Honey Boy – #RFF14

Dopo essere stato presentato al Sundence Film Festival, è approdato anche alla Festa del Cinema di Roma il doloroso viaggio esistenziale di Shia LaBeouf; un ulteriore film che ci catapulta nelle difficili meccaniche familiari, filtrate per di più attraverso uno sguardo lucido prodotto da una rielaborazione “adulta” della propria infanzia. 

Potremmo definirlo un racconto di (de)formazione, il suo: un attore, Otis Lort (interpretato da Lucas Hedges, ormai collaudato per quanto riguarda determinati ruoli emotivamente complessi) è reduce da un grave crollo emotivo, in seguito al quale gli verrà consigliato di affrontare i suoi traumi passati ripercorrendo per l’appunto la storia della sua infanzia.

Pur attraverso nomi di fantasia (e look di fantasia, se vogliamo andare ad osservare l’aspetto à la David Foster Wallace dato al personaggio del padre) possiamo parlare tranquillamente di un biopic, che a differenza dei recenti ed innumerevoli esempi relativi al Genere, preme esattamente nel punto in cui la ferita fa più male; del resto, altro non è che una dolorosa operazione di catarsi, per LaBeouf, che non ha certo avuto quella che si definisce un’infanzia felice.

Un Otis ormai adulto, quindi, scava a fondo con grande difficoltà, per ritrovare quel bambino che era stato (interpretato dal piccolo ma già promettente Noah Jupe). 

In realtà, tra una carriera attoriale partita prestissimo e un padre pieno di problemi, inaffidabile, che sembra occuparsi di lui con l’unico scopo di ricavare un guadagno, Otis(/Shia) non ha forse mai avuto quella che si definisce un’infanzia; altresì, non è difficile da credere che, per l’attore, la parte più difficile debba essere stata quella di interpretare il ruolo stesso del padre.

Un padre che, in stranianti attimi di lucidità (momenti in cui lo chiamava “honey boy”), sembra davvero cercare disperatamente di essere quel padre che non in realtà non è mai stato; ed è molto sensibile in questo, Shia LaBeouf, cancellando qualsiasi parvenza di vittimismo e anzi, cercando di sondare le verità ultime di una figura genitoriale che ha lasciato tremendi segni in lui e nella sua psiche. 

Nella messa in scena, si tratta di un film dall’estetica tanto formale quanto indie, che nasconde la dimestichezza nell’ambiente “videoclipparo” di Alma Har’el, e permette al pubblico di conoscere, nella sua intimità, l’essenza di uno tra gli attori più controversi di sempre, scavando a fondo,  Honey Boy non si perde in sterili aneddoti, lacrime facili o agiografia spicciola, anzi, vuole solo disinnescare quella nube tossica che accompagna LaBeouf da un’intera esistenza. 

Cristiana Carta

Antigone – #RFF14

All’ultima  Festa del Cinema di Roma sembra essersi fatto largo in maniera importante tutto un immaginario che affronta, analizza, distrugge, ricompone e contempla le mille sfaccettature dei meccanismi interni al nucleo familiare. Uno dei film in grado di colpire a fondo in questo senso è stato proprio Antigone, che non a caso, fin dal nome, attinge a piene mani da una storia antica come l’umanità stessa.

Antigone (Nahéma Ricci) è la nostra protagonista, una ragazza emigrata in Canada con la famiglia (o comunque ciò che ne è rimasto): la nonna, la sorella e i due fratelli, Polynice ed Eteocle, che si occupano del sostentamento di tutti avendo cura di non specificare mai in che modo. Ci vuol poco prima che la polizia arrivi a Polynice, ed Eteocle, il fratello maggiore, il pilastro, pagherà con la vita il tentativo di proteggerlo. 

