigono il sequel-non-sequel con protagonista Giacomo Gianniotti (subentrato nel ruolo dopo l’addio di Luca Marinelli, interprete del personaggio nella precedente pellicola).

Questo film non è un seguito, non è un sequel. Diabolik è un personaggio come James Bond, Batman, Sherlock Holmes, ovvero personaggi universali, e quindi l’idea è quella di raccontare un’altra storia, di realizzare un altro film. Quindi per noi non è un sequel, ma semplicemente un altro film” spiega Marco Manetti durante la conferenza stampa in occasione della presentazione del film a Roma, nella splendida cornice del nuovo Cinema Barberini.

E in effetti i connotati di “un altro film” come lo intende Manetti, Diabolik Ginko allattacco li ha, a partire per l’appunto dal diverso interprete per Diabolik. Ma portando la stessa firma del precedente, vi è continuità nello stile, nel tono, e va detto, anche in ciò che non funzionava con il primo lungometraggio.

Il ritmo prolisso, l’impostazione rigida, l’eccessiva esposizione dei fatti e quel tocco in più di kitsch che sfocia nell’eccesso non aiutano l’assimilazione di un film che, dal punto di vista estetico, dà invece tanto e dimostra tutta la maestria italiana nell’ambito della settima arte.

Se, infatti, la pellicola va premiata per restituirci una così fedele rappresentazione visiva di ciò che era il Diabolik dei fumetti e del suo spirito (l’albo che funge da ispirazione qui è il sedicesimo), se vanno assolutamente elogiati dipartimenti come quello dei costumi e della scenografia, se possiamo udire delle musiche scelte ad hoc – in questo film, oltre all’operato di Pivio e Aldo De Scalzi abbiamo anche il contributo di Diodato con un brano originale composto appositamente per il lungometraggio – abbinate anche alle distintive coreografie di Luca Tommassini, si fa ancora fatica a giungere al termine di quei 111 minuti senza remore, senza pensare che non si potesse sistemare (più di) qualcosa qua e là (specialmente in termini di dialoghi).

Per quanto riguarda i protagonisti della vicenda, Gianniotti si dimostra un Diabolik più calato nel ruolo e meno stoico di quello di Marinelli, e Miriam Leone conferma il suo essere la scelta perfetta per la parte di Eva Kant, che anche qui trova il modo di risaltare rispetto ad altre figure e si impone come uno dei migliori personaggi del film; sembrano funzionare in buona misura anche le nuove aggiunte, come il personaggio interpretato da Alessio Lapice, Roller, e la Duchessa Altea di Monica Bellucci, che ci permette di vedere un altro lato del Ginko di Valerio Mastandrea (tuttavia quest’ultimo, sebbene questa volta sia addirittura tra i personaggi titolari, paradossalmente sembrava brillare di più e sostenere maggiormente il peso della pellicola nel precedente appuntamento cinematografico).

Non dimentimentiamoci infatti di uno dei temi principali della pellicola, come rimarcano anche gli stessi registi: si tratta un film all’insegna dell’amore, dell’amore tra Ginko e Altea, ma anche di quello tra Diabolik e Eva, entrambi messi costantemente alla prova dalle circostanze, ma con differenti declinazioni ed esiti.

Nel primo film Diabolik impara ad amare, incontrando Eva. Questa era la storia del precedente capitolo, in cui un essere disumano e glaciale come Diabolik incontra questa donna totalmente complementare a lui che gli insegna l’amore, e nel secondo Giacomo (Gianniotti) gli ha dato quell’anima che c’era bisogno che in questa storia ci fosse. Per cui questo è un Diabolik che ama e che si contrappone alla coppia di Ginko e Altea, che si amano tantissimo, ma che schiavi dell’immagine, delle regole della società, non possono esprimere il loro amore con la stessa libertà di Diabolik ed Eva” conviene ancora Marco Manetti.

É pertanto interessante vedere sullo schermo l’evoluzione di personaggi appartenenti ad un’epoca differente, con caratteristiche chiaramente anacronistiche rispetto ad oggi, ma in un qualche modo sempre impregnati di universalità, in cui ci si può sempre, almeno in parte, rispecchiare (speriamo non quella della propensione alle rapine e le uccisioni, chiaramente).

