Le Mans ’66 – La Grande Sfida — La Recensione

La Corsa Del Cuore

Ford v. Ferrari. Piloti v. Corporation. Uomini v. Vita. Le Mans ’66 – La Grande Sfida racconta della vera storia di Carroll Shelby, Ken Miles e la grandiosa quanto imponente gara della 24 ore di Le Mans, il circuito francese di dominio Rosso Ferrari fino all’arrivo dei due nelle scuderie della Ford Motor Company. 

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Prima regola di Le Mans ’66: non serve essere esperti o appassionati di auto e gare automobolistiche per poter amare questo film.

Seconda regola di Le Mans ’66: non ve ne vorrà il vostro orgoglio di italiani se tiferete per le auto Ford invece che per le Ferrari durante la visione della pellicola.

Terza regola di Le Mans ’66: fate come Mollie Miles (Catriona Balfe), prendetevi una bella bibita fresca (o una cioccolata calda, visto anche il periodo dell’anno in cui ci troviamo) e godetevi uno dei migliori film di questo 2019.

Ford v. Ferrari, come è noto in America, non è un semplice lungometraggio pieno di interminabili giri d’auto su una pista, carico di rumori assordanti e dal risultato scontato.  Che amiate o meno l’automobilismo come sport, il film di James Mangold vi intratterrà, vi coinvolgerà, vi sorprenderà e vi farà emozionare in ogni caso.

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Basato sulla vera storia dietro quella peculiare annata che fu il ’66 per la 24 ore di Le Mans, la vicenda con al centro il progettista ed ex-pilota Carroll Shelby (interpretato da un esilarante Matt Damon), il meccanico-pilota Ken Miles – un sempre azzeccatissimo Christian Bale, che come al solito ha dato prova di grande dedizione fisica e mentale nei confronti del ruolo, questa volta perdendo più di 30 chili dopo averne messi su quasi altrettanti per Vice – L’Uomo nell’Ombra solo pochi mesi prima – e le due celebri scuderie rivali, si dipana per 152 minuti che non vengono affatto percepiti come tali.

La chimica tra i due attori è innegabile, e anche le dinamiche tra i due personaggi non si presentano mai come scontate, prevedibili, e certamente si discostano da quelli che potevano sembrare inizialmente i presupposti del film a uno spettatore che non era già a conoscenza dei fatti realmente accaduti.

«Entrambi [Christian e Matt] sono dei tipi davvero tranquilli; amano il loro lavoro, e non lo vedono in qualità di stelle del cinema, ma in qualità di attori. Non ho molta pazienza, né tempo, per stare dietro a dei divi. Ci sono molti attori in questo film, si tratta di un lavoro di squadra, ed è così che anche loro vi si sono approcciati. Sono degli attori davvero generosi, che amano il set e amano il cast. Li conosco entrambi da una ventina d’anni, e mi sono sentito come se stessi girando un film con degli amici» racconta Mangold in conferenza stampa.

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Comicità, dramma, riflessioni, zuffe, prove, riunioni, trasferte, tiri bassi, trovate geniali, e ovviamente corse… Tutto questo e molto altro vanno a formare la ricetta perfetta per infornare una pellicola che, al pari della miglior ciambella, verrà fuori col buco, un buco che si spera verrà riempito dai premi che porterà a casa nell’imminente Awards Season.

L’attenta regia di James Mangold – assieme alla suggestiva fotografia di Phedon Papamichael – imposta perfettamente la narrazione, dando il giusto ritmo alla storia, il giusto respiro ai personaggi, non dimenticandosi mai di concedergli i loro momenti, nemmeno quando si tratta di figure forse tecnicamente secondarie, ma comunque estremamente importanti ai fini della vicenda: Lee Iacocca (Jon Bernthal), Leo Beebe (Josh Lucas), Henry Ford II (Tracy Letts), ma anche Enzo Ferrari (Remo Girone), e ovviamente la già citata Mollie Miles, assieme al piccolo Peter (Noah Jupe), hanno tutti l’occasione di risplendere nelle loro parti, imprimendole nella memoria dello spettatore.

«Interpretare Enzo Ferrari, un personaggio così importante e conosciuto della storia italiana, è stato davvero bello. E sul set le macchine erano tutte ricostruite a grandezza naturale, tutte portate da piloti veri. E anche se non mi conoscevano come attore, quando hanno visto che ero quello che interpretava Enzo Ferrari, hanno tutti voluto fare una foto con me» ricorda Girone, a riprova di quanto un ruolo con alla fin fine uno screen time abbastanza ridotto possa aver comunque lasciato il segno.