È una storia comune, in fondo, di giustizia fittizia e giustizia negata, e di quelle poche volte in cui qualche folle decide di voler aggiustare questo meccanismo malandato obbedendo alle leggi del cuore (“Mon coeur me dit…”); con una determinazione che solo il bene più incondizionato e puro può infondere, Antigone si farà simbolo e portavoce di riscatto, dignità e clemenza redentrice, per tutte le vite freddamente spezzate o recluse. 

Con l’immediatezza con l’immediatezza figlia della nostra contemporaneità, l’opinione pubblica si mobilita, e ci scorrono davanti i messaggi solidali dalle persone più disparate, che si uniscono per dare vita ad un coro (come da tradizione del teatro greco), un coro del nuovo millennio, che trova il suo ambiente di risonanza all’interno dei social network.

Ecco dove la monumentale opera di Sofocle, il suo mito universale, si fa pop, senza mai smarrire la forza comunicativa, anzi ribadendo una volta di più come gli agenti scatenanti dell’animo umano siano sempre e per sempre gli stessi. Davanti all’irruenza – all’irrazionalità se vogliamo – di un legame come quello fraterno, nulla può il raziocinio asettico della verità istituzionale, oggi come millenni fa.

Non si può in alcun modo restare indifferenti davanti alla profondità degli occhi di Antigone, davanti alla sua fragilità nascosta sotto una felpa oversize e all’immensa risolutezza che forma il nucleo di questa eroina tragica – che si mostra stratificata, eppure sempre così limpida. 

Nahéma Ricci è sicuramente l’attrice grande rivelazione, così come una grande rivelazione è stata Sophie Deraspe, con una regia che ha colto in pieno l’essenza eterna dei terremoti emotivi, “strappandoli” all’antichità per adattarli in un contesto che è a noi vicino e ci parla in maniera più diretta – dando a questa straziante ricerca di un’umanità perduta la giusta potenza.

Cristiana Carta

Motherless Brooklyn- #RFF14

La 14a edizione della Festa del Cinema di Roma apre in maniera ufficiale le danze portando un piccolo gioiellino, che vede Edward Norton per la seconda volta (e dopo quasi vent’anni) dietro la macchina da presa.

New York anni ‘50, Jazz e atmosfere soffuse ci portano dritti all’interno di una classica Detective Story coi toni del noir; in questo contesto incontriamo il nostro protagonista: Lionel (interpretato dallo stesso Norton). È senz’altro un tizio peculiare, Lionel, che sembra esserci finito per caso in questo ambiente fatto di intercettazioni, pedinamenti e gente poco raccomandabile; a caratterizzare qualsiasi suo stato d’animo così come qualsiasi sua reazione al mondo esterno è la sindrome di Tourette, un disturbo  che comporta  manie ossessivo-compulsive unite a dei numerosi tic involontari (spesso sotto forma di colorite frasi oscene).

Frank Minna (Bruce Willis) è l’uomo che lo ha raccolto quando era un ragazzino orfano, rendendolo poi parte della sua “squadra investigativa” e assumendo per lui il ruolo di figura tutelare, ma Minna muore in circostanze tragiche, e Lionel dovrà risolvere una brutta faccenda rimasta in sospeso; ma forse ha ancor più bisogno di risolvere sé stesso, reso un puzzle distorto di emozioni dalla morte del mentore.

“Motherless Brooklyn” è il soprannome affibbiato a Lionel; non è un caso che ad essere “orfani”, senza una guida e senza un punto fermo, siano sia l’uomo che la città, una città che ormai si trova in mano ad amministrazioni corrotte e meschine; così, nei club fumosi dei bassifondi di Brooklyn,  l’investigatore dai mille tic arriverà a capo di una faccenda più grande di quanto si potesse pensare, che vede coinvolta suo malgrado la bella attivista Laura Rose (Gugu Mbatha-Raw)…

Tra un’imprecazione e un improvviso movimento convulso, tra quei “If!” ripetuti ossessivamente (“Se”, “se”, e se…) si disvela una disarmante, straziante dolcezza, fatta di sguardi teneri, e di un bisogno costante di chiedere perdono per la sua condizione, che fa eco ad un disperato bisogno di essere accettato e tollerato; quella di Lionel è un’anima che si svela come non mai in quel ballo con Laura, proprio lì, in quel locale, in quel momento, dove i suoi tic e le sue manie sembra quasi poterli dimenticare.

