Zombieland: Doppio Colpo – La Recensione

Se ami qualcuno sparagli alla testa 

A Zombieland i morti viventi non sono solo un brutto ricordo ma ancora “solide” realtà. Dopo aver lasciato Wichita, Little Rock, Columbus e Tallahassee alle prese con il tentativo di sentirsi una famiglia, le due ragazze scappano. Tra nuove ed evolute creature zombie e il ritorno di Wichita, non resta che una cosa da fare: andare a recuperare Little Rock.

e.jpg

Dopo ben dieci anni dal precedente Benvenuti a Zombieland, Emma Stone, Abigail Breslin, Jesse Eisenberg e Woody Harrelson ritornano nei panni del quartetto più strambo mai sopravvissuto ad una apocalisse zombie, rispettivamente Wichita (sempre in fuga dai legami e dai propri sentimenti), Little Rock  (non più adolescente ma ormai una forte, giovane donna), il nerd attaccato a sicurezza e norme Columbus e il maestro delle armi con annesse uccisioni zombie, Tallahassee. 

Nulla di nuovo sotto il sole rispetto al capitolo precedente, intendiamoci: il solito umorismo derivante dalle normali situazioni quotidiane affrontate in un contesto decisamente fuori comune – come un’assurda invasione di zombie – giustamente condita da quella sana autoironia restando sul limite del parodistico.

Ma, come recita una delle fondamentali regole di Columbus, «Quando non sei certo che i non-morti siano morti-morti, non risparmiare munizioni: Head-Shot di sicurezza, sempre», perciò è sempre meglio un “doppio colpo”, e per quanto sia una regola quasi mai applicabile a livello cinematografico, in questo caso non si può che dargli ragione. A raddoppiare, è soprattutto il livello del grottesco e la pericolosità dei non morti: memori della classificazione fatta in relazione dai diversi tipi di zombie, vedremo spuntare fuori nuove “tipologie”, tra le quali i superavanzati “T800”, che prendono il loro nome da Terminator; questa nuova “razza” non morta, infatti, sembra essere decisamente dura a morire, e ce ne sono più di quanto i nostri quattro possano immaginare.

kuhb.jpg

Come accennato, non mancano i problemi quotidiani: lasciati in precedenza mentre tentavano di formare insieme una vera famiglia – disfunzionale, magari, ma solida – sembrano adesso quasi riuscirci… all’interno della casa bianca. quasi, perché la scostante Wichita decide di sparire, sentendosi sotto pressione dopo la proposta di matrimonio avanzata da Columbus; Little Rock, dal canto suo, la segue, non sopportando più di essere trattata come una bambina da Tallahasse, che si era preso la briga di farle da figura paterna, forse esagerando.

Rimasti soli, i due “uomini di casa” si imbatteranno nella biondissima Madison, che si nascondeva dentro la cella frigorifero di un supermercato; si verrà a creare una situazione imbarazzante che prevede il ritorno di Wichita, l’improbabile liaison tra Columbus e l’avvenente (ma non proprio brillante) “ragazza nuova”, per sfociare poi nella ricerca di Little Rock, scappata con una sorta di cantautore hippie dalla chioma fluente. 

Tra gli ottimi e ormai collaudati attori protagonisti, la Stone in particolar modo sembra essere stata progettata appositamente per interpretare la parte della ragazza forte e determinata, capace di tutto ma assolutamente ironica (ancor meglio se machiavellica e insondabile, infatti è nel relativamente recente La Favorita che riesce davvero a portare in scena tutto il suo enorme potenziale): dall’ormai cult del 2009 ne è passata di acqua sotto i ponti, che le ha portato un Oscar come migliore attrice una seconda candidatura come migliore attrice non protagonista, e questo si può senz’altro percepire.

j.jpg

Zombieland: Doppio Colpo è un seguito che vende buona parte delle sue battute a chi già ha “visitato” Zombieland, ma nonostante ciò riesce a farsi prodotto a sé stante; un prodotto molto lontano dall’essere definito canonico, che allo stesso tempo fa riferimento e trae risorse da tutto un intero immaginario pop sui morti viventi, e risulta svagato quanto basta pur nelle sue ingenuità, oltre che divertente… da morire.

