Birds Of Prey – La Recensione

La Mano Vincente

Harley Quinn (Margot Robbie) e il Joker si sono lasciati, e ora che la ragazza non è più sotto la protezione di quest’ultimo, tutta Gotham le dà la caccia, inclusi il magnate figlio di papà Roman Sionis (Black Mask) e la detective Renee Montoya (Rosie Perez). Intanto, la strada di Harley e quella di altre gentildonne, come Dinah Lance (Jurnee Smollett-Bell), Cassandra Cain (Ella Jay Basco) e Helena Bertinelli (Mary Elizabeth Winstead), si incrociano.

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A differenza di Suicide Squad (2016), Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn) il biglietto del cinema lo vale tutto. Ma perché esordiamo proprio mettendo a paragone i due titoli, oltre che per l’ovvia connessione di fondo? Perché Birds of Prey è tutto quello che il suo “predecessore” non è riuscito ad essere.

Ma non facciamo come Harley, e partiamo dall’inizio. BOP è uno standalone, come ci tengono a precisare i produttori e la regista Cathy Yan, e per questo non vi saranno particolari collegamenti con altri film DC eccetto qualche easter egg e, ovviamente, la situazione di base. Ma non aspettatevi di vedere sullo schermo il Joker di Leto.

Mr J., però, è un tassello importante della pellicola, perché è solo esorcizzandolo e liberandosi della sua ombra che Harley potrà andare avanti per la sua strada. Una strada irta di ostacoli e figure che ce l’hanno a morte con lei per tutto quello che ha combinato sotto l’ala del Clown Prince di Gotham, e che ora non hanno più alcun timore di mostrare tutto il loro rancore nei confronti della Dottoressa.

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E dunque la nostra Harley si ritroverà in un mare di guai, e assieme a lei anche la ladra adolescente Cassandra Cain, la cantante/autista di Sionis Dinah Lance, la detective della polizia di Gotham Renee Montoya e l’assassina solitaria Helena Bertinelli. Oh, e una iena dal nome davvero simpatico (non ve lo spoileriamo).

BOP ci trasporta quindi nuovamente a Gotham, ci mette davanti un gruppo di donne alquanto eterogeneo, accompagnato da una colonna sonora che riprende grandi successi della musica e li rielabora a seconda dell situazione, e con un vivace impianto visivo ci racconta le folli vicende di Harley e compagne. Ma tutto questo non viene mai rappresentato in maniera banale, e soprattutto, ha una sua logica, come un suo tono e una sua estetica.

Per prima cosa, essendo fondamentalmente la storia dell’emancipazione di Harley, come da titolo, il suo è ovviamente il personaggio più sviluppato, e con il carisma della Robbie,  non può che bucare lo schermo. È facile empatizzare con Harleen Francis Quinzel a.k.a. Harley Quinn quando le altre ragazze sparlano di lei; è facile empatizzare con HQ quando cerca conforto e compagnia in un nuovo “animaletto domestico”; è facile empatizzare con HQ quando tutto ciò che vuole è mangiarsi un gustoso panino; e lo è anche quando fa di tutto per salvarsi la pelle.

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Ma, come sostiene la stessa Quinn, Harley non è l’unica donna di Gotham in cerca di emancipazione. E nel presentarci una a una le new entry del film, la Yan riesce a mandare un chiaro messaggio di empowerment femminile, senza mai appesantire il racconto, senza sbandierare l’intento, senza “marciarci sopra”. Tutto ciò che c’è di femminista nella pellicola, non è inserito per puro politically correct o eccessivo zelo, ma è anzi ben congegnato e funzionale alla storia, oltre che di particolare effetto. Basta prendere una Dinah o una Renee per rendersene conto.

Chi, forse, ne esce un po’ malconcio da tutta la vicenda è il Black Mask di McGregor, che nonostante l’ottima interpretazione dell’attore, a volte scade un po’ troppo nella caricatura. Ma è un dettaglio minore, perché riesce comunque a inquietare non poco l’audience nei momenti in cui è richiesto.

A livello visivo, dicevamo, BOP è un trionfo di colori, ma mai usati a caso. Costumi e scenografie sono assolutamente centrati, e calzano a pennello. Le scene d’azione, poi, sono davvero entusiasmanti, con delle sequenze coreografate in maniera estremamente accattivante. Per completare il tutto, una soundtrack che è l’opposto di quella di Suicide Squad, pur avendo portato avanti un’operazione simile (anche se Suicide Squad tentava più di di imitare i Guardiani della Galassia, che di raccontare una storia attraverso la musica): ogni brano è ficcante sia su un piano contenutistico che formale, e coinvolge ancora di più lo spettatore nella vicenda.

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Scanzonato, ma al punto giusto, Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn) fa dunque parte di quella mano vincente – assieme a Wonder Woman e a Shazam! ( e Joker, che però è un discorso un po’ a parte), e si spera alle alle altre pellicole in arrivo – che la DC Films e la Warner Bros. sono riuscite a pescare dal catalogo cinecomic. Il nostro augurio è che il gioco continui in questa direzione.