Norton si è voluto ritagliare in questa pellicola un personaggio articolato, un personaggio indimenticabile, con un cuore talmente bello e puro che rende impossibile non affezionarsi; ma  sarebbe ingiusto non menzionare, nell’ottimo cast, Alec Baldwin, col ruolo del ministro Moses Randolph: si trova certamente a suo agio nei panni del politicante tarchiato e pieno di arroganza, pronto a dire qualsiasi assurdità per raggiungere lo scopo (come non ricordare le sue imitazioni di un certo Donald…).

Motherless Brooklyn è davvero una pellicola-gioiello, impreziosita da una colonna sonora che si fa apoteosi di quel cool jazz da bassifondi tipico dei film di genere, ma sarà Daily Battles (composta da Thom Yorke in collaborazione con Flea), senza dubbio alcuno, a rimanere nella vostra testa e nel vostro cuore.

Cristiana Carta

Rocketman – L’Edizione Home Video Del Musical Fantasy Dell’Anno

Rocketman

Sentivo la canzone già in testa: era lì, vedevo tutte le note… È bastata tirarla fuori.

E voi, sentite già le note dei più celebri successi di Elton John entrarvi nella testa?

Qualunque sia la risposta, sappiate che l’edizione home video di Rocketman porterà a un solo risultato: karaoke a ogni ora del giorno e della notte.

Dal 2 ottobre 2019, grazie a Universal Pictures Home Entertainment Italia, sarà possibile acquistare la pellicola diretta da Dexter Fletcher e interpretata da Taron Egerton, Rocketman, in versione Dvd, Blu-Ray e Blu-ray Steelbook.

In formato panoramico ad Alta Definizione (2.39:1) Letterbox, e con tracce audio Inglese Dolby Atmos/Italiano, Francese, Tedesco, Spagnolo, Turco Dolby Digital 5.1 Surround (e sottotitoli disponibili in Italiano, Inglese, Danese, Olandese, Finlandese, Francese, Tedesco, Norvegese, Spagnolo, Svedese, Turco) mettendo su il Blu-Ray di Rocketman, sarà come avere un piccolo palcoscenico in casa propria.

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Non ci vorrà molto affinchè vi addentriate, assieme al piccolo Reggie, che crescerà fino a diventare il leggendario Elton, in una caleidoscopica avventura musicale. Musica, coreografie, costumi rocamboleschi, ma anche risate e drammi in unica esperienza audiovisiva che ripercorre la vita del cantante britannico.

Tra una Tiny Dancer e una Your Song, una Don’t Go Breaking My Heart e una Goodbye Yellow Brick Road, potrete rivivere le fasi costituenti della persona e del personaggio di Elton John, attivamente coinvolto anche nella produzione del film, di cui vi avevamo già parlato in occasione della sua uscita in sala.

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Numerosi sono i contenuti speciali dell’edizione Blu-Ray, di cui qui vi offriamo una panoramica.

 

Contenuti Speciali Blu-Ray

 

Numeri musicali prolungati

Le versioni integrali di tutte le performance musicali del film.

Scene eliminate e versioni lunghe

Anche qui troviamo la versione estesa di alcune scene, a cui si aggiunge un certo numero di scene inedite.

Visione creativa

«Sarà un’avventura incredibile» prevede (correttamente) il personaggio di Richard Madden.

Un progetto lungo 10 anni ha infatti portato alla realizzazione di Rocketman, che non doveva essere un semplice biopic.  «Volevo qualcosa che catturasse lo spirito della mia vita, non un biopic. Qualcosa di divertente, non troppo serio, che avesse il giusto equilibrio» spiega Sir Elton John nella featurette.