No, non ci siamo dimenticati di Bill Murray, che pur soltanto in pochi minuti riesce ad essere sempre il mattatore della situazione. A questo proposito, vi invitiamo a rimanere in sala al termine dei titoli di coda.

hkhjb

Zombieland: Doppio Colpo sarà dal 14 novembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Zombieland: Double Tap

Durata: 99’

Data di Uscita: 14 novembre

Regia:  Ruben Fleischer

Con: 
Woody Harrelson, Jesse Eisenberg, 
Emma Stone, Abigail Breslin, 
Zoey Deutch

Distribuzione: Sony Pictures Italia

Mistify: Michael Hutchence – #RFF14

Richard Lowenstein firma questa preziosa testimonianza, presentata all’ultima Festa del Cinema di Roma, e dedicata al carismatico leader di un gruppo oggi forse un po’ dimenticato dal grande pubblico, ma parte della storia musicale degli anni novanta, gli INXS: parliamo di Michael Hutchence. Grande amico del cantante, il regista ha firmato anche molti dei loro video musicali, ed è pienamente percepibile la sintonia che riesce a scaturire da questo lungometraggio, giocando sul connubio tra la semplicità e le mille sfaccettature di un’anima difficile.

Chi è Michael Hutchence? Di origini australiane, nato il 22 gennaio 1960, veniamo introdotti dalle immagini sullo schermo alla sua infanzia e adolescenza in giro per il mondo, soprattutto in seguito alla separazione dei genitori; poi arriva il primo album con gli INXS, in cui è la sua voce calda e potente a fare la differenza; poi il successo; poi le varie pressioni mediatiche.

Interamente composto da immagini di repertorio, relegando al fuori campo le voci di chi lo ha conosciuto e amato, e ne conserva il ricordo ancora oggi; e così c’è la vacanza in Italia con la collega e compagna Kylie Minogue, uno dei grandi amori della sua vita; c’è la nascita della figlia Tiger Lily, le confessioni, le insicurezze (sia a livello artistico che emotivo), l’essere ancora incompleti, in cerca di definizione, mentre il resto del mondo sembra avergli già dato un’etichetta precisa.

C’è un momento preciso in cui questo documentario sveste i panni della “biografia” per tuffarsi in acque ben più trascendentali: succede quando, a causa dei gravi traumi procurati dall’aggressione di un tassista, il cantante perde l’olfatto e il gusto; proprio lui, che aveva amato alla follia Profumo, il romanzo di Patrick Süskind, lui, pervaso dalla voglia di gustarsi la vita al massimo. Da quel momento, del resto, la sua stessa vita non sarà più la stessa, così come i suoi modi di fare, quasi si fosse spezzato un incantesimo; così si è gradualmente portati a pensare che il suo gesto estremo, la morte per asfissia, fosse assolutamente premeditato; un gesto forse emblematico di quel disordine interiore sempre presente in lui, ma sicuramente acuitosi nell’ultimo periodo della sua giovane vita.

Un uomo che, sul palco e al di fuori, stregava chiunque con la sua sensualità e il suo conseguente sex appeal, nascondeva un ragazzo dolce e troppo fragile per il mondo dello spettacolo, totalmente distante dall’immagine tipica della rock star aggressiva e sregolata.

Mistify: Michael Hutchence è un documentario inconsueto e inaspettato, nella misura in cui diventa preponderante l’aspetto introspettivo più intimo dell’artista, lasciando in secondo piano gli aspetti legati figura pubblica che la sua carriera musicale ha contribuito a plasmare – un po’ come lo stesso Hutchence avrebbe certamente voluto. 

