Le Mans ’66 – La Grande Sfida — La Recensione

La Corsa Del Cuore

Ford v. Ferrari. Piloti v. Corporation. Uomini v. Vita. Le Mans ’66 – La Grande Sfida racconta della vera storia di Carroll Shelby, Ken Miles e la grandiosa quanto imponente gara della 24 ore di Le Mans, il circuito francese di dominio Rosso Ferrari fino all’arrivo dei due nelle scuderie della Ford Motor Company. 

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Prima regola di Le Mans ’66: non serve essere esperti o appassionati di auto e gare automobolistiche per poter amare questo film.

Seconda regola di Le Mans ’66: non ve ne vorrà il vostro orgoglio di italiani se tiferete per le auto Ford invece che per le Ferrari durante la visione della pellicola.

Terza regola di Le Mans ’66: fate come Mollie Miles (Catriona Balfe), prendetevi una bella bibita fresca (o una cioccolata calda, visto anche il periodo dell’anno in cui ci troviamo) e godetevi uno dei migliori film di questo 2019.

Ford v. Ferrari, come è noto in America, non è un semplice lungometraggio pieno di interminabili giri d’auto su una pista, carico di rumori assordanti e dal risultato scontato.  Che amiate o meno l’automobilismo come sport, il film di James Mangold vi intratterrà, vi coinvolgerà, vi sorprenderà e vi farà emozionare in ogni caso.

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Basato sulla vera storia dietro quella peculiare annata che fu il ’66 per la 24 ore di Le Mans, la vicenda con al centro il progettista ed ex-pilota Carroll Shelby (interpretato da un esilarante Matt Damon), il meccanico-pilota Ken Miles – un sempre azzeccatissimo Christian Bale, che come al solito ha dato prova di grande dedizione fisica e mentale nei confronti del ruolo, questa volta perdendo più di 30 chili dopo averne messi su quasi altrettanti per Vice – L’Uomo nell’Ombra solo pochi mesi prima – e le due celebri scuderie rivali, si dipana per 152 minuti che non vengono affatto percepiti come tali.

La chimica tra i due attori è innegabile, e anche le dinamiche tra i due personaggi non si presentano mai come scontate, prevedibili, e certamente si discostano da quelli che potevano sembrare inizialmente i presupposti del film a uno spettatore che non era già a conoscenza dei fatti realmente accaduti.

«Entrambi [Christian e Matt] sono dei tipi davvero tranquilli; amano il loro lavoro, e non lo vedono in qualità di stelle del cinema, ma in qualità di attori. Non ho molta pazienza, né tempo, per stare dietro a dei divi. Ci sono molti attori in questo film, si tratta di un lavoro di squadra, ed è così che anche loro vi si sono approcciati. Sono degli attori davvero generosi, che amano il set e amano il cast. Li conosco entrambi da una ventina d’anni, e mi sono sentito come se stessi girando un film con degli amici» racconta Mangold in conferenza stampa.

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Comicità, dramma, riflessioni, zuffe, prove, riunioni, trasferte, tiri bassi, trovate geniali, e ovviamente corse… Tutto questo e molto altro vanno a formare la ricetta perfetta per infornare una pellicola che, al pari della miglior ciambella, verrà fuori col buco, un buco che si spera verrà riempito dai premi che porterà a casa nell’imminente Awards Season.

L’attenta regia di James Mangold – assieme alla suggestiva fotografia di Phedon Papamichael – imposta perfettamente la narrazione, dando il giusto ritmo alla storia, il giusto respiro ai personaggi, non dimenticandosi mai di concedergli i loro momenti, nemmeno quando si tratta di figure forse tecnicamente secondarie, ma comunque estremamente importanti ai fini della vicenda: Lee Iacocca (Jon Bernthal), Leo Beebe (Josh Lucas), Henry Ford II (Tracy Letts), ma anche Enzo Ferrari (Remo Girone), e ovviamente la già citata Mollie Miles, assieme al piccolo Peter (Noah Jupe), hanno tutti l’occasione di risplendere nelle loro parti, imprimendole nella memoria dello spettatore.