Diabolik – Ginko all’attacco! non sarà forse una delle visioni più scorrevoli che potreste trovare in circolazione, dunque, ma oggi più che mai non sbaglieremmo nel dire che è estremamente importante dare una chance a questo titolo, perché al di là di quelli che possono essere i suoi difetti (percepiti o effettivi), rappresenta comunque un grande passo avanti nella produzione cinematografica italiana.

Se vogliamo che il cinema nostrano progredisca, se vogliamo che osi di più, che non ci offra solo cinepattoni e simili (i quali, nonostante tutto, non si possono privare dei loro meriti), se vogliamo pensare in grande e fare altrettanto, non si dovrebbero ignorare produzioni come Il Primo Re o lo stesso Diabolik – per prendere come riferimento due diversissimi prodotti del cosidetto cinema di genere di fattura italiana – e ovviamente sarebbe augurabile non ignorare il secondo e il terzo film (quest’ultimo già girato e prossimanente in arrivo) dedicati al ladro dagli occhi di ghiaccio.

Poi, naturalmente, ognuno fa quel che vuole, ci mancherebbe. Ma andare al cinema è difficilmente una cattiva idea, non trovate?

Diabolik – Ginko all’attacco! è dal 17 novembre al cinema grazie a 01 Distribution.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Diabolik - Ginko all'attacco!

Durata: 111'

Data D'Uscita: 17 novembre 2022

Regia: Manetti Bros.

Con: 

Giacomo Gianniotti, Miriam Leone,
Valerio Mastrandea, Monica Bellucci,
Alessio Lapice, Linda Caridi

Distribuzione: 01 Distribution

Materiali Stampa: 01 Distribution  

The Gray Man – La Recensione: Bond, Bourne spostateve… Arriva il Sierra Six di Ryan Gosling

È caccia all’uomo nel nuovo film Netflix diretto da Anthony e Joe Russo, The Gray Man, in cui l’agente della CIA Sierra Six di Ryan Gosling cerca di sfuggire ai folli tentativi del suo inseguitore, il Lloyd Hansen di Chris Evans, di farlo fuori e di recuperare un oggetto in suo possesso.

La calda estate 2022 si fa ancora più calda con le nuove release cinematografiche e streaming di luglio, e come può non rendere tutto più bollente lo spy-thriller di Netflix firmato dai fratelli Russo, The Gray Man? E non solo perché nel cast troviamo alcuni dei più acclamati sex symbol di Hollywood, ma perché la pellicola basata sull’omonimo romanzo di Mark Greaney promette fin da subito uno spettacolo esplosivo.

Ah, e perché per promuoverla, in occasione della premiere italiana, Netflix non ha certo badato a spese, offrendo agli spettatori e alla stampa romana una full immersion nel mondo del film con la The Gray Man Experience, dove prima e dopo la proiezione si è potuto sorseggiare cocktail a tema, fare un giro tra allestimenti che riprendevano le location della pellicola e persino scattare foto da vere spie.

Ma cosa aspettarsi da questo nuovo titolo? Innanzi tutto, tanta azione. Sembra scontato, persino superfluo menzionare certi aspetti quando si parla di simili prodotti, ma state pur certi che le coreografie di lotta dirette dai fratelli Russo non passano mai inosservate (come d’altronde le maxi-scritte bianche che stanno a indicare le varie ambientazioni e i periodi temporali), qualcosa che abbiamo imparato fin dai tempi di Captain America: Civil War, e che qui ritorna prepotentemente a farsi evidente: che sia un inseguimento durante gli spettacoli pirotecnici di Capodanno, una lotta all’ultimo respiro (letteralmente) con dei cavi, o un singolo combattimento in una fontana al sorgere del sole, o persino un momento autoironico con protagonista una panchina e delle manette, Anthony e Joe e il loro formidabile team creativo-produttivo sanno sempre come rendere ancor più memorabile le botte di turno.

Non sono però solo a menare le mani, Ryan Gosling, Chris Evans e Ana de Armas, le tre spie al centro degli intrighi adeguatamente adattati per lo schermo dagli sceneggiatori del MCU Christopher Markus e Stephen McFeely e dallo stesso Joe Russo, ma assieme a Billy Bob Thornton, Regé Jean-Page, Jessica Henwick, Dhanush, Alfre Woodard e la giovane Julia Butters ci regalano tutti delle performance più che valide, a prescindere dal maggiore o minore screen time concessogli.