Cristiana Carta

The Irishman – #RFF14

Il cinema degli ultimi tempi sembra portare sempre più spesso narrazioni che si guardano indietro, riflettendo su un passato sbiadito, cercando di di riportarlo a galla e dando una nuova mano di intonaco sulle pareti della memoria («Ho sentito dire che imbianchi i muri»); ma questo intonaco si rivela essere il rosso del sangue di coloro che ostacolano i gangster al vertice in quel momento.

“The Irishman” è Frank Sheeran (Robert De Niro), un uomo che entra in contatto con la criminalità organizzata, quasi per caso, in un periodo storico cruciale per quanto riguarda gli Stati Uniti (tra accenni alla presidenza di JFK e alla crisi missilistica di Cuba); grazie a Russel Bufalino (Joe Pesci), Frank diventa un sicario tra i più fedeli ed efficienti, spaventando la sua stessa famiglia, ed in particolare la figlia, ormai terrorizzata dalla figura del padre. Questi “lavoretti” all’interno dell’ambiente mafioso portano Frank a conoscere il brillante leader sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), ovviamente implicato nei giri della “famiglia” Bufalino. 

 “Quei bravi ragazzi”, però, devono in un modo o nell’altro giungere al crepuscolo della loro vita, ed è lo stesso Frank a raccontare i suoi trascorsi, quando tutti i suoi compari di un tempo sono ormai morti. 

Che lo si voglia o no, siamo davanti alla reazione verso la scomparsa di un mondo come veniva concepito fino a poco tempo fa, reazione che coinvolge tanto l’aspetto cinematografico quanto quello sociale. Scorsese combatte per riuscire a portare in vita la sua storia, con i suoi attori/amici di sempre, cercando di sbrogliare la matassa del tempo per non soccombere alla nostalgia, così come fa l’ormai vecchio Frank in questo film dalla durata epocale. 

Certo, le tematiche e l’iconografia sono esattamente quelle che il regista ha esplorato nel corso della sua intera e illustre carriera, ma lo sguardo che si percepisce è qualcosa di inedito, e sembra cercare di chiudere un cerchio, esattamente in un periodo in cui tutto si trasforma ed è quindi giunto il momento di saldare i conti con vecchie realtà. 

Tra battute gag che solo un uomo dall’animo italian(american)o potrebbe produrre, Martin Scorsese dà vita, grazie all’audace produzione di Netflix, ad un vero e proprio romanzo d’ampio respiro, il suo “grande romanzo americano”, che viaggia nel tempo attraverso i suoi personaggi; e a questo proposito, di audace c’è anche la scelta di effettuare un de-aging degli attori, funzionale e azzeccata,  a differenza di progetti in cui viene utilizzato come semplice ostentazione visiva.

The Irishman è un film ambizioso, decisamente rischioso, in grado di essere maneggiato solo da un maestro come Scorsese, che al netto delle innumerevoli e sfiancanti polemiche, ancora una volta dimostra di essere il sopravvissuto mostro sacro di un certo tipo di cinema che pian piano ci sta scivolando via dalle mani.

Cristiana Carta

Gli Uomini D’Oro – La Recensione

Non è tutto oro quello che luccica

Tre uomini che più diversi tra loro non potreste trovarne; tre motivazioni differenti; tutti uniti dal destino e dalla voglia di cambiare la propria vita. Luigi (Giampaolo Morelli), Alvise (Fabio De Luigi) e Il Lupo (Edoardo Leo) tenteranno il colpo del secolo, almeno per loro, ma non tutto andrà come sperato… 

Ispirato da una storia vera, Gli Uomini D’Oro è ambientato a Torino, nel 1996, e gioca sulle insoddisfazioni della vita per regalarci un film difficile da categorizzare – ma, come dice anche il regista, Vittorio Alfieri, «Il sogno della mia vita è che un giorno la gente non debba chiedersi che [genere di] film sto facendo» – , con accenni di Heist Movie, Crime, Noir, Dramma e anche un po’ di Commedia, dando vita a un prodotto dalla forma e dalla sostanza davvero inaspettato.

