Green Book – La Recensione

“Ci vuole coraggio per cambiare il cuore delle persone”

Tony “Lip” Vallelonga è un verace italoamericano che accetta di lavorare come autista per tutta la durata del tour – due mesi – del pianista Don Shirley. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che siamo nel 1962, Don Shirley è di origine afroamericana, e il tour percorrerà il profondo sud degli Stati Uniti proprio negli anni di maggiore intolleranza razziale. 

Green Book

Fresco di 5 nomination agli Oscar e diretto da Peter Farrelly, Green Book è un film on the road che affonda le proprie radici nella società americana dei primi anni ’60, spesso gretta e per niente consapevole dei propri pregiudizi. Nick Vallelonga ha voluto in qualche modo omaggiare il padre, consegnandoci la vera storia di ciò che Tony (conosciuto per essere comparso nei gangster movies più iconici come Il Padrino o Quei bravi ragazzi) ha vissuto in quel viaggio col Dr. Don Shirley – un viaggio che lo ha portato a ribaltare completamente ogni suo punto di vista.

Siamo nel Bronx, nel 1962. Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen, l’indimenticabile Aragorn nel Signore degli Anelli) si trova in cerca di lavoro dopo la chiusura del Copacabana, noto club di New York. Tony però è uno che riesce a cavarsela in qualsiasi situazione grazie alla sua faccia tosta, che questa volta lo porterà a trovare un lavoro ben pagato come autista per un certo Dr. Shirley (Mahershala Ali, premio Oscar per Moonlight). 

“Doc” si rivela essere un musicista facoltoso, distinto, elegante, colto… e di colore; “Lip” invece è rumoroso, sempre intento a mangiare, ignorante e decisamente poco fine. Ogni sera Doc si esibisce in una tappa diversa del suo tour, e quando suona il piano è in grado di ammaliare con il suo stile unico e raffinato, così diverso da quello “dei neri”. Pur non essendo il massimo della discrezione, Lip è molto disponibile, pronto a diventare anche guardia del corpo quando necessario, specie per il giusto compenso. Ma dietro l’italoamericano tosto e faccendiere c’è un uomo di gran cuore, che ogni sera scrive alla moglie (con l’aiuto di Doc), e che farebbe di tutto per la sua famiglia. 

Green Book

Il tour di Don Shirley porterà i due faccia a faccia con l’America più razzista e ipocrita, dove uno di colore può fare della bella musica ma non ha il permesso di sedere a tavola con altri bianchi, né di usare il loro stesso bagno. Mentre Doc aiuta l’autista ad esprimersi al meglio nelle sue lettere, Lip apre gli occhi sulla realtà che lo circonda, fatta di discriminazione e ostracizzazione del diverso. Impareranno tanto l’uno dall’altro, ma ancor di più saranno spinti a guardarsi dentro, e a capire molte cose di loro stessi.

Il “Green Book” (libro verde) è una “guida turistica” scritta per chi non vuole avere problemi in territori dove il solo atto di passeggiare a tarda sera con un colore di pelle troppo scuro costituisce reato. Verde è il colore brillante dell’auto che Lip si trova a guidare, verde è il colore della pietra che ruba come “portafortuna”; verde è anche e soprattutto il colore della speranza. E allora forse riusciamo a capire cosa ha spinto Dr. Shirley ad organizzare questo discutibile tour nel Profondo Sud: perché “ci vuole coraggio per cambiare il cuore delle persone”, e ci vuole coraggio per affrontare i demoni di una società che ad oggi non è cambiata poi tanto. 

Per quanto non siano affatto similari nei toni e nei presupposti, Green Book condivide un interessante punto di vista implicito con un altro titolo assai rilevante in questa awards season: Roma di Alfonso Cuarón. Il punto di vista in questione – non direttamente percepibile a livello narrativo – è quello dell’Amarcord di bambini ormai cresciuti, che si guardano indietro tornando ai momenti cardine – nel primo caso attraverso i racconti di Tony Vallelonga al figlio, nel secondo vissuti in prima persona dal regista – fondamentali nella costruzione della persona che sarebbero poi diventati. 

