City Of Lies – L’Ora Della Verità — La Recensione

Troppi Errori Per Un’Indagine Lunga Una Vita

City Of Lies – L’Ora Della Verità traccia una connessione tra gli omicidi di Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., avvenuti il primo a Las Vegas il 13 settembre del 1996, e il secondo a West Hollywood il 9 marzo del 1997, intrecciati alle vite del detective Russell Poole e del giornalista Jack Jackson. I due, a quindici anni di distanza dai fatti, cercano insieme di ripercorrere le tappe dell’indagine, convinti di poter provare che dietro i due omicidi si celi un pesante caso di corruzione per la polizia di Los Angeles.

CITY OF LIES

Russell Poole, interpretato da Johnny Depp – qui in una performance sotto la media per una carriera ormai lontana dai fasti del passato -, è un detective che ha dedicato gran parte della propria vita a investigare gli omicidi dei rapper Tupac Shakur e Notorious B.I.G., fino a giocarsi la carriera.

Forse ispirati dalla serie tv True Detective, il regista e lo sceneggiatore si sono convinti che narrare questa storia mediante flashback fosse una scelta vincente. Purtroppo, non è stato così.

Alla figura del detective realmente esistito, gli autori affiancano quella totalmente fittizia del reporter (interpretato da Forest Whitaker) che indaga sullo stesso caso, dove l’unico scopo del secondo è fornire al primo la cornice per raccontare gli eventi accaduti, togliendo di fatto molta azione alla storia.

CITY OF LIES

In questo gioco continuo tra passato e presente, la struttura della sceneggiatura risulta molto debole. Infatti l’attore Christian Contreras (marito di Jodie Whittaker, Doctor Who), qui alla sua prima prova da sceneggiatore, non eccelle nel suo compito.

Il film non convince, poiché sembra avere due anime: da una parte un poliziesco, e dall’altra un film di denuncia, tuttavia senza credere in nessuna delle due parti, e non avendo il mordente necessario per far appassionare gli spettatori alla vicenda narrata.

La pellicola si apre come un documentario, passando i primi 15 minuti tra filmati d’archivio, interviste dell’epoca e repertorio vario, per poi diventare un poliziesco dove i troppi nomi e le troppe piste tendono a confondere lo spettatore, mescolando ancora di più le carte in tavola con un andirivieni non necessario tra passato e presente. In seguito, nell’ultima parte, viene approfondito anche il rapporto tra i due protagonisti e i famigliari di Poole, ma è ormai troppo tardi per far appassionare gli spettatori alla vicenda umana dei due; forse, in ultima analisi, questa è la storyline meno sviluppata, ma che più risente della struttura complessiva del racconto.

CITY OF LIES

Considerando il fatto che il film indaga su un caso ancora irrisolto, e che il suo cuore è costituito dal personaggio di Russell Poole e quanto questo detective abbia sacrificato della sua vita per seguire la verità, magari sarebbe risultato più efficace – e avrebbe avuto sicuramente un maggiore impatto emozionale sullo spettatore – partire direttamente dalla sua vicenda umana.

Sorge il dubbio che questa storia non sia adatta ad essere compressa in 2 ore.

Forse temi quali la corruzione nelle forze di polizia in America – che hanno fatto il successo di serie Tv come The Shield – potevano prestarsi meglio a un format seriale, come accaduto per la serie prodotta da Usa Network, Unsolved, che tratta della stessa vicenda del film.

Ma sarà proprio il tempo a dare ragione o meno al film.

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Troverete City Of Lies – L’Ora Della Verità al cinema dal 10 Gennaio.

Materiali Stampa: ManzoPiccirillo

Anna Antenucci

Info

Titolo Originale: City of Lies

Durata: 112'

Data Di Uscita: 10 Gennaio 2019

Regia: Brad Furman

Con: 

Johnny Depp, Forest Whitaker, 

Toby Huss

Distribuzione: Notorious Pictures

Una Notte Di 12 Anni – La Recensione

 

La Voce del Silenzio

«Al posto vostro mi ammazzerei.