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Una corsa sì per la vittoria in pista, quella di Ford v. Ferrari, ma anche e soprattutto per la vittoria del cuore e delle passioni.

Non tergiversate, dunque, e riversatevi in massa nelle sale per vedere sul grande schermo l’epica “Grande Sfida” di cui parla il titolo italiano. Non ve ne pentirete.

Le Mans ’66 – La Grande Sfida sarà al cinema dal 14 Novembre.

Laura Silvestri

 

Info 

Titolo Originale: Ford v. Ferrari

Durata: 152'

Data di Uscita: 14 novembre 2029

Regia: James Mangold 

Con: 

Christian Bale, Matt Damon,

Catriona Balfe, Jon Berrnthal, 

Noah Jupe, Josh Lucas, 

Remo Girone,  Tracy Letts

Distribuzione: 20th Century Fox 

Attraverso i Miei Occhi – La Recensione 

“Sii la persona che il tuo cane crede tu sia” 

Denny è un aspirante automobilista di formula 1, che da’ il massimo per raggiungere risultati soddisfacenti anche facendo grandi sacrifici; si troverà a dover affrontare sacrifici ancor più grandi quando con la sua amata Eve formerà una famiglia… per fortuna c’è il suo cane, Enzo!

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Diciamocelo molto chiaramente: questo è l’anno in cui gli schermi cinematografici sembrano essere ossessionati da narrazioni il cui punto fondamentale si rivela essere lo sguardo verso il passato, con gli occhi di chi è giunto al tramonto della vita, dall’alto di tutte le consapevolezze assimilate nel corso del tempo.

In questo caso il protagonista è nientemeno che un cane, Enzo (doppiato in origine da Kevin Costner, mentre nella versione italiana troviamo Gigi Proietti), che viene adottato da cucciolo, come per volere del destino, da Denny Swift (Milo Ventimiglia), un automobilista in cerca della gara giusta che gli permetta di sfondare nei grossi circuiti (e, come da subito si intuisce, il nome del cane richiama proprio quello di Enzo Ferrari, grandissima ispirazione per lui).

Le cose potrebbero leggermente complicarsi quando nella loro vita entra Eve (Amanda Seyfried); inizialmente, Enzo dimostra un po’ di gelosia nei confronti della “nuova arrivata”, ma arriveranno presto a comporre un vero e proprio nucleo familiare, rafforzato dalla nascita della loro figlioletta, Zoe. Il cane stesso ci narrerà, attraverso i suoi pensieri fuori campo, il suo vissuto, di conseguenza narrandoci quello di Denny, costellato tanto da gioie quanto da occasioni sprecate e decisioni dolorose e sofferte.

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La pellicola è ispirata al romanzo di Garth Stein, best seller del New York Times per ben 40 settimane, “L’arte di correre sotto la pioggia”; correre sotto la pioggia è davvero un’arte a tutti gli effetti e – come Denny insegna – un’arte in cui l’elemento fondamentale è tenere gli occhi sempre oltre la prossima curva, oltre le difficoltà, ed imparare a crearsi “le proprie condizioni”.  

Purtroppo, a non convincere più di tanto è proprio il fatto che le massime di vita del quale il film è imbevuto provengano tutte quante dal voice over del cagnolone di casa: ammette di non saper parlare, ma quello che percepisce lo spettatore è un intelletto fin troppo acuto, un lessico fin troppo forbito, e la pellicola combatte con il rischio di perdere la forza narrativa.

In definitiva, Attraverso i miei occhi può ritenersi una commedia dai toni drammatici abbastanza pregevole, pur nei suoi limiti, leggera e farcita di buoni sentimenti, ma tutt’altro che sciocca; utilizzando a livello metaforico i concetti relativi alle corse automobilistiche, cerca di porre riflessioni sul rimanere sempre concentrati verso i propri obiettivi, sulla fedeltà e sul valore del bene incondizionato e disinteressato.

Conferenza con Gigi Proietti

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Alla conferenza stampa, Gigi Proietti, ci racconta del valore metaforico di questo film, nel quale presta la voce al cane protagonista, il suo rapporto con gli animali (compresi esilaranti aneddoti tra piccioni e merli indiani), con le automobili e dice la sua sull’industria cinematografica odierna.