Dal 6 febbraio al cinema.

Laura Silvestri

Info 

Titolo Originale: Birds Of Prey 

(and the fantabulous emancipation of one Harley Quinn)

Data di Uscita: 6 febbraio 2020

Durata: 109'

Con:

Margot Robbie, Ewan McGregor

Jurnee Smollett-Bell, Mary Elizabeth Winstead

Rosie Perez, Ella Jay Basco

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Gemini Man – La Recensione

Non è mai facile accettare di essere invecchiati

Henry Brogan è uno dei migliori cecchini in circolazione, se non il migliore in assoluto, e storico collaboratore della DIA. Quando però decide di abbandonare la “professione”, e ritirarsi finalmente in pensione, le cose non vanno come vorrebbe; sarà tenuto costantemente sotto controllo, e qualcuno a lui molto, molto familiare tenterà addirittura di fermarlo… per sempre.

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Dal regista più volte premio Oscar, Ang Lee (La tigre e il dragone, I segreti di Brokeback Mountain, Vita di Pi) arriva nelle sale una pellicola estremamente ambiziosa dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, che ha visto una produzione lunga più di vent’anni; nato da un’idea di Darren Lemke nel 1997, a produrre il film sarebbe dovuta essere la Walt Disney Pictures, sotto la regia di Tony Scott, ma i tempi troppo lunghi nel perfezionamento della computer grafica avevano portato il progetto a sfumare. Non sembra quindi un caso che il ritmo dato all’opera definitiva si rifaccia agli action movies  di fine anni ‘90, più caciaroni e “tamarri”, che studiati.

L’ambizione dal punto di vista tecnico non fa seguito ad una eguale ambizione nello sviluppo dell’intreccio, tant’è che la storia raccontata non ha particolari picchi di originalità o brillantezza. Il nostro protagonista è Henry Brogan (Will Smith), il miglior sicario arruolato nella DIA (Defense Intelligence Agency), capace di centrare il bersaglio da distanze e velocità inimmaginabili; ad ormai cinquantun anni, però, non se la sente più di vestire i panni del killer governativo, ancor più se le sue mansioni non sembrano servire una giusta causa. 

Henry comunica le sue intenzioni di voler andare in pensione, ma i suoi superiori hanno ben altri piani per lui; si accorge presto di essere tenuto sott’occhio da un agente che finge di essere una studentessa, Danny (Mary Elizabeth Winstead) e fino a qui le cose sembrano abbastanza chiare, il governo preferisce averlo ancora in servizio. A complicare presto le cose un misterioso individuo, che tenta a più riprese di eliminare l’uomo con svariate decine di morti sulla coscienza; chi può essere in grado di uccidere il più letale assassino se non una sua esatta replica più giovane?

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Girato in 3D+ con un impressionante Frame Rate di 120 FPS (fotogrammi al secondo), Gemini Man punta proprio tutto sull’impatto visivo, con una tecnica che ha reso possibile la riproduzione interamente al computer una versione del “principe di Bel Air” più giovane di vent’anni. anche su questo frangente, però, alcune note sembrano necessarie: sì perché l’effetto scaturito dal “clone” è più inquietante che strabiliante. I movimenti di macchina rendono, legati alla tecnologia avanzata insieme alla natura action\sci-fi  del film, l’idea e la sensazione di trovarsi catapultati all’interno di un videogioco (poco allettante per chi vorrebbe una “sana” esperienza cinematografica).

I personaggi finiscono per non essere sviluppati a dovere, nonostante le premesse. Il tema del doppio, d’altronde, è stato sfruttato in qualsiasi sua sfaccettatura, ma il discorso esistenziale in relazione a ciò che si è stati in gioventù meritava certamente di meglio. Henry Brogan ed Henry Brogan Jr. sembrano essere perfettamente uguali ma solo fisicamente; le differenze sono imputabili alla differenza di educazione, ma è soprattutto l’esperienza, a contrastare con l’evidende ingenuità e l’incertezza del duplicato. A chiudere il tutto un finale più dolciastro del fondo di una ciotola piena di pop corn al caramello.

Al di là dell’innegabile maestria registica, Gemini man sembra quasi non avere alcuna parentela con i lavori precedenti di Ang Lee, spesso in grado di regalare grandi emozioni; e si può tranquillamente dire che non sia stato un progetto molto sentito, da parte del regista. A dimostrazione di come la tecnologia più avanzata non sia sempre sinonimo di qualità.

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Gemini Man sarà dal 10 ottobre al cinema.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Gemini Man

Durata: 117’

Data di Uscita: 10 Ottobre 2019

Regia: Ang Lee

Con: 

Will Smith, Clive Owen, 

Mary Elizabeth Winstead, Benedict Wong

Distribuzione: 20th Century Fox