La sceneggiatura di Lee Hall era pronta da parecchio, si doveva solo trovare il team giusto.  «C’era bisogno di qualcuno che riuscisse a raccontare cose di una figura che pensiamo di conoscere» elabora il regista del film, Dexter Fletcher

Così si è riformato il team dietro Eddie The Eagle, ovvero Dexter Fletcher al timone della pellicola, e Taron Egerton star assoluta.

«Nella mia carriera ci sono stati alti e bassi, con alti altissimi e bassi bassissimi» racconta il cantante, che dovendo scegliere quale versione far vedere al pubblico, ha preferito mostrare quella più onesta.  «[Nel film vediamo] i periodi difficili, e quelli più belli. Il risultato derivato dal non avere nessun equilibrio nella mia vita».

E quella che ne è venuta fuori è, nello stile, una versione fantasy della sua vita, più grande e più sfarzosa che mai.

A fantasy version of his life. Larger than life.

Diventare Elton John, la trasformazione di Taron

Trovare la persona giusta per interpretare un’icona della musica e dello spettacolo come Elton John, ma anche la persona che vi è detro, era essenziale per la riuscita del film.

«Diventare qualcuno che è famoso è difficile» commenta John«La cosa più ardua che abbia fatto» conferma Egerton nel video, aggiungendo che i brani dell’artista hanno accompagnato e definito dei momenti della vita delle persone.

Ma l’attore che dà vita a John sullo schermo riceve grandi lodi da chiunque fosse sul set (e non solo): «Taron, la sua vulnerabilità è lì, non deve sforzarsi di farla vedere» commenta Dexter Fletcher.

Egerton, già versato in ambito musicale, si è esercitato lungamente per il ruolo, raggiungendo una padronanza di toni vocali, movenze e comportamenti davvero impressionante. «Taron ha una predisposizione naturale per la musica. C’è stata una connessione istantanea [con il personaggio]» rammenta Michael L. Roberts, pianista e vocal coach del film.

«Se parlavi con lui, nei suoi occhi vedevi Taron, ma una volta davanti la telecamera diventava proprio Elton» aggiunge Lizzie Yanni Georgiou, make up e hair designer addetta a trucco e parrucco sul set.

Leggendario: scenografie e costumi

In questa featurette, sono scenari e abbigliamento ad essere sotto i riflettori.

«Mi hanno dato quasi carta bianca per portare sullo schermo la mia visione. Ho cercato di stimolare loro e me stesso per tutto il tempo» rivela Fletcher, mentre Marcus Rowland, production designer del film, spiega come l’idea alla base dello script fosse Elton che ripensa alla sua vita: «È il sapore della sua vita [che volevamo rendere]».

Avendo una visione più soggettiva della storia, si gode di una maggiore maggiore libertà in termini di scelte creative, come ci tiene a sottolineare anche Julian Day, il costume designer: «Non è il solito bipic, è un musical fantasy. Ci si può sbizzarire!»

Ma i costumi, la musica, le scenografie, seguono tutti la crescita di Elton, che passa da uno stadio all’altro della sua vita; tutto si sposa alla perfezione.

A tutta forza! La messinscena dei numeri musicali

In un’opera del genere, però, è la musica a farla da padrona.

 «Quando definisci il genere del film, quello poi deve essere il meglio di quel genere» afferma il produttore Matthew Vaughn.

Ma musica e storia devono andare di pari passo, come in Singing in the Rain, uno dei film preferiti di Fletcher, in cui è la combinazione di canzoni e immagini a creare la magia.  Secondo Bennie Taupin, i brani a disposizione del film, con la loro forte caratteristica cinematografica, formavano da soli dei brevi racconti.