«Un film metaforico, anche se così commovente. Una metafora che fa capire come sarebbero più facili i rapporti, come in questo tra Enzo e il padrone, in cui c’è soltanto lealtà e fedeltà., la voglia che il proprio amico stia bene, perché bene significa volere per davvero il bene dell’altro»

Scegliendo Proietti hanno dato alla narrazione di questo particolare punto di vista (il cane che per forza di cose non può esprimersi verbalmente), con la sua voce, tutta la saggezza di chi inizia il suo racconto da anziano; lo stesso dichiara però di non sentirsi veramente sicuro di avere questa saggezza: «sarebbe bello se ce l’avessi». 

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Non ci si aspetta che, ad un certo punto, siano i nonni a diventare antagonisti della storia: «è un film indubbiamente originale, come anche il fatto che si parta dalla fine». 

Parlando di doppiaggio: «ci sono state delle grandi voci italiane che, risentendo poi l’attore americano non doppiato, in originale, rimani deluso».

«Io amo molto gli animali”, racconta in seguito, “addirittura ho avuto un piccione! Un piccione che mia moglie comprò a Ponza… lo portammo a Roma, ma non volava! l’abbiamo chiamato Porototo. E si comportava proprio come un cane!».

Per quanto riguarda il rapporto con le automobili e con la velocità: «Zero! Non sono un patito di automobili, lo sanno tutti. Mi avevano regalato, una volta, un SUV! Mi sembrò di essere l’autista di un pullman, a Roma un SUV è come una bestemmia! ‘Ndo lo metti? E allora l’ho dato via… non ho la passione per le macchine, onestamente».

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Oggi il cinema è sicuramente in un momento di forte trasformazione: «il cinema , oggi si sta televisivizzando. un film rimane in sala solo pochi giorni. Il cinema italiano, tolta qualche eccezione, ha sempre storie un po’ piccole, a volte fatte anche bene… ci sono dei buoni attori! Ma per le storie, ti accorgi che un film di un’ora e mezza potrebbe benissimo durare solo tre quarti d’ora».

La conferenza si conclude, poi, con una tragicomica rivelazione sul destino del “piccione domestico”, che non può non strappare un’ultima risata e un ultimo applauso di congedo.

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Attraverso I Miei Occhi sarà dal 7 novembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: The Art of Racing in the Rain

Durata: 108’

Data di Uscita: 7 novembre 2019

Regia: Simon Curtis 

Con: 

Amanda Seyfried, Kevin Costner (voce), 

Milo Ventimiglia, Kathy Baker

Distribuzione: 20th Century Fox
Materiali Stampa: 20th Century Fox, Google Immagini

Ad Astra – La Recensione

Nel nome del padre

In un futuro prossimo, Roy McBride è un astronauta a cui viene affidata una particolare e delicata missione: dovrà compiere un rischioso viaggio spaziale alla ricerca del padre, partito parecchi anni prima verso Nettuno a capo del segretissimo Progetto Lima, e fino a quel momento dato per morto. Sarà una missione in nome della salvezza del mondo, ma anche l’occasione per Roy di scavare nella propria interiorità e nelle proprie radici, addentrandosi nel “lato oscuro della luna” che si cela in ogni essere umano. 

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In concorso alla 76ma mostra del cinema di Venezia, l’ultima fatica di James Gray sembra essere stata accolta tiepidamente al Lido; pur non regalando nulla di nuovo, Ad Astra non si può  definire un film superfluo, e non può certo passare inosservato. 

Col dichiarato intento di ispirarsi al celebre romanzo di Conrad, Cuore di Tenebra, il tema cardine di questa rivisitazione in chiave fantascientifica è quello del rapporto tra padre e figlio e, l’elaborazione di quel lascito, quell’eredità umana, che passa da una generazione alla successiva. 

In un futuro non meglio definito, l’uomo è stato in grado di “colonizzare” la luna e buona parte del sistema solare; Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta che ha seguito le orme del padre, il quale è considerato una leggenda per aver affrontato il primo viaggio alla volta di Nettuno, in cerca di vita extraterrestre. Per sedici anni Clifford McBride (Tommy Lee Jones) è stato dato per morto in questa allucinante missione, fino a che una violenta tempesta magnetica non fa sorgere qualche dubbio, e getta delle ombre sull’”eroe” dello spazio e sul visionario Progetto Lima.