Il discorso riguarda in particolare l duo protagonista/antagonista formato da Gosling e Evans, che contrappongono due stili recitativi completamente diversi per raggiungere un perfetto equilibrio: il primo agisce per sottrazione, e presenta quell’ironica stoicità che sappiamo appartenergli, dandogli però una nuova declinazione; e il secondo, memore di quanto già fatto anche in altre occasioni per simili ruoli (pensiamo al Mr. Freezy di The Iceman o al Ransom Drysdale di Cena con Delitto – Knives Out), trova il modo di offrirci ancora un’altra versione, unica nel suo genere, del villain psicopatico che amerete odiare.

E li perdoneremo se Six sembra più d’acciaio dell’Uomo d’Acciaio, e se, alla fine dei giochi, ci rimane forse poco spazio per esplorare la minaccia rappresentata da chi muove le fila da dietro le quinte… Soprattutto perché l’intento di rendee The Gray Man un franchise che richiama quelli ai quali si ispira – come Bond e Bourne – è chiaro, e le basi per un sequel sono già state gettate. Non resta che vedere se il pubblico lo renderà possibile.

The Gray Man arriverà il 22 luglio su Netflix, mentre in alcune sale cinematografiche d’Italia è già disponibile per la visione.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: The Gray Man

Durata: 122'

Data D'Uscita: 22 luglio 2022

Regia: Joe e Anthony Russo

Con: 

Ryan Gosling, Chris Evans, 
Ana de Armas, Regé Jean Page, 
Jessica Henwick, Billy Bob Thornton

Distribuzione: Netflix

Materiali Stampa: Netflix

Elvis – La Recensione: il Re del Rock ‘n’ Roll torna in vita nel film di Baz Luhrmann con Austin Butler

Il biopic su Elvis Presley diretto da Baz Luhrmann riporta sullo schermo l’anima del Re del Rock ‘n’ Roll grazie a un’incredibile sensibilità creativa ed emotiva e a una straordinaria performance attoriale da parte di Austin Bustler.

Non ci sono mezzi termini per descrivere Elvis l’artista, e non ce ne sono per descrivere il film di Baz Luhrmann dedicato a uno dei più grandi artisti musicali di tutti i tempi. Elvis o lo si ama, o lo si odia. A voi la scelta di intendere l’uno, l’altro o entrambi (ma la risposta ve l’abbiamo già suggerita).

È difficile parlare per assoluti nel mondo dell’arte, dello spettacolo e dell’intrattenimento, e bisogna sempre stare attenti a non concedere troppo terreno alla soggettività quando si elabora un pensiero critico come quello che si dovrebbe normalmente riscontrare in una recensione, almeno secondo la concezione generale e attuale attribuita a questa tipologia di articolo (e su questo argomento ci sarebbe da discuterne a volontà, ma non è questa la sede adatta).

Ma dell’Elvis di Baz Luhrmann – interpretato magistralmente da un Austin Butler che finalmente otterrà un posto fisso nei radar “della gente che conta” in quel di Hollywood dopo questa interpretazione – non si può non conversare in questo modo. Non si può utilizzare mitezza e compostezza per un film che è l’antitesi di tutto ciò che rimane lì, nel limbo tra gli estremi, e non prende una posizione ben precisa.

L’Elvis di Luhrmann e Butler non si scusa con il mondo per il suo modo di restuirgli un’icona in tutta la sua esuberanza, in tutta la sua voglia di arrivare, in alto, sempre più in alto; al pubblico, il suo amato pubblico; e al cuore della musica, quella musica che tanto conforto e disperazione gli ha provocato nel corso degli anni.

Sceglie uno stile visivo e narrativo sui generis e colmo d’ispirazione (luci stroboscopiche, split-screen, ritmi frenetici ma sorprendentemente calibrati all’occasione), Luhrmann, che non tradisce mai sé stesso né il soggetto della sua opera nel raccontarci, a partire dalla figura del Colonnello Tom Parker (un quasi irriconoscibile Tom Hanks), la storia di questo ragazzo che fin da bambino ha fatto delle note musicali il suo mondo, il suo rifugio. Di un ragazzo che ha sempre messo la sua famiglia e la musica davanti a ogni altra cosa, che ha rifiutato di scendere a compromessi quanto più contava, e che se si è fatto ingabbiare da qualcosa, quel qualcosa è stato un solo, unico sentimento: l’amore.