GREEN BOOK

È poi un sentimento comune a legare ulteriormente i due film: l’importanza di riuscire a trasmettere e donare – tanto quanto imparare e ricevere – quando ci si relaziona con altre realtà sociali o culturali. Forse ancora più importante è la dignità, saperla mantenere qualsiasi cosa accada e nonostante tutto. Sia Cleo (la domestica protagonista di Roma) che Doc, nonostante il contesto ostile che tenta di buttarli giù, mostrano davanti ai nostri occhi una fierezza quasi altera, bella in quanto pura ed istintiva.

Un’ultima doverosa menzione va a Viggo Mortensen e Mahershala Ali, con le loro ottime interpretazioni: Mortensen sorprende con il suo italiano forse un po’ imperfetto, ma assolutamente disinvolto, e dona vita ad un personaggio portatore sano di stereotipi rendendolo umanamente simpatico; Ali, attinge ad una piccola dose di inquietudine residua da Moonlight, e la rende visibile in Doc, di cui non si può far altro che rimanerne affascinati.

Alla fine dei giochi, rimane una deliziosa pellicola dalle tinte leggere, brillante e mai banale, una commedia che ci viene facile immaginare in un prossimo futuro annoverata tra i cult più amati.

Green Book

Green Book sarà dal 31 Gennaio al cinema.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo: Green Book

Durata: 130’

Regia: Peter Farrelly

Data di uscita: 31 gennaio 2019

Con: 

Viggo Mortensen, Mahershala Ali, 
Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, 
Dimiter D. Marinov

Distribuzione: Eagle Pictures, Leone Film Group

Il Testimone Invisibile – La Recensione

Non c’è salvezza senza sofferenza, e lei non è più furbo di me.

Adriano Doria (Riccardo Scamarcio) – imprenditore di successo – si risveglia sul pavimento della stanza di un hotel. Davanti a sé, il cadavere della fotografa Laura (Miriam Leone), sua amante, cosparso di banconote.

Tre mesi dopo, Adriano è affiancato da un’imbattuta penalista (Maria Paiato) – al termine della sua brillante carriera – che dovrà difenderlo in tribunale, essendo l’unico indagato per la morte di Laura, che però si dichiara innocente.

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È notte, le strade che circondano i grattacieli di Milano si incrociano, delle scarpe femminili scendono da un’auto, la musica in sottofondo è incalzante, intermittente e grave.

Questa, per chi è amante dei noir e dei thriller, è poesia.

Perché sì, Il testimone invisibile è un bel thriller capace di suscitare un hype pazzesco, ma le atmosfere che ci vengono proposte nelle prime inquadrature sembrano omaggiare quelle di opere più noir e “classiche”, una su tutte L’altro uomo di Alfred Hitchcock.

I personaggi di questo film non sono solo complessi, sono prismatici, e lo sono in maniera realistica: hanno delle debolezze che li portano a cedere, li spingono alla disperazione e a gesti estremi.

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Per arrivare ad ottenere un risultato che permetta un coinvolgimento degno di attenzione bisogna quindi rendere merito agli attori che sono stati in grado di dar voce ai conflitti dei propri personaggi.

Le storie che vengono mostrate al pubblico sono spesso raccontate per metà: sono supposizioni, confessioni, illazioni, e ancora più spesso sono storie confuse.

Il punto di forza del film è proprio la caoticità che lo ascrive al genere psicologico, in cui vige la tremenda regola del “ciò che ho visto era x, ma poteva essere anche y”, accompagnata dal pensiero “potrebbe essere chiunque, potrebbe essere nessuno”.

E non c’è scampo: il pubblico in sala deve seguire ogni pista proposta, fare a sua volta congetture per poi, improvvisamente, domandarsi il perché dell’invisibilità del testimone nel titolo dell’opera.

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Questa sequela di elucubrazioni potrebbe sembrare snervante, ma i 142 minuti di film volano. e state ben certi che, a pochi istanti dall’agghiacciante finale, troverete risposte ad ogni vostra supposizione.

A quel punto, se avrete indovinato il finale, siete stati molto bravi.

Il Testimone Invisibile, thriller scritto e diretto da Stefano Mordini, è il remake del film spagnolo di Contrattempo di Oriol Paulo ed è ancora in sala in questo periodo.

Insomma, film consigliato… E nel frattempo, ne approfittiamo per fare un paio di rewatch di thriller hitchockiani e rileggere Pirandello.