«Interpretare Enzo Ferrari, un personaggio così importante e conosciuto della storia italiana, è stato davvero bello. E sul set le macchine erano tutte ricostruite a grandezza naturale, tutte portate da piloti veri. E anche se non mi conoscevano come attore, quando hanno visto che ero quello che interpretava Enzo Ferrari, hanno tutti voluto fare una foto con me» ricorda Girone, a riprova di quanto un ruolo con alla fin fine uno screen time abbastanza ridotto possa aver comunque lasciato il segno.

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Una corsa sì per la vittoria in pista, quella di Ford v. Ferrari, ma anche e soprattutto per la vittoria del cuore e delle passioni.

Non tergiversate, dunque, e riversatevi in massa nelle sale per vedere sul grande schermo l’epica “Grande Sfida” di cui parla il titolo italiano. Non ve ne pentirete.

Le Mans ’66 – La Grande Sfida sarà al cinema dal 14 Novembre.

Laura Silvestri

 

Info 

Titolo Originale: Ford v. Ferrari

Durata: 152'

Data di Uscita: 14 novembre 2029

Regia: James Mangold 

Con: 

Christian Bale, Matt Damon,

Catriona Balfe, Jon Berrnthal, 

Noah Jupe, Josh Lucas, 

Remo Girone,  Tracy Letts

Distribuzione: 20th Century Fox 

Brittany Non Si Ferma Più – La Recensione

Gli ostacoli si superano un isolato alla volta

Brittany è l’anima della festa, espansiva, autoironica, vivace e con la battuta sempre pronta. Brittany è anche angosciosamente vicina ai trent’anni, sovrappeso, circondata da persone per lei nocive e incapace di prendersi cura di sé. Una visita dal medico, nel tentativo di farsi prescrivere dell’Adderall, la porterà alla decisione di rimettersi in forma, poco alla volta accarezzando il sogno di partecipare alla celebre Maratona di New York City.

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Premiato dal pubblico all’ultima edizione del Sundance Film Festival, Brittany non si ferma più è l’esordio alla regia del drammaturgo Paul Downs Colaizzo; con questo brillante e divertente “racconto di formazione”, Colaizzo ha voluto in qualche modo rendere omaggio alla sua migliore amica del college, Brittany O’Neill (non a caso omonima della protagonista), che lo stesso regista aveva aiutato nel suo passato percorso di ricerca di un equilibrio.

Brittany Forgler (interpretata da una spassosissima Jillian Bell) è una New Yorkese di ormai ventisette anni, e la sua vita scorre su un tracciato disfunzionale fatto di relazioni dannose, abuso di alcool e sottoccupazione cronica; sembra andare avanti, grazie alla sua autoironia e alla sua simpatia, che le permettono di affrontare qualsiasi cosa col sorriso, e in pratica riesce per questo ad essere amica di chiunque, tranne che di sé stessa. Ma non potrà durare a lungo questo malsano stile di vita…?

A dare una svolta decisiva, sarà una visita dal medico, con l’unico scopo di poter rimediare una ricetta per l’Adderall (farmaco stimolatore cognitivo, in genere utilizzato nei casi di disturbo da deficit d’attenzione); tutto ciò che ottiene è invece la terrificante imposizione di perdere peso, e rimettersi in forma adottando uno stile di vita più salutare. 

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Non è sicuramente facile per lei: quando sceglie di rimettersi in sesto, preso atto dei costi allucinanti che avrebbe richiesto la palestra, Brittany inizia il suo percorso nella corsa; è ancor meno facile quando si ritrova a tutti gli effetti derisa da quella che si suppone essere la sua più cara amica, una di quelle ragazze col profilo Instagram più glamour di una star di Hollywood, che preferisce avere accanto qualcuno che possa rassicurarla sul fatto che al mondo ci sia qualcuno peggio di lei.

Gradualmente, passo dopo passo, falcata dopo falcata, Brittany sembra fare enormi progressi, prendendoci gusto nel definirsi una “runner”, tanto che si convince di poter presto iscriversi alla famosissima Maratona di New York, senza dubbio una delle più ambiziose; pian piano, dimostra grandi progressi non solo a livello di salute fisica, ma anche a livello umano, liberandosi di chi non vuole affatto il suo bene trovando nuove amicizie con cui poter affrontare le difficoltà. 