Un playboy, un uomo di famiglia e un ex-pugile entrano in un bar… Sembra l’incipit di una barzelletta, e invece è fondamentalmente la situazione in cui ci ritroviamo verso metà film, e a cui arriveremo man mano che gli eventi sullo schermo avranno luogo, raccontate da tre punti di vista differenti, quelli, appunto, dei tre protagonisti. Il gruppetto che si è formato così, un po’ per caso, a causa delle circostanze, non è nemmeno un vero gruppo: ognuno di loro ha in mente un obiettivo, una vita migliore a cui aspira, con delle motivazioni del tutto differenti dagli altri. Stremati dalla dura realtà, Luigi e Alvise ideano un piano per impadronirsi dei soldi che normalmente trasportano con il furgone portavalori di cui sono incaricati. Al colpo partecipano anche, con ruoli e rilevanza diversa, Luciano (Giuseppe Ragone) e Gina (Mariela Garriga), mentre ne rimangono all’oscuro la moglie di Alvise, Bruna (Susy Laude), e la ragazza frequentata da Luigi, Anna (Matilde Gioli).

Colpo che occuperà una buona metà della pellicola, mentre per il resto del lungometraggio avremo a che fare con le sue conseguenze, oltre che ai diversi approcci forniti dal triplice sguardo all’intera vicenda.

Più serio di quanto ci si possa immaginare, il racconto messo in atto da Alfieri e dallo stuolo di attori a disposizione, che qui si cimentano in dei ruoli che i più potrebbero ritenere anticonvenzionali, basandosi su i personaggi che hanno finora portato sullo schermo (De Luigi, in particolare, sembra aver stupito particolarmente il pubblico in sala per la sua intensità drammatica, specialmente vista la sua attitudine per la commedia), Gli Uomini D’Oro insiste in 110 minuti di coinvolgente cinema, né troppo scontato (anzi, difficilmente prevedibile in fatto di impostazione e risoluzione), né troppo “impastato”. La commistione di generi può provocare un leggero stracciamento in fase iniziale, ma funziona, e permette un diverso aggancio a quelli che sono desideri, problematiche, idiosincrasie, timori e aspirazioni comuni a tutti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Bravo dunque il trio protagonista, buona performance anche da parte del cast di supporto, con le donne “di casa” – si fa per dire – che muovono i tasselli giusti (sbagliati) al momento giusto (sbagliato), per far sì che la storia finisca come deve finire… In un qualche modo.

Troverete Gli Uomi D’Oro dal 7 novembre al cinema.

Laura Silvestri

Info 

Titolo: Gli Uomini D'Oro

Durata: 110'

Data di Uscita: 7 novembre

Regia: Vincenzo Alfieri 

Con:

Fabio De Luigi, Edoardo Leo,

Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone, 

Mariela Garriga, Matilde Gioli, 

Susy Laude, Gian Marco Tognazzi

Distribuzione: 01 Distribution

Attraverso i Miei Occhi – La Recensione 

“Sii la persona che il tuo cane crede tu sia” 

Denny è un aspirante automobilista di formula 1, che da’ il massimo per raggiungere risultati soddisfacenti anche facendo grandi sacrifici; si troverà a dover affrontare sacrifici ancor più grandi quando con la sua amata Eve formerà una famiglia… per fortuna c’è il suo cane, Enzo!

DF-06519

Diciamocelo molto chiaramente: questo è l’anno in cui gli schermi cinematografici sembrano essere ossessionati da narrazioni il cui punto fondamentale si rivela essere lo sguardo verso il passato, con gli occhi di chi è giunto al tramonto della vita, dall’alto di tutte le consapevolezze assimilate nel corso del tempo.