Come Rocketman con Elton John, Elvis ci permette di avvicinarci a una leggenda, e all’uomo dietro di essa. Ci regala sensazionali performance canore, ci fa intraprendere un viaggio in un passato che non è mai veramente passato, che è ancora oggi vivido nelle menti di chi l’ha vissuto, ma anche di chi ne ha solo sentito parlare. Perché chi non ha presente quella folta chioma nera, quei completi a zampa d’elefante dai mille colori, quelle mosse che gli sono valse il soprannome di Elvis the Pelvis…

Ma, al tempo stesso, chi può può dimenticare anche il contesto sociale sociale in cui sono nati? Chi può mai pensare che Elvis possa prescindere dalla sua realtà storica? Di certo non Luhrmann, che riserva un’attenzione minuziosa a questo aspetto nel suo film, tanta quanta ne dedica alla spettacolarità e ai sentimenti.

Elvis diretto da Baz Luhrmann è un film di Baz Luhrmann in quanto regista in tutto e per tutto; è un film di Austin Butler in quanto suo interprete in tutto e per tutto; ed è un film di noi, il pubblico in quanto spettatore di un’accorata epica musicale e personale, in tutto e per tutto (e per tutte le sue due ore e quaranta minuti di durata, che ammettiamo potevano essere leggermente ridotte senza troppe conseguenze).

Elvis è dal 22 giugno al cinema distribuito da Warner Bros. Pictures Italia.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Elvis

Durata: 159'

Data D'Uscita: 22 giugno 2022

Regia: Baz Luhrmann

Con:

Austin Butler, Tom Hanks,
Olivia DeJonge, Helen Thomson

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Materiali Stampa: Warner Bros. Italia

L’Arma dell’Inganno – Operazione Mincemeat: la recensione del nuovo film con Colin Firth

Ne L’Arma dell’inganno – Operazione Mincemeat Colin Firth e Matthew Macfadyen ci portano indietro nel tempo, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando una peculiare operazione strategica ha cambiato le sorti del conflitto e del mondo intero.

Potrebbe sembrare strano e addirittura far storcere il naso oggi un film su uno dei più grandi conflitti della storia, quello della seconda Guerra Mondiale. La guerra russo-ucraina infatti ha dolorosamente riportato in auge termini come conflitto mondiale, invadendo spesso i media ed entrando sempre di più nel gergo quotidiano.

Non bisogna fermarsi alle apparenze però, perché in realtà l’ultimo film di John Madden dal titolo programmatico L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat, è una spy-story dal ritmo incalzante e coinvolgente che prende vita a partire dalla reale operazione ideata da Ewen Montagu (nel film interpretato magnificamente da Colin Firth) che a sua volta prese ispirazione da un’idea di Ian Fleming (nel film interpretato da Johnny Flynn), suo collega nel servizio segreto navale britannico.

Siamo nel 1943, gli alleati sono decisi a fermare la morsa mortale di Hitler pronto a schiacciare l’Europa arrivando dalla Sicilia. Onde scongiurare l’imminente pericolo che fondamentalmente avrebbe significato la fine del mondo libero, due ufficiali del servizio di intelligence britannico, Ewen Montagu, appunto, e Charles Cholmondeley (Matthew Macfadyen), hanno una brillante idea.

Il piano è quello di reperire il cadavere di un uomo, cospargerlo di documenti falsi creando così una fonte di depistaggio per i nazisti. Un cadavere di un senzatetto toltosi la vita dopo aver ingerito del veleno, diviene così un eroe di guerra seppellito a Huelva con tanto di onori militari, e il suo nome è Glyndwr Michael.Secondo la strategia ideata dai nostri, il cadavere viene infatti lasciato andare alla deriva fino alla costa spagnola.

A guidare l’operazione Mincemeat al fianco di Montagu e Cholmondeley ci sono, come si accennava sopra Ian Fleming (il padre di James Bond), e Jean Leslie, segretaria dei servizi segreti di cui cadono innamorati i due ufficiali. Una grande intuizione probabilmente accompagnata da un’ottima dose di fortuna per una delle operazioni più incredibili della storia.