Per stessa ammissione del regista, l’idea era quella di andare a estrapolare il personaggio tipico del “cicciottello”, “pasticcione”, per inserirlo in un contesto che ne possa valorizzare il lato umano, senza essere stereotipato o  macchiettistico.  L’intento si potrebbe definire sufficientemente riuscito,  andando a considerare che il personaggio scaturito da Colaizzo e portato in vita dalla Bell è sinceramente vero, “vivo” e reale. Brittany è chiunque si trovi alla fine dei suoi vent’anni senza alcuna certezza, è figlia di una società che si preoccupa sempre meno della stabilità emotiva dei singoli e sempre più di una felicità posticcia, costruita sui social network.

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Con picchi di ironia davvero divertenti, Brittany non si ferma più  è una comedy dallo stile e dall’estetica indie, riuscendo comunque ad essere genuino, concreto e mai eccessivamente scontato

Brittany non si ferma più sarà disponibile dal 15 novembre su Amazon Prime Video

Cristiana Carta 

Info

Titolo Originale: Brittany Runs a Marathon

Durata: 108”

Data di Uscita: 15 novembre 2019

Regia: Paul Downs Colaizzo

Con: 

Jillian Bell, Utkarsh Ambudkar,

 Michaela Watkins, Lil Rel, 

Howrey Micah, Stock Mickey, 

Day Alice Lee

Distribuzione: Amazon Prime Video

Zombieland: Doppio Colpo – La Recensione

Se ami qualcuno sparagli alla testa 

A Zombieland i morti viventi non sono solo un brutto ricordo ma ancora “solide” realtà. Dopo aver lasciato Wichita, Little Rock, Columbus e Tallahassee alle prese con il tentativo di sentirsi una famiglia, le due ragazze scappano. Tra nuove ed evolute creature zombie e il ritorno di Wichita, non resta che una cosa da fare: andare a recuperare Little Rock.

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Dopo ben dieci anni dal precedente Benvenuti a Zombieland, Emma Stone, Abigail Breslin, Jesse Eisenberg e Woody Harrelson ritornano nei panni del quartetto più strambo mai sopravvissuto ad una apocalisse zombie, rispettivamente Wichita (sempre in fuga dai legami e dai propri sentimenti), Little Rock  (non più adolescente ma ormai una forte, giovane donna), il nerd attaccato a sicurezza e norme Columbus e il maestro delle armi con annesse uccisioni zombie, Tallahassee. 

Nulla di nuovo sotto il sole rispetto al capitolo precedente, intendiamoci: il solito umorismo derivante dalle normali situazioni quotidiane affrontate in un contesto decisamente fuori comune – come un’assurda invasione di zombie – giustamente condita da quella sana autoironia restando sul limite del parodistico.

Ma, come recita una delle fondamentali regole di Columbus, «Quando non sei certo che i non-morti siano morti-morti, non risparmiare munizioni: Head-Shot di sicurezza, sempre», perciò è sempre meglio un “doppio colpo”, e per quanto sia una regola quasi mai applicabile a livello cinematografico, in questo caso non si può che dargli ragione. A raddoppiare, è soprattutto il livello del grottesco e la pericolosità dei non morti: memori della classificazione fatta in relazione dai diversi tipi di zombie, vedremo spuntare fuori nuove “tipologie”, tra le quali i superavanzati “T800”, che prendono il loro nome da Terminator; questa nuova “razza” non morta, infatti, sembra essere decisamente dura a morire, e ce ne sono più di quanto i nostri quattro possano immaginare.

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Come accennato, non mancano i problemi quotidiani: lasciati in precedenza mentre tentavano di formare insieme una vera famiglia – disfunzionale, magari, ma solida – sembrano adesso quasi riuscirci… all’interno della casa bianca. quasi, perché la scostante Wichita decide di sparire, sentendosi sotto pressione dopo la proposta di matrimonio avanzata da Columbus; Little Rock, dal canto suo, la segue, non sopportando più di essere trattata come una bambina da Tallahasse, che si era preso la briga di farle da figura paterna, forse esagerando.