E con il benestare dell’autore originale, il team creativo-produttivo ha lavorato incessantemente per donare dinamicità alla pellicola attraverso un’unione di più stili, ma rimanendo sempre fedeli all’identità di John.

La musica reinterpretata. Le sessioni in studio

Ed è stato proprio John a dire a Taron di seguire la propria strada: «L’ho sentito cantare un paio di canzoni, ed era fantastico. Non c’è bisogno del mio intervento».

L’imperativo quindi, per Egerton, era quello di non focalizzarsi sull’imitazione del cantante, ma di realizzarne una propria, personale versione.

«Taron, non essere Elton, evoca la storia e il personaggio a modo tuo».

E l’attore, dal canto suo, si è detto estremamente orgoglioso della fiducia riposta in lui da Elton, e da come gli abbia dato il permesso di reinterpretare la sua musca.

I testi delle canzoni di Rocketman

Questa featurette prevede la versione karaoke del film  e il karaoke delle singole canzoni tratte dalla pellicola.

Il Jukebox di Rocketman

Singole scene con performance musicali.

Siete pronti, allora, a premere il tasto play?

 

Laura Silvestri

 


Info



Titolo: Rocketman



Durata: 121'



Data di Uscita HV: 2 ottobre 2019



Regia: Dexter Fletcher



Con:


Taron Egerton, Richard Madden


Bryce Dallas Howard, Jamie Bell 



Distribuzione: 
Universal Pictures Home Entertainment Italia

 

Gemini Man – La Recensione

Non è mai facile accettare di essere invecchiati

Henry Brogan è uno dei migliori cecchini in circolazione, se non il migliore in assoluto, e storico collaboratore della DIA. Quando però decide di abbandonare la “professione”, e ritirarsi finalmente in pensione, le cose non vanno come vorrebbe; sarà tenuto costantemente sotto controllo, e qualcuno a lui molto, molto familiare tenterà addirittura di fermarlo… per sempre.

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Dal regista più volte premio Oscar, Ang Lee (La tigre e il dragone, I segreti di Brokeback Mountain, Vita di Pi) arriva nelle sale una pellicola estremamente ambiziosa dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, che ha visto una produzione lunga più di vent’anni; nato da un’idea di Darren Lemke nel 1997, a produrre il film sarebbe dovuta essere la Walt Disney Pictures, sotto la regia di Tony Scott, ma i tempi troppo lunghi nel perfezionamento della computer grafica avevano portato il progetto a sfumare. Non sembra quindi un caso che il ritmo dato all’opera definitiva si rifaccia agli action movies  di fine anni ‘90, più caciaroni e “tamarri”, che studiati.

L’ambizione dal punto di vista tecnico non fa seguito ad una eguale ambizione nello sviluppo dell’intreccio, tant’è che la storia raccontata non ha particolari picchi di originalità o brillantezza. Il nostro protagonista è Henry Brogan (Will Smith), il miglior sicario arruolato nella DIA (Defense Intelligence Agency), capace di centrare il bersaglio da distanze e velocità inimmaginabili; ad ormai cinquantun anni, però, non se la sente più di vestire i panni del killer governativo, ancor più se le sue mansioni non sembrano servire una giusta causa. 

Henry comunica le sue intenzioni di voler andare in pensione, ma i suoi superiori hanno ben altri piani per lui; si accorge presto di essere tenuto sott’occhio da un agente che finge di essere una studentessa, Danny (Mary Elizabeth Winstead) e fino a qui le cose sembrano abbastanza chiare, il governo preferisce averlo ancora in servizio. A complicare presto le cose un misterioso individuo, che tenta a più riprese di eliminare l’uomo con svariate decine di morti sulla coscienza; chi può essere in grado di uccidere il più letale assassino se non una sua esatta replica più giovane?