In questo caso il protagonista è nientemeno che un cane, Enzo (doppiato in origine da Kevin Costner, mentre nella versione italiana troviamo Gigi Proietti), che viene adottato da cucciolo, come per volere del destino, da Denny Swift (Milo Ventimiglia), un automobilista in cerca della gara giusta che gli permetta di sfondare nei grossi circuiti (e, come da subito si intuisce, il nome del cane richiama proprio quello di Enzo Ferrari, grandissima ispirazione per lui).

Le cose potrebbero leggermente complicarsi quando nella loro vita entra Eve (Amanda Seyfried); inizialmente, Enzo dimostra un po’ di gelosia nei confronti della “nuova arrivata”, ma arriveranno presto a comporre un vero e proprio nucleo familiare, rafforzato dalla nascita della loro figlioletta, Zoe. Il cane stesso ci narrerà, attraverso i suoi pensieri fuori campo, il suo vissuto, di conseguenza narrandoci quello di Denny, costellato tanto da gioie quanto da occasioni sprecate e decisioni dolorose e sofferte.

DF-03728

La pellicola è ispirata al romanzo di Garth Stein, best seller del New York Times per ben 40 settimane, “L’arte di correre sotto la pioggia”; correre sotto la pioggia è davvero un’arte a tutti gli effetti e – come Denny insegna – un’arte in cui l’elemento fondamentale è tenere gli occhi sempre oltre la prossima curva, oltre le difficoltà, ed imparare a crearsi “le proprie condizioni”.  

Purtroppo, a non convincere più di tanto è proprio il fatto che le massime di vita del quale il film è imbevuto provengano tutte quante dal voice over del cagnolone di casa: ammette di non saper parlare, ma quello che percepisce lo spettatore è un intelletto fin troppo acuto, un lessico fin troppo forbito, e la pellicola combatte con il rischio di perdere la forza narrativa.

In definitiva, Attraverso i miei occhi può ritenersi una commedia dai toni drammatici abbastanza pregevole, pur nei suoi limiti, leggera e farcita di buoni sentimenti, ma tutt’altro che sciocca; utilizzando a livello metaforico i concetti relativi alle corse automobilistiche, cerca di porre riflessioni sul rimanere sempre concentrati verso i propri obiettivi, sulla fedeltà e sul valore del bene incondizionato e disinteressato.

Conferenza con Gigi Proietti

175230507-ff97ba7d-6634-4e6f-94b1-09bdd35627f6-2.jpg

Alla conferenza stampa, Gigi Proietti, ci racconta del valore metaforico di questo film, nel quale presta la voce al cane protagonista, il suo rapporto con gli animali (compresi esilaranti aneddoti tra piccioni e merli indiani), con le automobili e dice la sua sull’industria cinematografica odierna.

«Un film metaforico, anche se così commovente. Una metafora che fa capire come sarebbero più facili i rapporti, come in questo tra Enzo e il padrone, in cui c’è soltanto lealtà e fedeltà., la voglia che il proprio amico stia bene, perché bene significa volere per davvero il bene dell’altro»

Scegliendo Proietti hanno dato alla narrazione di questo particolare punto di vista (il cane che per forza di cose non può esprimersi verbalmente), con la sua voce, tutta la saggezza di chi inizia il suo racconto da anziano; lo stesso dichiara però di non sentirsi veramente sicuro di avere questa saggezza: «sarebbe bello se ce l’avessi». 

DF-06586

Non ci si aspetta che, ad un certo punto, siano i nonni a diventare antagonisti della storia: «è un film indubbiamente originale, come anche il fatto che si parta dalla fine». 

Parlando di doppiaggio: «ci sono state delle grandi voci italiane che, risentendo poi l’attore americano non doppiato, in originale, rimani deluso».

«Io amo molto gli animali”, racconta in seguito, “addirittura ho avuto un piccione! Un piccione che mia moglie comprò a Ponza… lo portammo a Roma, ma non volava! l’abbiamo chiamato Porototo. E si comportava proprio come un cane!».