Rimasti soli, i due “uomini di casa” si imbatteranno nella biondissima Madison, che si nascondeva dentro la cella frigorifero di un supermercato; si verrà a creare una situazione imbarazzante che prevede il ritorno di Wichita, l’improbabile liaison tra Columbus e l’avvenente (ma non proprio brillante) “ragazza nuova”, per sfociare poi nella ricerca di Little Rock, scappata con una sorta di cantautore hippie dalla chioma fluente. 

Tra gli ottimi e ormai collaudati attori protagonisti, la Stone in particolar modo sembra essere stata progettata appositamente per interpretare la parte della ragazza forte e determinata, capace di tutto ma assolutamente ironica (ancor meglio se machiavellica e insondabile, infatti è nel relativamente recente La Favorita che riesce davvero a portare in scena tutto il suo enorme potenziale): dall’ormai cult del 2009 ne è passata di acqua sotto i ponti, che le ha portato un Oscar come migliore attrice una seconda candidatura come migliore attrice non protagonista, e questo si può senz’altro percepire.

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Zombieland: Doppio Colpo è un seguito che vende buona parte delle sue battute a chi già ha “visitato” Zombieland, ma nonostante ciò riesce a farsi prodotto a sé stante; un prodotto molto lontano dall’essere definito canonico, che allo stesso tempo fa riferimento e trae risorse da tutto un intero immaginario pop sui morti viventi, e risulta svagato quanto basta pur nelle sue ingenuità, oltre che divertente… da morire.

No, non ci siamo dimenticati di Bill Murray, che pur soltanto in pochi minuti riesce ad essere sempre il mattatore della situazione. A questo proposito, vi invitiamo a rimanere in sala al termine dei titoli di coda.

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Zombieland: Doppio Colpo sarà dal 14 novembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Zombieland: Double Tap

Durata: 99’

Data di Uscita: 14 novembre

Regia:  Ruben Fleischer

Con: 
Woody Harrelson, Jesse Eisenberg, 
Emma Stone, Abigail Breslin, 
Zoey Deutch

Distribuzione: Sony Pictures Italia

Mistify: Michael Hutchence – #RFF14

Richard Lowenstein firma questa preziosa testimonianza, presentata all’ultima Festa del Cinema di Roma, e dedicata al carismatico leader di un gruppo oggi forse un po’ dimenticato dal grande pubblico, ma parte della storia musicale degli anni novanta, gli INXS: parliamo di Michael Hutchence. Grande amico del cantante, il regista ha firmato anche molti dei loro video musicali, ed è pienamente percepibile la sintonia che riesce a scaturire da questo lungometraggio, giocando sul connubio tra la semplicità e le mille sfaccettature di un’anima difficile.

Chi è Michael Hutchence? Di origini australiane, nato il 22 gennaio 1960, veniamo introdotti dalle immagini sullo schermo alla sua infanzia e adolescenza in giro per il mondo, soprattutto in seguito alla separazione dei genitori; poi arriva il primo album con gli INXS, in cui è la sua voce calda e potente a fare la differenza; poi il successo; poi le varie pressioni mediatiche.

Interamente composto da immagini di repertorio, relegando al fuori campo le voci di chi lo ha conosciuto e amato, e ne conserva il ricordo ancora oggi; e così c’è la vacanza in Italia con la collega e compagna Kylie Minogue, uno dei grandi amori della sua vita; c’è la nascita della figlia Tiger Lily, le confessioni, le insicurezze (sia a livello artistico che emotivo), l’essere ancora incompleti, in cerca di definizione, mentre il resto del mondo sembra avergli già dato un’etichetta precisa.