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Disclaimer: Immagini prese da Google Immagini

Lucrezia Roviello

 

Info

Titolo: Il Testimone Invisibile

Regia: Stefano Mordini

Durata: 102’

Data di uscita: 13 dicembre 2018

Con: 

Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, 

Fabrizio Bentivoglio, Maria Paiato, 

Sara Cardinaletti

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

 

Creed II – La Recensione

Ritorno Sul Ring

Le cose vanno decisamente bene per Adonis Creed: è diventato campione del mondo dei pesi massimi e ha chiesto a Bianca di sposarlo. Ma ad un passo dalla felicità, il passato torna a sfidarlo. Il suo fantasma ha il volto e i muscoli di Viktor, figlio di Ivan Drago, il pugile che trentaquattro anni prima ha ucciso suo padre, Apollo Creed, sul ring.

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A tre anni di distanza dal film Creed – Nato per combattere – che ebbe un’ottima accoglienza sia di pubblico che di critica – era imperativo che la storia continuasse.

Michael B. Jordan riprende il ruolo di Adonis Creed, ma in cabina di regia non c’è più Ryan Coogler – qui solo in veste di produttore esecutivo – ; il testimone passa a Steven Caple Jr., regista del lungometraggio The Land.

Se il riferimento per Creed era il primo capitolo della saga di Rocky, il sequel è invece strettamente legato agli accadimenti di Rocky IV.

Poteva essere un film banale, scontato, soprattutto per via dell’idea di riesumare Ivan Drago – colpevole di aver ucciso sul ring Apollo Creed negli anni 80 – e dargli un erede pronto a rinnovare una sfida ormai generazionale. Eppure, non è così.

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L’intreccio, all’apparenza, potrebbe risultare blando: ci si potrebbe legittimamente annoiare guardando quello che accade ad Adonis e al suo percorso, che si muove sempre in bilico tra quello che il pubblico si aspetta, e il tentativo di trovare un nuovo modo per raccontare le stesse cose.

In realtà la pellicola è sì piena di cliché, tuttavia sapientemente amalgamati, che permettono una sincera empatia con i personaggi per tutta la sua durata. Noi spettatori sappiamo già quando Adonis Creed perderà e quando vincerà, e gli autori ne sono consapevoli. Per questo il film non si concentra tanto sullo scontro fisico, ma sull’evoluzione emotiva dei personaggi.

Soprattutto in questo capitolo della saga, in cui la posta in gioco si alza tantissimo, poiché Adonis dovrà fare i conti con il fantasma dell’assassinio di suo padre, il drive narrativo non è tanto la vendetta, quanto il rapporto padre/figlio di fronte ai cambiamenti, proprio nel momento in cui lui stesso sta per diventare padre.

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Come affermato anche dal regista in un’intervista, Creed II non è un film sulla vendetta, ma su due persone legate da uno stesso destino, e su cosa ci può essere in gioco per loro. Esplorando la ferita emotiva di questi due pugili, la vendetta passa in secondo piano.

  Ivan Drago, tuttavia, non ha mai scordato la sconfitta subita da parte di Rocky, e ha cresciuto suo figlio Viktor nell’odio.

Viktor Drago, interpretato da Florian “Big Nasty” Munteanu, un vero pugile tedesco di origini rumene, è fisicamente imponente e realmente minaccioso, ma lo spazio a lui dedicato nella pellicola è estremamente ridotto, tanto da chiedersi se il suo personaggio – e il conflitto con il padre – non meritassero un’esplorazione più approfondita.

In Rocky IV, anche il personaggio di Ivan Drago poteva considerarsi manicheo – come del resto suo figlio in questo capitolo – ma in realtà fu proprio lui (interpretato sempre da Dolph Lundgren) ad attraversare la trasformazione meglio sviluppata, imparando a perdonare.

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Le istanze tematiche del film sono apertamente delineate, ed emerge chiaramente come il vero cuore pulsante di questa saga non sia il pugilato, ma la famiglia. I personaggi di Adonis e Bianca (interpretata da Tessa Thompson) si trovano a diventare genitori per la prima volta, affrontando la probabilità che la figlioletta potrebbe nascere sorda.

Michael B. Jordan torna, come dicevamo, nei panni di Adonis (di nome e di fatto) per la seconda volta, confermandosi come astro nascente della nuova Hollywood, e dimostrando di saper incarnare alla perfezione l’eroe che lotta per i suoi sogni, ma che non ha paura di essere vulnerabile.