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Girato in 3D+ con un impressionante Frame Rate di 120 FPS (fotogrammi al secondo), Gemini Man punta proprio tutto sull’impatto visivo, con una tecnica che ha reso possibile la riproduzione interamente al computer una versione del “principe di Bel Air” più giovane di vent’anni. anche su questo frangente, però, alcune note sembrano necessarie: sì perché l’effetto scaturito dal “clone” è più inquietante che strabiliante. I movimenti di macchina rendono, legati alla tecnologia avanzata insieme alla natura action\sci-fi  del film, l’idea e la sensazione di trovarsi catapultati all’interno di un videogioco (poco allettante per chi vorrebbe una “sana” esperienza cinematografica).

I personaggi finiscono per non essere sviluppati a dovere, nonostante le premesse. Il tema del doppio, d’altronde, è stato sfruttato in qualsiasi sua sfaccettatura, ma il discorso esistenziale in relazione a ciò che si è stati in gioventù meritava certamente di meglio. Henry Brogan ed Henry Brogan Jr. sembrano essere perfettamente uguali ma solo fisicamente; le differenze sono imputabili alla differenza di educazione, ma è soprattutto l’esperienza, a contrastare con l’evidende ingenuità e l’incertezza del duplicato. A chiudere il tutto un finale più dolciastro del fondo di una ciotola piena di pop corn al caramello.

Al di là dell’innegabile maestria registica, Gemini man sembra quasi non avere alcuna parentela con i lavori precedenti di Ang Lee, spesso in grado di regalare grandi emozioni; e si può tranquillamente dire che non sia stato un progetto molto sentito, da parte del regista. A dimostrazione di come la tecnologia più avanzata non sia sempre sinonimo di qualità.

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Gemini Man sarà dal 10 ottobre al cinema.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Gemini Man

Durata: 117’

Data di Uscita: 10 Ottobre 2019

Regia: Ang Lee

Con: 

Will Smith, Clive Owen, 

Mary Elizabeth Winstead, Benedict Wong

Distribuzione: 20th Century Fox

Klaus – I Segreti Del Natale — Il Primo Film D’Animazione Di Netflix

Netflix presenta il suo primo film d’animazione, Klaus – I Segreti Del Natale, diretto da Sergio Pablos e disponibile globalmente dal 15 novembre.

Scritto da Sergio Pablos, Zach Lewis e Jim Mahoney e con protagoniste le voci di  Jason Schwartzman, JK Simmons, Norm MacDonald, Rashida Jones e Joan Cusack, Klaus vi “concerà per le feste”. Letteralmente.

Sinossi

“Jesper, il peggior studente dell’Accademia delle Poste, viene spedito su un’isola ghiacchiata, oltre il Circolo Polare Artico dove la gente del posto fatica a scambiare qualche parola e tanto meno lettere. Jesper sta per arrendersi quando trova un’alleata in Alva, un’insegnante del posto, e incontra Klaus, un misterioso falegname che vive da solo in una baita piena di giocattoli realizzati a mano. Queste improbabili amicizie sapranno riportare l’allegria a Smeerensburg ricreando anche una nuova tradizione fatta di generosità, magia e calze appese al camino con cura”.

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Laura Silvestri

Materiali Stampa: Netflix Italia

Doom Patrol – La Recensione

Eroi per caso

Nel caso in cui non fossero bastati circa 120 minuti per affezionarvi ai nuovi supereroi più disadattati del mondo dello streaming, siate certi che l’ascolto di Lazarus nei minuti finali della seconda puntata di Doom Patrol vi farà ricredere. Abbandoniamo per un momento le note dolenti di Dawid Bowie, riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro. 