Perché non vi ammazzate?»

Mujica, Rosencof e Huidobro sono tre militanti della guerriglia dei Tupamaros. Come gli altri componenti del movimento, sono stati catturati dal governo militare instauratosi in Uruguay.

Una notte i tre vengono prelevati in segreto dalle loro celle, e saranno costretti a “vivere” per dodici anni in totale isolamento, sottoposti a torture fisiche, e soprattutto psicologiche.

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La cornice storica in cui è immersa la vicenda narrata in Una Notte di Dodici Anni, la pellicola scritta e diretta da Álvaro Brechner (Bad Day To Go Fishing, Mr Kaplan) e presentata in anteprima a Venezia nella sezione Orizzonti, è quella delle azioni di ribellione organizzate tra gli anni Sessanta e Settanta dalla guerriglia dei Tupamaros, movimento politico di estrema sinistra in difesa delle masse rurali più povere.

Gli appartenenti a questo movimento vennero a lungo perseguitati, uccisi, o catturati e sottoposti poi a torture inaudite, inflitte dal governo militare in carica in Uruguay.

La notte dei dodici anni di Josè “Pepe” Mujica (Antonio de la Torre), Mauricio Rosencof (Chino Darìn) ed Eleuterio Fernandez Huidobro (Alfonso Tort) ha inizio nel 1973, quando quattro spesse mura di una prigione priveranno i tre uomini dei loro diritti di libertà e parola, rendendoli «non prigionieri, ma ostaggi».

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Il termine esatto, dopo i primi minuti del film, si intuirà essere, in realtà, non “ostaggi”, ma “cavie”. L’ordine impartito ai militari è infatti: «Visto che non possiamo ucciderli, facciamoli impazzire».

I legami che hanno lasciato fuori dalle loro prigioni sono le allucinazioni che ogni tanto si palesano ai loro occhi e nelle loro menti.

I tre vengono trattati come animali, alimentati da pasti pressoché inesistenti, costretti a dormire su ogni tipo di suolo che trovano nelle varie celle in cui vengono continuamente trasferiti. È così che viene condotto il malato e disumano gioco di spersonalizzazione dell’individuo, ridotto ad essere un corpo che invecchia e deperisce, mentre deambula in pochi metri di spazio.

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Quand’è che un uomo smette di essere tale?

Come fa un uomo a privare un suo eguale della sua essenza?

Nell’opera si parla infatti di persone che, per un perverso meccanismo, si delineano come vittime e carnefici e, per quanto possa essere incisivo l’ordine «facciamoli impazzire», anche il carnefice ha dei limiti: quello di Una notte di 12 anni si troverà a ringraziare con sincerità l’uomo che sta torturando per averlo aiutato.

L’elemento chiave del film è la parola: che sia sussurrata, urlata, in codice morse o scritta, essa costituisce ciò che non può essere alienato all’uomo stesso.

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Nella conferenza a seguito della proiezione del film, Brechner ha spesso ribadito il concetto di “umanità”, sottolineando che, grazie all’aiuto di neurologi, ha potuto comprendere la difficoltà del rimanere un essere umano dinnanzi a circostanze estreme: la cella diventa la dimensione limite che, paradossalmente, ha permesso a Mujica, futuro presidente uruguayano, di ritrovare se stesso: «Sono stati i dodici anni più orrendi della mia vita, eppure non sarei la persona che sono se non avessi avuto tutto quel tempo per essere me stesso».

La forza di questo film è resa anche dall’impiego della fotografia, curata da Carlos Catalán, e dalla modalità di utilizzo del suono, curata da Martin Turon.

I dettagli del volto, delle mani e delle dita dei personaggi si contrappongono ai campi totali dei paesaggi che essi sono costretti ad attraversare: il Sole, inizialmente oscurato da lastre di ferro bucherellate poste dinnanzi alle celle, si sprigiona in tutta la sua potenza nelle praterie verdi.