Rispetto al primo Creed, dove l’obiettivo principale di Adonis era dimostrare di essere degno del nome che portava, e di sapere accettare l’ingombrante eredità del genitore, in questo nuovo capitolo deve dimostrare a se stesso di poter essere un uomo diverso dal padre, e trovare dentro di sé la forza di combattere per ciò in cui crede.

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Il pubblico potrà forse chiedersi quale sarà il livello di saturazione per queste saghe che attraversano più e più decenni, ma dubitiamo che di fronte alle emozionanti scene finali di Creed II, al cinema dal 24 Gennaio, mancherà di prodigarsi in un sonoro applauso.

Anna Antenucci

Titolo : Creed II

Durata: 130'

Data di Uscita: 24 Gennaio 2019

Regia: Steven Caple Jr.

Con: 

Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, 

Tessa Thompson, Dolph Lundgren

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

 

 

 

 

Glass – La Recensione

Timori, Smentite e Conferme

Nel terzo capitolo della saga di M. Night Shyamalan dedicata a supereroi e villain in un mondo ancora poco avvezzo alla loro presenza, il regista decostruisce le identità e le certezze dei suoi personaggi, catturati e rinchiusi in una struttura psichiatrica, dove David (Bruce Willis), Kevin – e i suoi 23 “ospiti” – (James McAvoy) ed Elijah (Samuel L. Jackson) saranno costretti a trovare risposte ai dubbi che la Dottoressa Staple (Sarah Paulson) tenterà di insinuare in loro. 

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Dal 17 Gennaio arriva al cinema Glass, il più psicologico e introspettivo film della Eastrail 177 Trilogy ideata dal regista indo-americano – anche sceneggiatore e produttore della sua creatura, oltre che attore nella stessa; vi sarà infatti il consueto cameo – e sua perfetta conclusione.

La pellicola fonda la sua essenza nell’interiorità dei personaggi presentati nei due film precedenti, Unbreakable – Il Predestinato e Split, e sui suoi effetti sulla realtà esterna, giocando sull’idea stessa dell’essere straordinario.

Mentre nella classica narrazione riconducibile al genere dei cinecomic si arriva, dopo un più o meno considerevole lasso di tempo, alla consapevolezza e all’accettazione delle proprie doti sovrannaturali senza più dubitarne la fattualità, qui avviene il rovescio della medaglia: i tre protagonisti, dopo aver finalmente preso atto delle proprie capacità, e aver iniziato ad agire di conseguenza – in conformità alle loro personalità – si vedono invece costretti a rimettere in discussione tutto ciò che hanno finora visto, esperito, e creduto.

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Shyamalan riesce, con eleganza ed efficacia, a tracciare non solo una credibile mappa psicologica della linea di pensiero seguita dai pazienti – in risposta alle spiegazioni razionali fornite dalla Staple per ogni loro azione fuori dall’ordinario -, ma anche di chi con loro ha vissuto quella che individuano come realtà dei fatti: Joseph Dunn (Spencer Treat Clark), Casey Cooke (Anya Taylor-Joy) e la madre di Elijah (Charlayne Woodard) cercano incessantemente di dimostrare la veridicità e la valenza di ciò che è accaduto fino a quel momento, mostrandosi ancora una volta le ancore emotive ed effettive dei personaggi principali.

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Ma ecco che anche lo spettatore si unisce ad essi: anch’egli è portato a dubitare, temere e sperare assieme alle figure sullo schermo, cercando una soluzione ai loro dilemmi, ai loro drammi, e continua ad augurarsi che tutto ciò che è stato, seppur parte di una narrazione estranea alla propria realtà, possa rivelarsi (o confermarsi) una certezza in quella diegetica.

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Perché anche lui ha vissuto la “creazione” di questi personaggi, magistralmente interpretati dagli attori scelti per il ruolo: ha visto Peter sopravvivere il disastro ferroviario, scoprire le proprie capacità straordinarie, e venire a patti con esse; ha visto Kevin cedere il proprio posto nella luce a Barry, Patricia, Hedwig, Dennis e tutti gli altri, Bestia inclusa; e ha visto Elijah, vittima della sua osteogenesi imperfetta, agire dietro le quinte, architettare trame da far invidia a quelle dei fumetti, al mondo stesso di cui i tre si ergono – volenti o nolenti – a rappresentanza, e orientare la storia verso la sua inevitabile conclusione.