Per quanto riguarda il rapporto con le automobili e con la velocità: «Zero! Non sono un patito di automobili, lo sanno tutti. Mi avevano regalato, una volta, un SUV! Mi sembrò di essere l’autista di un pullman, a Roma un SUV è come una bestemmia! ‘Ndo lo metti? E allora l’ho dato via… non ho la passione per le macchine, onestamente».

http---media.tvblog.it-7-711-cavalli-di-battaglia-proietti-2

Oggi il cinema è sicuramente in un momento di forte trasformazione: «il cinema , oggi si sta televisivizzando. un film rimane in sala solo pochi giorni. Il cinema italiano, tolta qualche eccezione, ha sempre storie un po’ piccole, a volte fatte anche bene… ci sono dei buoni attori! Ma per le storie, ti accorgi che un film di un’ora e mezza potrebbe benissimo durare solo tre quarti d’ora».

La conferenza si conclude, poi, con una tragicomica rivelazione sul destino del “piccione domestico”, che non può non strappare un’ultima risata e un ultimo applauso di congedo.

xrdrg.jpg

Attraverso I Miei Occhi sarà dal 7 novembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: The Art of Racing in the Rain

Durata: 108’

Data di Uscita: 7 novembre 2019

Regia: Simon Curtis 

Con: 

Amanda Seyfried, Kevin Costner (voce), 

Milo Ventimiglia, Kathy Baker

Distribuzione: 20th Century Fox
Materiali Stampa: 20th Century Fox, Google Immagini

Honey Boy – #RFF14

Dopo essere stato presentato al Sundence Film Festival, è approdato anche alla Festa del Cinema di Roma il doloroso viaggio esistenziale di Shia LaBeouf; un ulteriore film che ci catapulta nelle difficili meccaniche familiari, filtrate per di più attraverso uno sguardo lucido prodotto da una rielaborazione “adulta” della propria infanzia. 

Potremmo definirlo un racconto di (de)formazione, il suo: un attore, Otis Lort (interpretato da Lucas Hedges, ormai collaudato per quanto riguarda determinati ruoli emotivamente complessi) è reduce da un grave crollo emotivo, in seguito al quale gli verrà consigliato di affrontare i suoi traumi passati ripercorrendo per l’appunto la storia della sua infanzia.

Pur attraverso nomi di fantasia (e look di fantasia, se vogliamo andare ad osservare l’aspetto à la David Foster Wallace dato al personaggio del padre) possiamo parlare tranquillamente di un biopic, che a differenza dei recenti ed innumerevoli esempi relativi al Genere, preme esattamente nel punto in cui la ferita fa più male; del resto, altro non è che una dolorosa operazione di catarsi, per LaBeouf, che non ha certo avuto quella che si definisce un’infanzia felice.

Un Otis ormai adulto, quindi, scava a fondo con grande difficoltà, per ritrovare quel bambino che era stato (interpretato dal piccolo ma già promettente Noah Jupe). 

In realtà, tra una carriera attoriale partita prestissimo e un padre pieno di problemi, inaffidabile, che sembra occuparsi di lui con l’unico scopo di ricavare un guadagno, Otis(/Shia) non ha forse mai avuto quella che si definisce un’infanzia; altresì, non è difficile da credere che, per l’attore, la parte più difficile debba essere stata quella di interpretare il ruolo stesso del padre.

Un padre che, in stranianti attimi di lucidità (momenti in cui lo chiamava “honey boy”), sembra davvero cercare disperatamente di essere quel padre che non in realtà non è mai stato; ed è molto sensibile in questo, Shia LaBeouf, cancellando qualsiasi parvenza di vittimismo e anzi, cercando di sondare le verità ultime di una figura genitoriale che ha lasciato tremendi segni in lui e nella sua psiche. 