In ogni guerra infatti coesistono due anime, una visibile e l’altra silenziosa, invisibile. A partire da quest’ultima si muove Mincemeat, che, forte di una buona scrittura condita da dialoghi brillanti e da un aplomb tipicamente britannico, conduce lo spettatore in un coinvolgente sottobosco di intrighi segreti e false piste. Quello del Twenty Committee, oltre ad essere un mondo pieno di scrittori era anche per lo più popolato da uomini. Ma nel film di John Madden due sono le figure femminili che si ritagliano un ruolo fondamentale, Kelly Macdonald nei panni di Jean Leslie e Penelope Wilton nelle vesti di Hester Legget. Entrambe ricoprono seppur in modo diverso un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’intreccio.

Sebbene il cinema inglese non sia nuovo a storie che prendono spunto dalla seconda guerra mondiale (si pensi a The imitation game o L’ora più buia), la pellicola di John Madden è diversa, o almeno sceglie di percorrere un sentiero meno battuto. La narrazione infatti lascia fuori gli orrori della guerra per concentrarsi non solo su un’operazione segreta e lontana dalle strategie militari più convenzionali, interessandosi anche aipersonaggi che la popolano, al loro mondo intimo e personale. Si ha l’impressione di osservare silenziosamente qualcosa che non avremmo (come normali cittadini) il diritto di sapere. Il film ci svela il trucco che ha salvato le sorti del mondo all’insaputa del mondo stesso.

L’arma dell’inganno – Operazione Mincemeat arriva il 12 maggio al cinema.

Diana Incorvaia

Info

Titolo Originale: Operation Mincemeat

Durata: 128'

Data D'Uscita: 12 maggio 2022

Regia: John Madden 

Con: 

Colin Firth, Matthew Macfadyen,
Johnny Flynn, Kelly MacDonald 

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Materiali Stampa: Warner Bros. Italia 

Doctor Strange nel Multiverso della Follia – Il ritorno di Sam Raimi alla Marvel

Approda finalmente nelle sale il cinecomic del MCU con protagonista Benedict Cumberbatch e firmato da Sam Raimi, Doctor Strange nel Multiverso della Follia, che segna il ritorno del regista di Spider-Man nella scuderia Marvel. Ma come sarà questo Multiverso in chiave Raimi?

L’attesa è finita, e finalmente Doctor Strange nel Multiverso della Follia è arrivato nelle sale. Ma non è solo per il contenuto potenzialmente “esplosivo” del nuovo film dei Marvel Studios che gli appassionati attendevano con grandissimo hype questa pellicola – quali personaggi dal Multiverso Marvel faranno la loro comparsa? E cosa vorrà dire questo per il futuro del MCU? – ma anche e soprattutto perché il sequel di Doctor Strange segna un grande ritorno cinematografico, quello di Sam Raimi.

Ci sono alte probabilità che i fan Marvel di lunga data vi indicheranno uno tra Spider-Man e Spider-Man 2 (il 3 facciamo finta di niente per ovvie ragioni) come il loro preferito tra i cinecomic della Casa delle Idee, ed è con questa mentalità che in molti si recheranno al cinema per vedere quale sarà il risultato di questo connubio forse inaspettato all’epoca dell’annuncio (quando Scott Derrickson decise di abbandonare la regia di Multiverse of Madness), ma in realtà più sensato di quanto si potesse pensare.

E vediamo allora dove ci porta il viaggio attraverso il Multiverso targato Raimi (e Michael Waldron, sceneggiatore che si è occupato anche della serie tv di Disney+ Loki), un Multiverso segnato da forti sentimenti e che dovrà avere a che fare con le conseguenze delle azioni (e reazioni) dei singoli individui che lo popolano, quale che sia la versione che si presenta dinnanzi a noi in quel momento.

Come sapevamo già anche dalle informazioni condivise dagli Studios sul film, e senza spoilerarvi troppo sul contenuto, ne Il Multiverso della Follia Strange e gli altri si ritroveranno a viaggiare per il Multiverso grazie all’abilità di America Chavez (una Xochitl Gomez che si inserisce già alla perfezione nel roster del MCU), ovvero quella di creare portali che rendono possibile il passaggio da un universo all’altro.

La pellicola si apre in medias res, per cui veniamo subito catapultati nel bel mezzo dell’azione. Azione che però sembra riguardare un altro Strange di un differente universo… Almeno fino a quando questi eventi non porteranno all’incontro tra i nostri protagonisti. Dopo aver fatto il punto della situazione, tuttavia, e aver compreso l’entità del problema, si rende necessario chiedere l’aiuto di qualcuno dotato di grandi poteri per contrastare l’incombente minaccia. E si dia il caso che un certo Avenger sia disponibile… Ma non tutto andrà come sperato.