C’è un momento preciso in cui questo documentario sveste i panni della “biografia” per tuffarsi in acque ben più trascendentali: succede quando, a causa dei gravi traumi procurati dall’aggressione di un tassista, il cantante perde l’olfatto e il gusto; proprio lui, che aveva amato alla follia Profumo, il romanzo di Patrick Süskind, lui, pervaso dalla voglia di gustarsi la vita al massimo. Da quel momento, del resto, la sua stessa vita non sarà più la stessa, così come i suoi modi di fare, quasi si fosse spezzato un incantesimo; così si è gradualmente portati a pensare che il suo gesto estremo, la morte per asfissia, fosse assolutamente premeditato; un gesto forse emblematico di quel disordine interiore sempre presente in lui, ma sicuramente acuitosi nell’ultimo periodo della sua giovane vita.

Un uomo che, sul palco e al di fuori, stregava chiunque con la sua sensualità e il suo conseguente sex appeal, nascondeva un ragazzo dolce e troppo fragile per il mondo dello spettacolo, totalmente distante dall’immagine tipica della rock star aggressiva e sregolata.

Mistify: Michael Hutchence è un documentario inconsueto e inaspettato, nella misura in cui diventa preponderante l’aspetto introspettivo più intimo dell’artista, lasciando in secondo piano gli aspetti legati figura pubblica che la sua carriera musicale ha contribuito a plasmare – un po’ come lo stesso Hutchence avrebbe certamente voluto. 

Cristiana Carta

Attraverso i Miei Occhi – La Recensione 

“Sii la persona che il tuo cane crede tu sia” 

Denny è un aspirante automobilista di formula 1, che da’ il massimo per raggiungere risultati soddisfacenti anche facendo grandi sacrifici; si troverà a dover affrontare sacrifici ancor più grandi quando con la sua amata Eve formerà una famiglia… per fortuna c’è il suo cane, Enzo!

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Diciamocelo molto chiaramente: questo è l’anno in cui gli schermi cinematografici sembrano essere ossessionati da narrazioni il cui punto fondamentale si rivela essere lo sguardo verso il passato, con gli occhi di chi è giunto al tramonto della vita, dall’alto di tutte le consapevolezze assimilate nel corso del tempo.

In questo caso il protagonista è nientemeno che un cane, Enzo (doppiato in origine da Kevin Costner, mentre nella versione italiana troviamo Gigi Proietti), che viene adottato da cucciolo, come per volere del destino, da Denny Swift (Milo Ventimiglia), un automobilista in cerca della gara giusta che gli permetta di sfondare nei grossi circuiti (e, come da subito si intuisce, il nome del cane richiama proprio quello di Enzo Ferrari, grandissima ispirazione per lui).

Le cose potrebbero leggermente complicarsi quando nella loro vita entra Eve (Amanda Seyfried); inizialmente, Enzo dimostra un po’ di gelosia nei confronti della “nuova arrivata”, ma arriveranno presto a comporre un vero e proprio nucleo familiare, rafforzato dalla nascita della loro figlioletta, Zoe. Il cane stesso ci narrerà, attraverso i suoi pensieri fuori campo, il suo vissuto, di conseguenza narrandoci quello di Denny, costellato tanto da gioie quanto da occasioni sprecate e decisioni dolorose e sofferte.

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La pellicola è ispirata al romanzo di Garth Stein, best seller del New York Times per ben 40 settimane, “L’arte di correre sotto la pioggia”; correre sotto la pioggia è davvero un’arte a tutti gli effetti e – come Denny insegna – un’arte in cui l’elemento fondamentale è tenere gli occhi sempre oltre la prossima curva, oltre le difficoltà, ed imparare a crearsi “le proprie condizioni”.  

Purtroppo, a non convincere più di tanto è proprio il fatto che le massime di vita del quale il film è imbevuto provengano tutte quante dal voice over del cagnolone di casa: ammette di non saper parlare, ma quello che percepisce lo spettatore è un intelletto fin troppo acuto, un lessico fin troppo forbito, e la pellicola combatte con il rischio di perdere la forza narrativa.

In definitiva, Attraverso i miei occhi può ritenersi una commedia dai toni drammatici abbastanza pregevole, pur nei suoi limiti, leggera e farcita di buoni sentimenti, ma tutt’altro che sciocca; utilizzando a livello metaforico i concetti relativi alle corse automobilistiche, cerca di porre riflessioni sul rimanere sempre concentrati verso i propri obiettivi, sulla fedeltà e sul valore del bene incondizionato e disinteressato.