A partire dal 7 Ottobre, Amazon Prime Video arricchirà il proprio catalogo attraverso la distribuzione della prima stagione di Doom Patrol. La serie è uno spin-off di Titans, è stata prodotta da Greg Berlanti e segue le vicende di un gruppo di supereroi e di metaumani che vengono emarginati non tanto per il loro potere quanto per il loro aspetto. La Doom Patrol è composta da Robotman, Negative Man, Elasti-Woman, Crazy Jane e Cyborg: il primo è un ex pilota di auto da corsa, il cui cervello è stato innestato in un corpo robotico dopo che un incidente ha distrutto il suo; Negative Man è stato investito da un flusso di energia negativa e vive avvolto tra le bende; Elasti-Woman è un’ex attrice che è stata esposta ad un gas tossico e ha sviluppato il potere di allungarsi, rimpicciolirsi e di assumere strane forme – tra cui quella di un peculiare blob melmoso -; Crazy Jane ha 64 personalità distinte, ognuna delle quali ha un suo superpotere; infine, Cyborg è mezzo umano e mezzo macchina. 

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La carne al fuoco è tanta ma, nonostante ciò, le prime due puntate dello show riescono a muoversi con particolare abilità tra le vestigia tragiche di Titans ed i toni canzonatori di Deadpool, senza mai dimenticare il seminale Watchmen di Zack Snyder. Doom Patrol è narrata dal personaggio che si scoprirà essere il villain della serie e utilizza l’abbondante libertà espressiva con l’obiettivo di alleggerire i toni crepuscolari affidandosi alle sue battute argute e divertenti. 

Entrando nel dettaglio, il primo episodio, Pilot, presenta il gruppo di supereroi. Cliff Steele (aka Robotman) è interpretato da Brendan Fraser che, grazie al suo aspetto poco curato e al tono di voce particolarmente caratterizzato, riesce a conferire un autentico spessore emotivo al suo personaggio. Probabilmente, Steele è il più umano tra i caratteri portati in scena durante questi due primi episodi. Oltre ad ogni sensazione umana legata ai cinque sensi, l’uomo ha perso anche la memoria e prova a ricostruire il proprio passato ed i rapporti con la sua famiglia. Il resto dei primi 60 minuti trascorre in modo abbastanza manualistico, concedendo ad ogni personaggio il palcoscenico e gettando un po’ di scompiglio nei confronti di questa struttura abbastanza macchinosa attraverso la creazione di una serie di situazioni peculiari che contribuiscono a creare quell’atmosfera di eccentricità che, in fin dei conti, rende l’episodio più che godibile. 

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Il secondo episodio, Donkey Patrol, approfondisce il lato più strano e doloroso legato al dono dei superpoteri. Mai come altrove, infatti, i protagonisti di questa serie del DC Universe subiscono i lati negativi delle loro capacità, che ridefiniscono i loro caratteri per analogia o contrappasso. Il conflitto interiore che mina le psicologie del gruppo si allarga a dismisura e si trasforma in un gigantesco buco nero che minaccia di inghiottire le vite dei personaggi. 

Il risultato raggiunto da questi primi due episodi è buono. Se dal terzo episodio in poi, la serie riuscirà a contenere la deriva estetizzante e a favorire ulteriormente l’identificazione tra personaggi umani (troppo umani) e gli spettatori, senza dubbio, potremo dire che di passi avanti ne sono stati fatti. Porre l’obiettivo, appunto, su Lazarus, come suggerisce il finale della seconda puntata, nasconde in sè la chiave per la costruzione di un racconto in grado di evolversi. Altrimenti, ci troveremo alle prese con uno show dalla spiccata weirdness che riesce a fondere problemi esistenziali e momenti canzonatori senza mai scavare davvero nel dramma umano dei personaggi. Insomma, nulla di particolarmente originale sul fronte supereroi. 

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Matteo Marescalco

Info

Titolo originale: Doom Patrol

Durata: 58' x ep

Data di uscita: 7 Ottobre 2019

Regia: Glen Winter, Dermott Downs

Con: 

Diane Guerrero, April Bowlby, 

Joivan Wade, Alan Tudyk, 

Matthew Zuk, Riley Shanahan, 

Timothy Dalton, Brendan Fraser

Distribuzione: Amazon Prime Video