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Roy è cresciuto col mito del padre, un padre assente, un padre con delle colpe, e per lui arriva la missione spaziale più dolorosa e complessa di tutte, non tanto a livello fisico quanto emotivo: nel tentativo di sventare l’imminente disastro che rischia di spazzare via la terra, dovrà andare alla ricerca dell’uomo, affrontando i meandri insondati della volta celeste. 

Gli uomini sono stati, fin dalla  notte dei tempi, alla ricerca di qualcosa in più, sfidando i limiti e oltrepassandoli sempre, senza accontentarsi mai; gli uomini sono anche i “divoratori di mondi“, come in epoca coloniale così nei viaggi futuristici interplanetari, sfruttando fino all’ultimo tutte le risorse a cui possono attingere. 

Roy parte forse per espiare una colpa che non gli appartiene, ma che sente in qualche modo insita ne suo essere; forse per cercare qualcosa oltre gli involucri senza sostanza, oltre l’amarezza della solitudine; tutto ciò che trova, in un modo o nell’altro, è solo quel ragazzino che avrebbe tanto voluto avere una figura paterna al suo fianco.

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 Ad Astra sfrutta le grandi narrazioni cinematografiche di fantascienza ormai entrate nell’immaginario collettivo per introdurre delle questioni esistenziali e d’introspezione. Non ha certamente grandi picchi di innovazione, è figlio di tutto un filone che si potrebbe far risalire a 2001 Odissea nello Spazio, passando per Tarkovskji fino a Gravity di Cuàron, concludendo con il film che (guarda caso) ha aperto l’edizione passata della mostra del cinema di Venezia, Il Primo Uomo di Chazelle. Eppure regala tantissimo dal punto di vista umano, toccando nervi scoperti lì dove ci si sente più indifesi, perché la solitudine può essere terrorizzante esattamente come può esserlo l’ignoto.

Tra sequenze esteticamente mozzafiato e un montaggio sonoro suggestivo, qualche problema non manca: manca la concretezza narrativa, in un film che ti prende sì per mano, e ti guida all’interno di un’atmosfera piena di significato, ma non ti permette di sostare il tempo necessario, senza poter assimilare il contesto e fare il punto della situazione.

Per quanto riguarda Pitt, stella indiscussa “tra le stelle”: freddo e impassibile, forse troppo, non sembra mostrare mai il minimo cedimento o la minima emozione; paradossalmente, in un altro film che lo vede impegnato questi giorni nelle sale, C’era una volta… a Hollywood, seppur non protagonista, sprigionava un carisma che purtroppo qui risulta totalmente assente, ma il fascino gli permette di farsi perdonare (quasi) tutto.

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Sarà un’avventura intergalattica (all’interno dell’animo umano) difficile da dimenticare.

Ad Astra è dal 26 settembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Ad Astra

Durata: 124’

Data di Uscita: 16 Settembre 2019

Regia:  James Gray

Con:

 Brad Pitt, Tommy Lee Jones,

 Ruth Negga, Liv Tyler   

Distribuzione: 20th Century Fox

Crawl – Intrappolati – La Recensione

Una gara di nuoto con la morte

Sulla costa della Florida si sta per abbattere un uragano di proporzioni bibliche e l’allerta si fa sempre più incalzante. Haley, una ragazza dedita da sempre al nuoto, si preoccupa quando la sorella la chiama, non riuscendo più a contattare il padre. Dal divorzio con la madre, padre e figlia avevano perso i contatti, ma la ragazza sarà pronta a sfidare un cataclisma pur di raggiungerlo e assicurarsi che stia bene.

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In questa torrida estate, arriva a portare un brivido sulla schiena questo horror/disaster movie condito di rapporti padre/figlia ed enormi alligatori pronti a sbranare qualsiasi cosa si trovino davanti. Con quella (appena percettibile) venatura à la Jaws, Alexandre Aja porta sullo schermo una storia che vorrebbe essere al cardiopalma, con situazioni al limite, ma smorza con discorsi sui delicati rapporti familiari e la necessità di dare un equilibrio a questi rapporti. 