Riprendendo direttamente il filo da WandaVision, Waldron e Raimi inseriscono il personaggio di Wanda Maximoff/Scarlet Witch (interpretato ancora una volta da una brillante Elizabeth Olsen che sa perfettamente come giocare con le nostre emozioni) nell’azione facendo perno sui traumi e i dolori che l’hanno accompagnata fino a quel momento, decidendo di sfruttarli per dare al personaggio una svolta più dark (e in un certo senso agendo anche di comodo).

Il percorso psicologico di Wanda sarà dunque una componente fondamentale del film, come di contro lo sarà quello di Stephen Strange, proprio come anticipato dagli attori nelle varie interviste. Se poi ci aggiungiamo una prima comparsa dell’archetipico viaggio dell’eroe anche per America Chavez, di character development in questo film non ne sentiamo affatto la mancanza, sebbene in alcuni casi riesca meglio che in altri. Peccato che la cornice in cui avvenga il tutto non sia esattamente delle più chiare e cristalline, e distolga spesso l’attenzione dal resto.

È facile infatti perdersi in quel turbinio di psichedelici colori che cozzano volutamente con le tinte horror di cui fa spesso uso Raimi (e, d’altronde, come non potrebbe visto il suo background e l’assist fornitogli dalla serie animata What If…?). Per quanto riguarda il confezionamento di Multiverse of Madness, sembra proprio di essere tornati indietro nel tempo, a quei primi anni 2000 tanto cari al regista, che impregnano sotto più aspetti la pellicola (il che potrebbe essere visto sia come punto a favore che a sfavore, a vostra discrezione).

Con l’aiuto del compositore Danny Elfman, Raimi evoca dunque (ormai) antichi sapori, li mischia allo stile Marvel Studios, e dà un’impronta ben precisa a qesto nuovo capitolo della saga dello Stregone Supremo (anzi, ex, inchinatevi e portate rispetto a Wong, mi raccomando). Un’impronta che per certi versi può sembrare un po’ antiquata, superata, ma per altri può far contenti gli amanti di quel modo di fare cinema che tanto pareva esser mancato a molti spettatori, e che cerca comunque di rinnovarsi con trovate che deNotano (la maiuscola è voluta, capirete perché guardando una particolare sequenza del film) un lavoro di fantasia e creatività davvero non da poco.

Non siamo di fronte a un film perfetto, tutt’altro. Abbiamo eccessi a destra e sinistra, tempi sballati (e questo è uno di quei pochi casi in cui forse avrebbe giovato andare anche oltre con il minutaggio), a volte un surplus di momenti didascalici e un amalgama non sempre accurato degli elementi in gioco. Ma l’intenzionalità dietro gran parte di tutto ciò non potrebbe essere più lampante, ed è dunque una precisa scelta creativa quella che ci troviamo a commentare e quindi giudicare.

E se la storia ci ha insegnato qualcosa è che spesso questi non sono fattori decisivi, o lo sono in maniera del tutto inaspettata, nel far rientrare un prodotto nella colonnina dei preferiti di ognuno. E qualcosa ci dice che Doctor Strange nel Multiverso della Follia potrebbe essere catalogabile in quella stessa colonnina per molti di voi.

Doctor Strange nel Multiverso della Follia è dal 4 maggio al cinema.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Doctor Strange in the Multiverse of Madness

Durata: 127'

Data D'Uscita: 4 maggio 2022

Regia: Sam Raimi

Con: 

Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen,
Benedict Wong, Xochitl Gomez 

Distribuzione: Disney

Materiali Stampa: Disney 

Animali Fantastici: I Segreti di Silente – La Recensione

Si torna ancora una volta a Hogwarts a respirare magia e avventura, ma ci facciamo anche un bel viaggetto in giro per il mondo con il terzo capitolo della saga prequel, Animali Fantastici: I Segreti di Silente. Voi avete già attivato la vostra Passaporta?

Dopo tanto penare, tra una vicissutidine e l’altra, tra una pandemia qui e un recasting lì, finalmente il terzo film di Animali Fantastici ha visto la luce… E il necessario e auspicabile buio della sala non appena il mondo esterno si oscura, e sullo schermo arriva quello di fantasia.