 

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 Glass sarà nelle sale italiane a partire dal 17 Gennaio.

Laura Silvestri

 

Info

Titolo Originale: Glass

Durata: 129'

Data Di Uscita: 17 Gennaio

Regia: M. Night Shyamalan

Con: 

Bruce Willis, Samuel L. Jackson,

James McAvoy, Spencer Treat Clark,

Sarah Paulson, Anya Taylor-Joy,

Charlayne Woodard

Distribuzione: 

Buena Vista International,
 Universal Pictures




 

 

City Of Lies – L’Ora Della Verità — La Recensione

Troppi Errori Per Un’Indagine Lunga Una Vita

City Of Lies – L’Ora Della Verità traccia una connessione tra gli omicidi di Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., avvenuti il primo a Las Vegas il 13 settembre del 1996, e il secondo a West Hollywood il 9 marzo del 1997, intrecciati alle vite del detective Russell Poole e del giornalista Jack Jackson. I due, a quindici anni di distanza dai fatti, cercano insieme di ripercorrere le tappe dell’indagine, convinti di poter provare che dietro i due omicidi si celi un pesante caso di corruzione per la polizia di Los Angeles.

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Russell Poole, interpretato da Johnny Depp – qui in una performance sotto la media per una carriera ormai lontana dai fasti del passato -, è un detective che ha dedicato gran parte della propria vita a investigare gli omicidi dei rapper Tupac Shakur e Notorious B.I.G., fino a giocarsi la carriera.

Forse ispirati dalla serie tv True Detective, il regista e lo sceneggiatore si sono convinti che narrare questa storia mediante flashback fosse una scelta vincente. Purtroppo, non è stato così.

Alla figura del detective realmente esistito, gli autori affiancano quella totalmente fittizia del reporter (interpretato da Forest Whitaker) che indaga sullo stesso caso, dove l’unico scopo del secondo è fornire al primo la cornice per raccontare gli eventi accaduti, togliendo di fatto molta azione alla storia.

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In questo gioco continuo tra passato e presente, la struttura della sceneggiatura risulta molto debole. Infatti l’attore Christian Contreras (marito di Jodie Whittaker, Doctor Who), qui alla sua prima prova da sceneggiatore, non eccelle nel suo compito.

Il film non convince, poiché sembra avere due anime: da una parte un poliziesco, e dall’altra un film di denuncia, tuttavia senza credere in nessuna delle due parti, e non avendo il mordente necessario per far appassionare gli spettatori alla vicenda narrata.

La pellicola si apre come un documentario, passando i primi 15 minuti tra filmati d’archivio, interviste dell’epoca e repertorio vario, per poi diventare un poliziesco dove i troppi nomi e le troppe piste tendono a confondere lo spettatore, mescolando ancora di più le carte in tavola con un andirivieni non necessario tra passato e presente. In seguito, nell’ultima parte, viene approfondito anche il rapporto tra i due protagonisti e i famigliari di Poole, ma è ormai troppo tardi per far appassionare gli spettatori alla vicenda umana dei due; forse, in ultima analisi, questa è la storyline meno sviluppata, ma che più risente della struttura complessiva del racconto.

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Considerando il fatto che il film indaga su un caso ancora irrisolto, e che il suo cuore è costituito dal personaggio di Russell Poole e quanto questo detective abbia sacrificato della sua vita per seguire la verità, magari sarebbe risultato più efficace – e avrebbe avuto sicuramente un maggiore impatto emozionale sullo spettatore – partire direttamente dalla sua vicenda umana.

Sorge il dubbio che questa storia non sia adatta ad essere compressa in 2 ore.

Forse temi quali la corruzione nelle forze di polizia in America – che hanno fatto il successo di serie Tv come The Shield – potevano prestarsi meglio a un format seriale, come accaduto per la serie prodotta da Usa Network, Unsolved, che tratta della stessa vicenda del film.

Ma sarà proprio il tempo a dare ragione o meno al film.

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Troverete City Of Lies – L’Ora Della Verità al cinema dal 10 Gennaio.