Siamo in Florida, terra dei parchi divertimento, delle spiagge assolate e… dei disastri climatici. Haley (Kaya Scodelario) è negli spogliatoi della piscina quando viene contattata dalla sorella: il padre non risponde al telefono, e nel frattempo un terribile uragano sembra dirigersi sulla costa, proprio dove si trova l’uomo.  Mentre l’allerta obbliga tutti a restare chiusi in casa, la ragazza si mette in viaggio per accertarsi che il padre stia bene, nonostante la tempesta, nonostante i rapporti non siano stati certo dei migliori, dopo la separazione con la madre. 

Una volta arrivata alla vecchia casa dei genitori, troverà proprio il padre (Barry Pepper)  in difficoltà, ferito e privo di sensi, in un angolo dello scantinato; qui ci accorgiamo che non sono soli, perché l’abitazione, ormai allagata, è adesso popolata da feroci alligatori giganti. La situazione assume i toni netti di un survival, infatti padre e figlia dovranno usare le loro forze per uscire da quella che è diventata una trappola letale, mentre il livello dell’acqua continua a salire, inesorabile. Intanto, questa situazione li porterà a confrontarsi faccia a faccia, con i loro sbagli e le loro recriminazioni; certamente, non è facile superare certe esperienze, ma Haley è ormai una donna forte, che deve molto agli insegnamenti del padre – soprattutto quelli dati in veste di suo allenatore di nuoto quando era ancora bambina- .

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In Crawl – Intrappolati troviamo sicuramente un buon ritmo e sana adrenalina in vari momenti, con un tocco di splatter ad acuire la sensazione di pericolo – tutti elementi, del resto, assolutamente in armonia con il mondo di Sam Raimi, produttore della pellicola -. Ma che cosa non funziona? Con tutta probabilità, la decisione di voler dare ad una pellicola del genere una caratterizzazione poco naturale all’interno di situazioni a loro volta per niente “naturali”. Per quanto si apprezzi lo sforzo, tra un inseguimento da parte di sanguinari rettili e il rischio di finire annegati, non è efficace il tentativo di sviscerare quelle problematiche delicate che la storia ci pone davanti.

“Crawl” si rivela, dal canto suo, un termine perfettamente calzante all’interno di questo contesto: sta a designare, in lingua inglese, la tecnica di nuoto conosciuta da noi con il nome (poco preciso) di stile libero; il verbo inglese sta anche ad indicare il particolare movimento strisciante dei rettili. Sarà proprio una inquietante “gara” di velocità, all’ultimo secondo, quella tra donna e bestie, con in palio la salvezza, sua e del padre.

Un’operazione che si è forse voluta prendere troppo sul serio, che vuole portare riflessioni sulla forza interiore che affiora delle difficoltà e sui legami familiari complicati, ma in quella che non è affatto “la sede adatta”; un grande lavoro a livello registico, nella realizzazione e nella scenografia (la stessa per buona parte del film), ma poca sostanza, dove quel poco da’ l’impressione di essere di troppo.

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Crawl – Intrappolati sarà al cinema dal 15 agosto.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Crawl

Durata: 87”

Data di Uscita: 15 agosto 2019

Regia:  Alexandre Aja

Con:

 Kaya Scodelario, Barry Pepper

Distribuzione: 20th Century Fox 

The King’s Man – Le Origini — Il Trailer E Il Poster Ufficiale

Online il trailer e il poster ufficiale di The King’s Man – Le Origini, il prequel di Kingsman: Secret Service e Kingsman: Il Cerchio D’Oro. Il film diretto da Matthew Vaughn uscirà nelle sale italiane il 13 Febbraio 2020.

Sinossi

La pellicola racconta di un gruppo nutrito dei peggiori tiranni della storia e di criminali che si riuniscono per organizzare una guerra di proporzioni mondiali, che annienti milioni di persone. Un uomo dovrà correre contro il tempo per fermarli. The King’s Man – Le Origini è il racconto delle origini dell’agenzia di intelligence indipendente che tutti conosciamo con il nome di Kingsman.

Nel cast del film distribuito da 20th Century Fox Ralph Fiennes, Gemma Arterton, Rhys Ifans, Matthew Goode, Tom Hollander, Harris Dickinson, Daniel Brühl, con Djimon Hounsou e Charles Dance.