Nella messa in scena, si tratta di un film dall’estetica tanto formale quanto indie, che nasconde la dimestichezza nell’ambiente “videoclipparo” di Alma Har’el, e permette al pubblico di conoscere, nella sua intimità, l’essenza di uno tra gli attori più controversi di sempre, scavando a fondo,  Honey Boy non si perde in sterili aneddoti, lacrime facili o agiografia spicciola, anzi, vuole solo disinnescare quella nube tossica che accompagna LaBeouf da un’intera esistenza. 

Cristiana Carta

Motherless Brooklyn- #RFF14

La 14a edizione della Festa del Cinema di Roma apre in maniera ufficiale le danze portando un piccolo gioiellino, che vede Edward Norton per la seconda volta (e dopo quasi vent’anni) dietro la macchina da presa.

New York anni ‘50, Jazz e atmosfere soffuse ci portano dritti all’interno di una classica Detective Story coi toni del noir; in questo contesto incontriamo il nostro protagonista: Lionel (interpretato dallo stesso Norton). È senz’altro un tizio peculiare, Lionel, che sembra esserci finito per caso in questo ambiente fatto di intercettazioni, pedinamenti e gente poco raccomandabile; a caratterizzare qualsiasi suo stato d’animo così come qualsiasi sua reazione al mondo esterno è la sindrome di Tourette, un disturbo  che comporta  manie ossessivo-compulsive unite a dei numerosi tic involontari (spesso sotto forma di colorite frasi oscene).

Frank Minna (Bruce Willis) è l’uomo che lo ha raccolto quando era un ragazzino orfano, rendendolo poi parte della sua “squadra investigativa” e assumendo per lui il ruolo di figura tutelare, ma Minna muore in circostanze tragiche, e Lionel dovrà risolvere una brutta faccenda rimasta in sospeso; ma forse ha ancor più bisogno di risolvere sé stesso, reso un puzzle distorto di emozioni dalla morte del mentore.

“Motherless Brooklyn” è il soprannome affibbiato a Lionel; non è un caso che ad essere “orfani”, senza una guida e senza un punto fermo, siano sia l’uomo che la città, una città che ormai si trova in mano ad amministrazioni corrotte e meschine; così, nei club fumosi dei bassifondi di Brooklyn,  l’investigatore dai mille tic arriverà a capo di una faccenda più grande di quanto si potesse pensare, che vede coinvolta suo malgrado la bella attivista Laura Rose (Gugu Mbatha-Raw)…

Tra un’imprecazione e un improvviso movimento convulso, tra quei “If!” ripetuti ossessivamente (“Se”, “se”, e se…) si disvela una disarmante, straziante dolcezza, fatta di sguardi teneri, e di un bisogno costante di chiedere perdono per la sua condizione, che fa eco ad un disperato bisogno di essere accettato e tollerato; quella di Lionel è un’anima che si svela come non mai in quel ballo con Laura, proprio lì, in quel locale, in quel momento, dove i suoi tic e le sue manie sembra quasi poterli dimenticare.

Norton si è voluto ritagliare in questa pellicola un personaggio articolato, un personaggio indimenticabile, con un cuore talmente bello e puro che rende impossibile non affezionarsi; ma  sarebbe ingiusto non menzionare, nell’ottimo cast, Alec Baldwin, col ruolo del ministro Moses Randolph: si trova certamente a suo agio nei panni del politicante tarchiato e pieno di arroganza, pronto a dire qualsiasi assurdità per raggiungere lo scopo (come non ricordare le sue imitazioni di un certo Donald…).

Motherless Brooklyn è davvero una pellicola-gioiello, impreziosita da una colonna sonora che si fa apoteosi di quel cool jazz da bassifondi tipico dei film di genere, ma sarà Daily Battles (composta da Thom Yorke in collaborazione con Flea), senza dubbio alcuno, a rimanere nella vostra testa e nel vostro cuore.

Cristiana Carta