Materiali Stampa: ManzoPiccirillo

Anna Antenucci

Info

Titolo Originale: City of Lies

Durata: 112'

Data Di Uscita: 10 Gennaio 2019

Regia: Brad Furman

Con: 

Johnny Depp, Forest Whitaker, 

Toby Huss

Distribuzione: Notorious Pictures

Una Notte Di 12 Anni – La Recensione

 

La Voce del Silenzio

«Al posto vostro mi ammazzerei.

Perché non vi ammazzate?»

Mujica, Rosencof e Huidobro sono tre militanti della guerriglia dei Tupamaros. Come gli altri componenti del movimento, sono stati catturati dal governo militare instauratosi in Uruguay.

Una notte i tre vengono prelevati in segreto dalle loro celle, e saranno costretti a “vivere” per dodici anni in totale isolamento, sottoposti a torture fisiche, e soprattutto psicologiche.

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La cornice storica in cui è immersa la vicenda narrata in Una Notte di Dodici Anni, la pellicola scritta e diretta da Álvaro Brechner (Bad Day To Go Fishing, Mr Kaplan) e presentata in anteprima a Venezia nella sezione Orizzonti, è quella delle azioni di ribellione organizzate tra gli anni Sessanta e Settanta dalla guerriglia dei Tupamaros, movimento politico di estrema sinistra in difesa delle masse rurali più povere.

Gli appartenenti a questo movimento vennero a lungo perseguitati, uccisi, o catturati e sottoposti poi a torture inaudite, inflitte dal governo militare in carica in Uruguay.

La notte dei dodici anni di Josè “Pepe” Mujica (Antonio de la Torre), Mauricio Rosencof (Chino Darìn) ed Eleuterio Fernandez Huidobro (Alfonso Tort) ha inizio nel 1973, quando quattro spesse mura di una prigione priveranno i tre uomini dei loro diritti di libertà e parola, rendendoli «non prigionieri, ma ostaggi».

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Il termine esatto, dopo i primi minuti del film, si intuirà essere, in realtà, non “ostaggi”, ma “cavie”. L’ordine impartito ai militari è infatti: «Visto che non possiamo ucciderli, facciamoli impazzire».

I legami che hanno lasciato fuori dalle loro prigioni sono le allucinazioni che ogni tanto si palesano ai loro occhi e nelle loro menti.

I tre vengono trattati come animali, alimentati da pasti pressoché inesistenti, costretti a dormire su ogni tipo di suolo che trovano nelle varie celle in cui vengono continuamente trasferiti. È così che viene condotto il malato e disumano gioco di spersonalizzazione dell’individuo, ridotto ad essere un corpo che invecchia e deperisce, mentre deambula in pochi metri di spazio.

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Quand’è che un uomo smette di essere tale?

Come fa un uomo a privare un suo eguale della sua essenza?

Nell’opera si parla infatti di persone che, per un perverso meccanismo, si delineano come vittime e carnefici e, per quanto possa essere incisivo l’ordine «facciamoli impazzire», anche il carnefice ha dei limiti: quello di Una notte di 12 anni si troverà a ringraziare con sincerità l’uomo che sta torturando per averlo aiutato.

L’elemento chiave del film è la parola: che sia sussurrata, urlata, in codice morse o scritta, essa costituisce ciò che non può essere alienato all’uomo stesso.

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Nella conferenza a seguito della proiezione del film, Brechner ha spesso ribadito il concetto di “umanità”, sottolineando che, grazie all’aiuto di neurologi, ha potuto comprendere la difficoltà del rimanere un essere umano dinnanzi a circostanze estreme: la cella diventa la dimensione limite che, paradossalmente, ha permesso a Mujica, futuro presidente uruguayano, di ritrovare se stesso: «Sono stati i dodici anni più orrendi della mia vita, eppure non sarei la persona che sono se non avessi avuto tutto quel tempo per essere me stesso».

La forza di questo film è resa anche dall’impiego della fotografia, curata da Carlos Catalán, e dalla modalità di utilizzo del suono, curata da Martin Turon.

I dettagli del volto, delle mani e delle dita dei personaggi si contrappongono ai campi totali dei paesaggi che essi sono costretti ad attraversare: il Sole, inizialmente oscurato da lastre di ferro bucherellate poste dinnanzi alle celle, si sprigiona in tutta la sua potenza nelle praterie verdi.

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L’iperacusia generatasi nella mente di Mujica – ormai sulla via della follia – e acutizzata dallo sgradevole rumore  delle nocche che battono sui muri delle celle, sfuma nell’emozionante scena accompagnata dalla versione di The Sound of Silence realizzata da Silvia Pérez Cruz.