Conferenza con Gigi Proietti

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Alla conferenza stampa, Gigi Proietti, ci racconta del valore metaforico di questo film, nel quale presta la voce al cane protagonista, il suo rapporto con gli animali (compresi esilaranti aneddoti tra piccioni e merli indiani), con le automobili e dice la sua sull’industria cinematografica odierna.

«Un film metaforico, anche se così commovente. Una metafora che fa capire come sarebbero più facili i rapporti, come in questo tra Enzo e il padrone, in cui c’è soltanto lealtà e fedeltà., la voglia che il proprio amico stia bene, perché bene significa volere per davvero il bene dell’altro»

Scegliendo Proietti hanno dato alla narrazione di questo particolare punto di vista (il cane che per forza di cose non può esprimersi verbalmente), con la sua voce, tutta la saggezza di chi inizia il suo racconto da anziano; lo stesso dichiara però di non sentirsi veramente sicuro di avere questa saggezza: «sarebbe bello se ce l’avessi». 

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Non ci si aspetta che, ad un certo punto, siano i nonni a diventare antagonisti della storia: «è un film indubbiamente originale, come anche il fatto che si parta dalla fine». 

Parlando di doppiaggio: «ci sono state delle grandi voci italiane che, risentendo poi l’attore americano non doppiato, in originale, rimani deluso».

«Io amo molto gli animali”, racconta in seguito, “addirittura ho avuto un piccione! Un piccione che mia moglie comprò a Ponza… lo portammo a Roma, ma non volava! l’abbiamo chiamato Porototo. E si comportava proprio come un cane!».

Per quanto riguarda il rapporto con le automobili e con la velocità: «Zero! Non sono un patito di automobili, lo sanno tutti. Mi avevano regalato, una volta, un SUV! Mi sembrò di essere l’autista di un pullman, a Roma un SUV è come una bestemmia! ‘Ndo lo metti? E allora l’ho dato via… non ho la passione per le macchine, onestamente».

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Oggi il cinema è sicuramente in un momento di forte trasformazione: «il cinema , oggi si sta televisivizzando. un film rimane in sala solo pochi giorni. Il cinema italiano, tolta qualche eccezione, ha sempre storie un po’ piccole, a volte fatte anche bene… ci sono dei buoni attori! Ma per le storie, ti accorgi che un film di un’ora e mezza potrebbe benissimo durare solo tre quarti d’ora».

La conferenza si conclude, poi, con una tragicomica rivelazione sul destino del “piccione domestico”, che non può non strappare un’ultima risata e un ultimo applauso di congedo.

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Attraverso I Miei Occhi sarà dal 7 novembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: The Art of Racing in the Rain

Durata: 108’

Data di Uscita: 7 novembre 2019

Regia: Simon Curtis 

Con: 

Amanda Seyfried, Kevin Costner (voce), 

Milo Ventimiglia, Kathy Baker

Distribuzione: 20th Century Fox
Materiali Stampa: 20th Century Fox, Google Immagini

Western Stars – #RFF14

Sullo schermo, un serafico Bruce Springsteen che ci appare come il saggio cantastorie per eccellenza, di quelli che sanno dare sempre un ottimo consiglio, se li si sa ascoltare; nelle orecchie, parole e armonie che scaldano il cuore, lasciando in cambio dolorose scottature; in maniera quasi miracolosa, Western Stars è la perfetta evocazione, sotto tutti gli aspetti possibili, di quest’ultimo e omonimo album del Boss, racchiudendo al suo interno, senza temere smentita, la vita nella sua piena interezza e complessità.

Tredici tracce, tredici racconti attorno al fuoco (o meglio, alla luce soffusa di un granaio alla vecchia maniera); la voce icona di intere generazioni sostenuta non solo da una sontuosa orchestra ma anche dalla compagna di sempre, l’amata moglie Patti Scialfa, che sembra ricordare elegantemente che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna; come ultimo tocco, una regia, in collaborazione con l’amico Thom Zimny, prepotentemente affascinante, piena di colori vivi e vastità bucolica.