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L’iperacusia generatasi nella mente di Mujica – ormai sulla via della follia – e acutizzata dallo sgradevole rumore  delle nocche che battono sui muri delle celle, sfuma nell’emozionante scena accompagnata dalla versione di The Sound of Silence realizzata da Silvia Pérez Cruz.

Il monito “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, inciso sulla parete della prima prigione in cui vengono trasportati i tre, non è molto diverso dal raccapricciante “Le parole dei profeti sono scritte sui muri delle metropolitane e sui muri delle case popolari”del brano di Simon & Gurfukel.

Se oggi possiamo parlare di questo film è grazie al fatto che i protagonisti non hanno lasciato ogni speranza ma, aggrappandosi ad essa, hanno fatto diventare voce quel “suono del silenzio.”

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Il film, distribuito da BIM DISTRIBUZIONE e MOVIES INSPIRED è in sala dal 10 gennaio 2019

 Materiali Stampa: US

Lucrezia Roviello

 

Info



Titolo Originale: La Noche de 12 Años



Durata: 122’



Data di uscita: 10 gennaio 2019



Regia:  Álvaro Brechner



Con: 

Antonio de la Torre, Chino Darìn, 

Alfonso Tort, Soledad Villamil, 

Silvia Pérez Cruz, Cesar Troncoso, 

Nidia Telles, Mirella Pascual



Distribuzione: 

BIM DISTRIBUZIONE – MOVIES INSPIRED

Ralph Spacca Internet – La Recensione

Viaggio Nella Rete

 

Nel sequel di Ralph Spaccatutto ritroviamo i due migliori amici, Ralph e Vanellope, alle prese con le meraviglie – e gli orrori – della rete. Alla sala giochi si è verificato un incidente che ha portato allo spegnimento del gioco di Vanellope. Per tentare di rimediare, la principessa ribelle e il cattivo-per-niente-cattivo si addentrano nei meandri dell’internet, dove scopriranno un nuovo, incredibile mondo.

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Dopo aver debuttato oltreoceano nel periodo del Ringraziamento, Ralph Spacca Internet arriverà nelle sale italiane in tempo per festeggiare il nuovo anno, iniziando “col botto” un 2019 targato Disney, ricchissimo di titoli dal grande potere attrattivo.

Sarà infatti l’anno dei live-action di Aladdin Dumbo, del ritorno di Toy Story e Frozen, del remake del Re Leone e del nuovo episodio di Star Wars, oltre ad essere, probabilmente, l’ultima volta in cui vedremo combattere fianco a fianco tutti i nostri supereroi preferiti in Avengers: Endgame – preceduto da Captain Marvel e seguito da Spider-Man: Far From Home (distribuito però dalla Sony) -.

Spetta dunque ai personaggi che popolano il Litwak’s Arcade dare il buon esempio – almeno qui in Italia -, e dare inizio ai giochi nel migliore dei modi.

Ralph Spacca Internet coglie appieno lo zeitgeist attuale, facendo affidamento sull’ibridazione tra vecchio e nuovo, riportando in auge – come nel primo capitolo – il mondo dei videogiochi vecchio stile, ma affiancandolo alle innovazioni – in meglio o in peggio che siano – che qualche cavo e tanti 0 e 1 possono regalarci al giorno d’oggi, grazie al magico universo del World Wide Web.

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Ed ecco apparire – in una città costituita da strati e strati di edifici – le torri di Google, Amazon, eBay, il regno Disney, YouTube e chi più ne ha, più ne metta. Come Ralph (John C. Reilly) e Vanellope (Sarah Silverman), ci meravigliamo davanti alla minuziosa creazione di una realtà virtuale per noi parte della quotidianità, ma estranea a questi personaggi, e tuttavia resa in modo tale da suscitare risate e annuenze da parte dei consapevoli spettatori dinnanzi ai fastidiosi pop-up – uno dei quali doppiato, nella versione italiana, da Salvatore Aranzulla -, alle complicate aste on-line, ai pericolosi RPG virtuali – ne sanno qualcosa Favi J e LaSabri – e ai buffi video di natura virale.