Il monito “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, inciso sulla parete della prima prigione in cui vengono trasportati i tre, non è molto diverso dal raccapricciante “Le parole dei profeti sono scritte sui muri delle metropolitane e sui muri delle case popolari”del brano di Simon & Gurfukel.

Se oggi possiamo parlare di questo film è grazie al fatto che i protagonisti non hanno lasciato ogni speranza ma, aggrappandosi ad essa, hanno fatto diventare voce quel “suono del silenzio.”

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Il film, distribuito da BIM DISTRIBUZIONE e MOVIES INSPIRED è in sala dal 10 gennaio 2019

 Materiali Stampa: US

Lucrezia Roviello

 

Info



Titolo Originale: La Noche de 12 Años



Durata: 122’



Data di uscita: 10 gennaio 2019



Regia:  Álvaro Brechner



Con: 

Antonio de la Torre, Chino Darìn, 

Alfonso Tort, Soledad Villamil, 

Silvia Pérez Cruz, Cesar Troncoso, 

Nidia Telles, Mirella Pascual



Distribuzione: 

BIM DISTRIBUZIONE – MOVIES INSPIRED

Ralph Spacca Internet – La Recensione

Viaggio Nella Rete

 

Nel sequel di Ralph Spaccatutto ritroviamo i due migliori amici, Ralph e Vanellope, alle prese con le meraviglie – e gli orrori – della rete. Alla sala giochi si è verificato un incidente che ha portato allo spegnimento del gioco di Vanellope. Per tentare di rimediare, la principessa ribelle e il cattivo-per-niente-cattivo si addentrano nei meandri dell’internet, dove scopriranno un nuovo, incredibile mondo.

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Dopo aver debuttato oltreoceano nel periodo del Ringraziamento, Ralph Spacca Internet arriverà nelle sale italiane in tempo per festeggiare il nuovo anno, iniziando “col botto” un 2019 targato Disney, ricchissimo di titoli dal grande potere attrattivo.

Sarà infatti l’anno dei live-action di Aladdin Dumbo, del ritorno di Toy Story e Frozen, del remake del Re Leone e del nuovo episodio di Star Wars, oltre ad essere, probabilmente, l’ultima volta in cui vedremo combattere fianco a fianco tutti i nostri supereroi preferiti in Avengers: Endgame – preceduto da Captain Marvel e seguito da Spider-Man: Far From Home (distribuito però dalla Sony) -.

Spetta dunque ai personaggi che popolano il Litwak’s Arcade dare il buon esempio – almeno qui in Italia -, e dare inizio ai giochi nel migliore dei modi.

Ralph Spacca Internet coglie appieno lo zeitgeist attuale, facendo affidamento sull’ibridazione tra vecchio e nuovo, riportando in auge – come nel primo capitolo – il mondo dei videogiochi vecchio stile, ma affiancandolo alle innovazioni – in meglio o in peggio che siano – che qualche cavo e tanti 0 e 1 possono regalarci al giorno d’oggi, grazie al magico universo del World Wide Web.

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Ed ecco apparire – in una città costituita da strati e strati di edifici – le torri di Google, Amazon, eBay, il regno Disney, YouTube e chi più ne ha, più ne metta. Come Ralph (John C. Reilly) e Vanellope (Sarah Silverman), ci meravigliamo davanti alla minuziosa creazione di una realtà virtuale per noi parte della quotidianità, ma estranea a questi personaggi, e tuttavia resa in modo tale da suscitare risate e annuenze da parte dei consapevoli spettatori dinnanzi ai fastidiosi pop-up – uno dei quali doppiato, nella versione italiana, da Salvatore Aranzulla -, alle complicate aste on-line, ai pericolosi RPG virtuali – ne sanno qualcosa Favi J e LaSabri – e ai buffi video di natura virale.