La Redazione

Materiali Stampa: 20th Century Fox

X-Men: Dark Phoenix – La Recensione

Dalle Ceneri, Risorge

Durante una missione nello spazio, Jean viene travolta da una misteriosa energia che troverà dimora all’interno del suo corpo, rendendola estremamente  potente, ma anche altrettanto pericolosa. L’incolumità di Jean, dei suoi compagni e del resto della popolazione è a rischio, e tocca agli X-Men trovare una soluzione… Se c’è. 

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Come l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, così accade per la saga degli X-Men. Sia per quanto riguarda la trilogia originale, sia per quanto concerne quella prequel, il terzo capitolo – rispettivamente X-Men: Conflitto Finale e X-Men Apocalypse – è stato quello meno apprezzato da pubblico e critica (a ragione). Ma, fortunatamente, X-Men: Dark Phoenix è qui per chiudere con onore l’era X-Men/Fox.

Le premesse non sembravano essere delle migliori, dati i reshoot e i continui cambi di data d’uscita del film, ma ora possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo.

La pellicola diretta da Simon Kinberg ritrova infatti quel tepore caratteristico di First Class e Giorni Di Un Futuro Passato, lo stesso che ci ha fatto affezionare ai personaggi in quelle istanze – come anche nel primo X-Men – e che è stato registrato come quasi totalmente assente in Apocalypseassicurandoci l’accesso emotivo alle vicende narrate.

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«Adoro questi personaggi. Sono cresciuto leggendo le loro storie nei fumetti» afferma Kinberg, finora solo sceneggiatore e produttore dei film sui mutanti «La transizione che mi ha portato sulla sedia da regista per me è stata molto fluida, principalmente grazie a questi ragazzi fantastici con cui ho avuto il piacere di lavorare. […] È come se stessi lavorando con la mia famiglia» racconta il regista in collegamento streaming. E si nota la sintonia con l’ambiente circostante e la storia in un film che lui stesso definisce “diverso” rispetto agli altri X-Men «È più drammatico, crudo, reale».

Sotto questo aspetto gli si può dar ragione, vista anche la morte – ampiamente preannunciata, anche in fase promozionale – di uno dei membri originali della saga. Non solo, ma in Dark Phoenix veniamo a conoscenza del “lato oscuro” di diversi personaggi, oltre a quello della titolare Fenice/Jean Grey (Sophie Turner). Hank/Bestia (Nicholas Hoult) e soprattutto il Professor X (James McAvoy) si dimostreranno più che umani nel loro cedere alle emozioni meno edificanti, nel loro voler sistemare le cose grazie ai poteri di cui sono dotati.

E se di potere dobbiamo parlare, non possiamo non fare riferimento all’emblematica battuta pronunciata da Mystica/Jennifer Lawrence che diverrà presto una delle più celebri del film: «Siamo sempre noi donne a salvare gli uomini, alla fine. Dovremmo chiamarci X-Women».

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«Credo sia fantastico il fatto che Jean non sia solo il personaggio centrale del film in quanto mutante incredibilmente potente, ma anche in quanto essere umano con dei difetti, capace di mostrare vari aspetti ed evoluzioni di sé, un personaggio a tutto tondo. Credo che questa sia una rappresentazione fedele dell’essenza di una donna» sostiene Sophie Turner, che nel frattempo fa notare come persino il personaggio interpretato dalla Chastain, nonostante le intenzioni poco amichevoli, cerchi di spronare Jean a raggiungere il suo più grande potenziale.

Ma quello che X-Men: Dark Phoenix fa meglio, e che richiama anche momenti precedenti della saga, è riunire sullo schermo i componenti del team e le loro abilità, come nelle scene di lotta dell’ultimo atto. Rafforzando i legami tra i vari personaggi sia attraverso i dialoghi, sia attraverso le scene d’azione, Dark Phoenix riesce a far tornare la banda sul palco per un ultimo encore.

E anche se non abbiamo potuto vedere Jackman un’ultima volta nei panni di Logan/Wolverine – dopotutto, come sostenuto anche da Kinberg, avrebbe stonato in questo contesto, vista la relazione tra Wolverine e Jean -, la pellicola non ci ha lasciato certo con l’amaro in bocca.

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X-Men: Dark Phoenix sarà nelle sale dal 6 Giugno.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: X-Men: Dark Phoenix

Data di Uscita: 6 Giugno 2019

Durata: 106'

Regia: Simon Kinberg

Con:

Sophie Turner, James McAvoy,

Michael Fassbender, Jessica Chastain,

Tye Sheridan, Nicholas Hoult

Jennifer Lawrence, Alexandra Shipp

Evan Peters

Distribuzione: 20th Century Fox



Rocketman – La Recensione

Elogio al Talento e alla Follia

La vita di Reginald Dwight e la carriera di Elton John si fondono sul grande schermo in un film folle e travolgente, proprio come il suo protagonista. 