«L’idea di personificare il web è una diretta conseguenza di quella alla base del primo film, dove i vecchi videogiochi venivano trasformati in luoghi accessibili, che si potevano visitare, e di cui si potevano conoscere i personaggi. Così abbiamo fatto per questo film, ma è stata una sfida non indifferente, più complicata di quel che pensassimo inizialmente. Credevamo che la rete fosse un posto così astratto, ma poi parlando con diversi esperti, abbiamo realizzato quanto fosse tattile e reale. Abbiamo visitato delle fabbriche dove sono contenuti i server, e di questi edifici potete trovarne a bizzeffe in tutto il mondo, collegati da miglia e miglia di cavi. Così abbiamo capito che, in realtà, internet era più come una città antica, un pò come Roma, dove le parti originali sono tutte posizionate verso il centro, mentre ci si espande intorno ad esse, crando una sorta di sfera, con le innovazioni che si ergono in superficie» spiega uno dei registi, Rich Moore, in conferenza stampa.

E aggiunge Johnston: «Il nostro scenografo ha effettivamente studiato la struttura architettonica di Roma, e quindi questa sorta di Lasagna – una città costruita strato su strato su strato – è esattamente l’idea che ci eravamo fatti del web».

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Ma mai come in questo caso, la carta vincente del film è rappresentata dall’umorismo, dalla autoconsapevolezza dei propri mezzi, e dallo sfondamento ad arte della quarta parete: in casa Disney si trae spunto dalla propria eredità e dall’influenza che essa ha avuto sulla cultura popolare nel corso degli anni per dar vita ad alcuni dei segmenti più memorabili nella storia dell’animazione, come quello con protagoniste Vanellope e le altre principesse – tra le cui voci italiane troviamo anche Serena Rossi, Nicoletta Romanoff e Mélusine Ruspoli – e di cui, vi diciamo già, avete visto solo un assaggio nel trailer e nelle clip.

Al riguardo, si esprime Moore: «La scena delle principesse è nata quasi per scherzo, sulla scia del “Però, sarebbe divertente vedere interagire questi personaggi”, ma è diventata qualcosa di davvero profondo. Anche adesso, parlando con le persone, vedo quanto significhi davvero per loro riportarle tutte insieme sullo schermo, inserirle in un contesto moderno, umanizzarle ancor di più, in un certo senso. Il progresso avviene nei modi più inaspettati: chi avrebbe mai detto che un film di Ralph sarebbe potuto essere l’inizio di una nuova era per le principesse Disney!»

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Ma in fin dei conti, puntare “verso l’infnito e oltre” è la filosofia della compagnia, e lo stesso Moore conferma: «Ai Walt Disney Studios, fin dal principio, il “metodo” è sempre stato quello di lasciarsi guidare dall’immaginazione. Anche ai tempi in cui Walt diede inizio a tutto questo, venivano incentivate le menti creative, le menti tecnologiche, per dar sempre vita a qualcosa di nuovo. È davvero entusiasmante».

E siamo perfettamente d’accordo con Johnston quando sostiene che «il mondo di internet è così vasto, così mutevole – sta cambiando anche ora, ed è cambiato chissà quanto da quando abbiamo iniziato a parlare dieci minuti fa -. La sfida più grande è stata forse quella di porre alla base del film una storia semplice, ma durevole, una storia di amicizia dal valore universale, nonostante la sua intimità. In ogni amicizia ci saranno sempre degli alti e bassi, delle complicazioni, quindi per noi cogliere tutto questo e fare in modo che non venisse adombrato dalla maestosità della sua ambientazione, è stata probabilmente la parte più difficile. Il cuore della pellicola, la storia, doveva “guadagnarsi” la sua spettacolare cornice visiva. Se la storia di fondo non avesse funzionato, tutto il resto avrebbe rappresentato solo la ciliegina… senza la torta».