«L’idea di personificare il web è una diretta conseguenza di quella alla base del primo film, dove i vecchi videogiochi venivano trasformati in luoghi accessibili, che si potevano visitare, e di cui si potevano conoscere i personaggi. Così abbiamo fatto per questo film, ma è stata una sfida non indifferente, più complicata di quel che pensassimo inizialmente. Credevamo che la rete fosse un posto così astratto, ma poi parlando con diversi esperti, abbiamo realizzato quanto fosse tattile e reale. Abbiamo visitato delle fabbriche dove sono contenuti i server, e di questi edifici potete trovarne a bizzeffe in tutto il mondo, collegati da miglia e miglia di cavi. Così abbiamo capito che, in realtà, internet era più come una città antica, un pò come Roma, dove le parti originali sono tutte posizionate verso il centro, mentre ci si espande intorno ad esse, crando una sorta di sfera, con le innovazioni che si ergono in superficie» spiega uno dei registi, Rich Moore, in conferenza stampa.

E aggiunge Johnston: «Il nostro scenografo ha effettivamente studiato la struttura architettonica di Roma, e quindi questa sorta di Lasagna – una città costruita strato su strato su strato – è esattamente l’idea che ci eravamo fatti del web».

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Ma mai come in questo caso, la carta vincente del film è rappresentata dall’umorismo, dalla autoconsapevolezza dei propri mezzi, e dallo sfondamento ad arte della quarta parete: in casa Disney si trae spunto dalla propria eredità e dall’influenza che essa ha avuto sulla cultura popolare nel corso degli anni per dar vita ad alcuni dei segmenti più memorabili nella storia dell’animazione, come quello con protagoniste Vanellope e le altre principesse – tra le cui voci italiane troviamo anche Serena Rossi, Nicoletta Romanoff e Mélusine Ruspoli – e di cui, vi diciamo già, avete visto solo un assaggio nel trailer e nelle clip.

Al riguardo, si esprime Moore: «La scena delle principesse è nata quasi per scherzo, sulla scia del “Però, sarebbe divertente vedere interagire questi personaggi”, ma è diventata qualcosa di davvero profondo. Anche adesso, parlando con le persone, vedo quanto significhi davvero per loro riportarle tutte insieme sullo schermo, inserirle in un contesto moderno, umanizzarle ancor di più, in un certo senso. Il progresso avviene nei modi più inaspettati: chi avrebbe mai detto che un film di Ralph sarebbe potuto essere l’inizio di una nuova era per le principesse Disney!»

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Ma in fin dei conti, puntare “verso l’infnito e oltre” è la filosofia della compagnia, e lo stesso Moore conferma: «Ai Walt Disney Studios, fin dal principio, il “metodo” è sempre stato quello di lasciarsi guidare dall’immaginazione. Anche ai tempi in cui Walt diede inizio a tutto questo, venivano incentivate le menti creative, le menti tecnologiche, per dar sempre vita a qualcosa di nuovo. È davvero entusiasmante».

E siamo perfettamente d’accordo con Johnston quando sostiene che «il mondo di internet è così vasto, così mutevole – sta cambiando anche ora, ed è cambiato chissà quanto da quando abbiamo iniziato a parlare dieci minuti fa -. La sfida più grande è stata forse quella di porre alla base del film una storia semplice, ma durevole, una storia di amicizia dal valore universale, nonostante la sua intimità. In ogni amicizia ci saranno sempre degli alti e bassi, delle complicazioni, quindi per noi cogliere tutto questo e fare in modo che non venisse adombrato dalla maestosità della sua ambientazione, è stata probabilmente la parte più difficile. Il cuore della pellicola, la storia, doveva “guadagnarsi” la sua spettacolare cornice visiva. Se la storia di fondo non avesse funzionato, tutto il resto avrebbe rappresentato solo la ciliegina… senza la torta».

È dunque l’amicizia alla base di questo divertente viaggio nella rete – come fu anche per il primo film -; un’amicizia che viene messa alla prova e rinforzata da situazioni, decisioni e sacrifici, proprio come nella vita reale. Solo con qualche byte di differenza…

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Ralph Spacca Internet sarà al cinema dal 1 Gennaio.

Laura Silvestri

Disclaimer
Immagini: Google Immagini
Foto: Laura Silvestri

 

Info







Titolo Originale: Ralph Breaks The Internet







Durata: 112'







Data Di Uscita: 1 Gennaio 2019







Regia: Phil Johnston, Rich Moore







Con:




John C. Reilly, Sarah Silverman,




Gal Godot, Alan Tudyk,




Jane Lynch, Taraji P. Henson, 




Jack McBrayer, Ed O'Neill







Distribuzione: Walt Disney Studios