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Per chi se lo stesse chiedendo, non ci saranno riferimenti a Bohemian Rapsody in questo pezzo. Oltre al fatto di condividere genere (biopic musicale) e regista, i due film vanno visti come entità totalmente separate, e continuare imperterriti in un paragone tra le parti non sarebbe giusto nei confronti di nessuna delle pellicole in questione.

Detto questo, permetteteci di andare avanti ed elogiare quello che secondo noi è un più che riuscito tentativo di portare sul grande schermo la complicata quanto affascinante vita dell’iconico cantautore londinese, Sir Elton Hercules John, all’anagrafe Reginald Kenneth Dwight.

Rocketman esplora non solo l’aspetto professionale, ma anche e soprattutto il profilo personale di John, dando a vedere quanto il secondo abbia influenzato e dato forma – volente o nolente – al primo, con tutte le mancanze, le insicurezze e i traumi che ha dovuto sopportare fin da bambino. Partendo da un padre indifferente e disinteressato e da una madre egocentrica e fin troppo schietta (davvero degna di nota la prova attoriale di Bryce Dallas Howard), andando avanti con il peso del proprio essere “diverso” dagli altri ragazzi, del possedere una certa “stramberia” dal carattere inespugnabile, fino al sentirsi completamente solo anche quando circondato da centinaia di persone – grazie anche ai continui tradimenti del suo manager/amante John Reid (Richard Madden) una volta raggiunta la fama -, Reggie (interpretato da uno strabiliante Taron Egerton) prova incessantemente a gettarsi tutto alle spalle, in modo da poter costruire questa sorta di bizzarro personaggio il cui superpotere risiede nella sua unicità.

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«Devi cancellare chi sei per divenire chi vuoi essere davvero», gli viene detto a un certo punto nel film. E Reggie si convince che è così stanno davvero le cose: che, nonostante il talento, quel ragazzo dai buffi ma timidi modi di fare che intonava un’ancora abbozzata Your Song seduto al pianoforte di casa non potrà mai sfondare senza qualche piccolo cambiamento, senza scendere a compromessi. Soltanto che le mezze misure non sono mai state nel suo stile, e mai lo saranno… È cosi che Elton – come verrà conosciuto in tutto il mondo – si farà presto prendere la mano dall’esilarante euforia generata dalla fama, dai soldi e dallo showbiz, e cadrà in una spirale di alcool, droga e comportamenti al limite (e spesso oltre) dell’accettabile, che lo farà definitivamente precipitare nell’oblio più oscuro.

Fletcher e il suo team sono abili nel raccontare tutto questo attraverso colori sgargianti, sequenze psichedeliche e rocambolesche, esagerate come lo è il loro soggetto, con vistosi costumi ed elaborate coreografie. Ma mostrano anche una certa destrezza nel dare una visione più discreta, intimistica di Dwight, quando necessario. E, ovviamente, le musiche più familiari dell’artista sono astutamente inserite in momenti chiave della pellicola, pronte a contrassegnarne le tappe fondamentali.

Perché una Tiny Dancer nel momento in cui crede di aver perso l’indivisa attenzione di Bernie, l’amico di sempre – un Jamie Bell capace di giocarsela quasi a pari merito con Egerton in quanto a presenza scenica – o una Goodbye Yellow Brick Road nell’ultimo atto, a mo’ di saluto a sé stesso, a ciò che era diventato e che deve ora abbandonare per poter tornare alle origini, non possono non catturare e raggiungere lo spettatore – fan o meno del cantante -, (in)trattenendolo in un mondo fatto sì di piume, brillantini e assurdi occhiali da sole, ma anche di vere, forti e tangibili emozioni.

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Rocketman sarà nelle sale italiane a partire dal 29 Maggio.

Laura Silvestri

 


Info



Titolo: Rocketman



Durata: 121'



Data di Uscita: 29 Maggio 2019



Regia: Dexter Fletcher



Con:


Taron Egerton, Richard Madden


Bryce Dallas Howard, Jamie Bell 



Distribuzione: 20th Century Fox