I personaggi che Springsteen porta in vita – lo stuntman che rincorre l’ignoto, quel ragazzo che fugge da un amore mal finito, la star caduta ormai in disgrazia – ci raccontano tantissimo di lui e del suo vissuto, ma soprattutto ci raccontano di noi, di ciò che siamo e potremmo essere in quanto individui.

Ogni singolo brano riesce ad avere un suo mondo ben definito, ed allo stesso tempo tutti insieme compongono un immaginario comune, unico ed estremamente coeso, fatto di lunghi tragitti in auto, cuori spezzati e passati turbolenti che sottotraccia inneggia all’importanza della fiducia, al bisogno di avere fede e al coraggio di aprirsi un varco al di fuori della solitudine; ma è un inno soprattutto all’essenza americana – pur andando, certo, al di là dei confini.

Più che un film un’esperienza, un’occasione di raccoglimento in grado di produrre tante risposte quante domande, e di spostare l’asticella dell’attenzione verso gli aspetti più essenziali e genuini della vita, al di fuori della frenesia che attanaglia tutti i nostri giorni.

Cristiana Carta

Honey Boy – #RFF14

Dopo essere stato presentato al Sundence Film Festival, è approdato anche alla Festa del Cinema di Roma il doloroso viaggio esistenziale di Shia LaBeouf; un ulteriore film che ci catapulta nelle difficili meccaniche familiari, filtrate per di più attraverso uno sguardo lucido prodotto da una rielaborazione “adulta” della propria infanzia. 

Potremmo definirlo un racconto di (de)formazione, il suo: un attore, Otis Lort (interpretato da Lucas Hedges, ormai collaudato per quanto riguarda determinati ruoli emotivamente complessi) è reduce da un grave crollo emotivo, in seguito al quale gli verrà consigliato di affrontare i suoi traumi passati ripercorrendo per l’appunto la storia della sua infanzia.

Pur attraverso nomi di fantasia (e look di fantasia, se vogliamo andare ad osservare l’aspetto à la David Foster Wallace dato al personaggio del padre) possiamo parlare tranquillamente di un biopic, che a differenza dei recenti ed innumerevoli esempi relativi al Genere, preme esattamente nel punto in cui la ferita fa più male; del resto, altro non è che una dolorosa operazione di catarsi, per LaBeouf, che non ha certo avuto quella che si definisce un’infanzia felice.

Un Otis ormai adulto, quindi, scava a fondo con grande difficoltà, per ritrovare quel bambino che era stato (interpretato dal piccolo ma già promettente Noah Jupe). 

In realtà, tra una carriera attoriale partita prestissimo e un padre pieno di problemi, inaffidabile, che sembra occuparsi di lui con l’unico scopo di ricavare un guadagno, Otis(/Shia) non ha forse mai avuto quella che si definisce un’infanzia; altresì, non è difficile da credere che, per l’attore, la parte più difficile debba essere stata quella di interpretare il ruolo stesso del padre.

Un padre che, in stranianti attimi di lucidità (momenti in cui lo chiamava “honey boy”), sembra davvero cercare disperatamente di essere quel padre che non in realtà non è mai stato; ed è molto sensibile in questo, Shia LaBeouf, cancellando qualsiasi parvenza di vittimismo e anzi, cercando di sondare le verità ultime di una figura genitoriale che ha lasciato tremendi segni in lui e nella sua psiche. 

Nella messa in scena, si tratta di un film dall’estetica tanto formale quanto indie, che nasconde la dimestichezza nell’ambiente “videoclipparo” di Alma Har’el, e permette al pubblico di conoscere, nella sua intimità, l’essenza di uno tra gli attori più controversi di sempre, scavando a fondo,  Honey Boy non si perde in sterili aneddoti, lacrime facili o agiografia spicciola, anzi, vuole solo disinnescare quella nube tossica che accompagna LaBeouf da un’intera esistenza. 

Cristiana Carta