Ma l’attesa è valsa la pena, si staranno probabilmente chiedendo tutti? Animali Fantastici: I Segreti di Silente ci restituisce la magia di cui avevamo tanta nostalgia? È difficile dare una risposta secca, tendente all’uno o all’altro estremo, ma andiamo per gradi.

Il terzo capitolo delle avventure del Magizoologo Newt Scamander, un po’ come il secondo, è ancora poco fedele a tale descrizione, ma a differenza del precedente vede tornare in primo piano l’importanza delle creature magiche per la trama (non potrete non amare alcune delle bestiolione mitologiche che saranno presentate nella pellicola), e la conoscenza in materia di Newt risulta fondamentale per il suo svolgimento. Inoltre, sebbene la pellicola si focalizzi in gran parte su Silente e Grindelwald (dei fantastici Jude Law e Mads Mikkelsen, che oltre a poter vantare delle ottime interpretazioni singole, brillano anche in quanto a chimica per quel che concerne le loro interazioni sullo schermo), ogni personaggio sembra trovare il suo spazio, inclusi ovviamente i due fratelli Scamander (Eddie Redmayne e Callum Turner, altra accoppiata vincente).

Si viene infatti a creare un vero e proprio Esercito di Silente, che dovrà cercare di contrastare il terrore crescente nel mondo magico, l’ascesa al potere di Gellert Grindelwald. Ma come fare se colui che si ha davanti è in grado di prevedere le mosse dell’avversario? Con una serie di azioni e controreazioni più o meno giustificabili ai fini della storia, alcune intese più per il puro intrattenimento dello spettatore e, forse, anche per allungare il proverbiale brodo (ricordiamoci che siamo a quota tre di cinque film programmati) che altro. Queste vanno con successi alterni a condizionare lo stato d’animo dello spettatore, il quale si ritrova a ridere di gusto in alcune istanze, e carico d’angoscia (e forse in alcuni casi anche un po’ perplesso) in quelle successive, in un maggiore alternarsi di momenti comici e drammatici rispetto a quanto riscontrato ne I Crimini di Grindelwald.

D’altronde è abbastanza evidente a questo punto come, più che negli altri capitoli, e probabilmente grazie alla presenza di Steve Kloves (lo sceneggiatore della saga madre, che qui si affianca alla Rowling nella scrittura del copione), si ritorni a respirare l’aria dei primi film di Harry Potter, sebbene questi rimangano fortemente distinti dai nuovi viaggi per il Wizarding World.

Non spicca invece l’impronta registica di David Yates, che come al solito lascia parlare maggiormente gli interpreti e il dipartimento tecnico (scenografie, costumi, effetti speciali rimangono un punto di forza della saga), ma non per questo viene meno il proposito di dotare di un manto contemporaneo il prodotto e calare la pellicola nell’attualità riprendendo temi e atmosfere che soprattutto in questo periodo storico ci sembreranno alquanto familiari, proprio come è accaduto in passato (non dimentichiamoci, in fondo, in che epoca è ambientato il film).

Inoltre, ne I Segreti di Silente, come da titolo, ci viene finalmente data qualche risposta in merito alla famiglia del mago più rispettato del mondo magico, nonostante rimangano ancora aperte delle questioni che, presumibilmente, verranno affrontate poi nei restanti due film (il cui tema centrale è però ancora tutto da scoprire, e una volta terminata la visione della pellicola capirete perché). Che poi tali risposte possano piacere o meno, soprattutto ai fan di lunga data di Harry Potter, beh, questo è un altro discorso.

In generale, I Segreti di Silente rimane abbastanza in linea con i precedenti capitoli della saga e, come gli altri due, risulta probabilmente di maggiore godibilità se cerchiamo di dimenticarci per un paio d’ore di ciò che è canon e cosa no, di retcon e recast, anacronismi ed eventuali sbavature di scrittura, che per quanto importanti possano essere nel grande schema delle cose, a volte possono anche passare in secondo piano… Almeno fino alla fine dei titoli di coda.

Animali Fantastici: I Segreti di Silente sarà dal 13 aprile al cinema.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Fantastic Beasts: The Secrets of Dumbledore

Durata: 142'

Data D'Uscita: 13 aprile 2022

Regia: David Yates

Con: 

Eddie Redmayne, Jude Law,
Mads Mikkelsen, Dan Fogler,
Callum Turner, Ezra Miller, 
Alison Sudol, Jessica Williams

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Materiali Stampa: Warner Bros. Italia