È dunque l’amicizia alla base di questo divertente viaggio nella rete – come fu anche per il primo film -; un’amicizia che viene messa alla prova e rinforzata da situazioni, decisioni e sacrifici, proprio come nella vita reale. Solo con qualche byte di differenza…

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Ralph Spacca Internet sarà al cinema dal 1 Gennaio.

Laura Silvestri

Disclaimer
Immagini: Google Immagini
Foto: Laura Silvestri

 

Info







Titolo Originale: Ralph Breaks The Internet







Durata: 112'







Data Di Uscita: 1 Gennaio 2019







Regia: Phil Johnston, Rich Moore







Con:




John C. Reilly, Sarah Silverman,




Gal Godot, Alan Tudyk,




Jane Lynch, Taraji P. Henson, 




Jack McBrayer, Ed O'Neill







Distribuzione: Walt Disney Studios

 

Aquaman – La Recensione

Un Nuovo Re, Una Vecchia Storia

Dall’unione tra la Regina di Atlantide e un umano della terraferma nasce Arthur Curry, colui che, alla scomparsa della madre, sarebbe destinato a divenire Re di Atlantide in quanto primogenito, e a portare la pace tra i due popoli in quanto appartenente ad entrambi i mondi. Eppure sul trono di Atlantide siede suo fratello Orm, e il popolo del mare sembra essere entrato in guerra con quello della Terra. Arthur – conosciuto ormai dalla gente come Aquaman – con l’aiuto di Mera – Principessa di Xebel – dovrà trovare il modo di porre fine al conflitto, e ristabilire la pace nei due regni.

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L’anno nuovo verrà inaugurato in casa DC/Warner Bros. con l’uscita nelle sale di Aquaman, il lungometraggio dedicato al Re di Atlantide – interpretato qui da Jason Momoa -, già visto sul grande schermo in occasione del team-up di supereroi DC dello scorso anno, Justice League.

In Justice League, i contatti di Arthur con Atlantide erano ancora scarsi, salvo un paio di sue comparsate “in fondo al mar” per indagare e successivamente tentare di sventare gli attacchi di Steppenwolf.

Anche sulla terra la sua doppia identità come Aquaman non era stata ancora del tutto affermata – nonostante non si tirasse indietro nei momenti di necessità -, o, almeno, non all’inizio del film.

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In Aquaman assistiamo invece non soltanto alla crescita della sua fama da eroe in superficie, ma anche al suo riavvicinamento con il popolo marino. “Reclutato” da Mera (una splendida Amber Heard) e Volk (Willem Dafoe) per porre fine alla sete di potere e ai piani disfattisti del fratello Orm (Patrick Wilson), Arthur dovrà mettere da parte i suoi pregiudizi nei confronti di coloro che incolpa per avergli portato via la madre, e cercare di diventare l’uomo, il Re, l’Eroe di cui il popolo del mare e quello della terraferma hanno bisogno.

Tramite una quest improntata su un doppio livello, universale – la ricerca del Tridente di Re Atlan, il cui possesso lo legittimerebbe come Re di Atlantide – e personale – la ricerca del sé, come prevede il classico “viaggio dell’eroe” -, James Wan mette su le basi per un origin movie dal grande potenziale, ma che purtroppo non viene propriamente raggiunto in fase di realizzazione.

Aquaman soffre di un’ambizione forse troppo ardita, che invece di trovare remunerazione per il coraggio di aver osato, riceve una condanna per aver osato troppo. Condanna però giusta, perché la pellicola risulta esagerata sotto ogni aspetto: dall’invadentissima CGI – era logico che in un tale contesto venisse usata in grande misura, ma che non che non ne mantenesse una -, ai dialoghi eccessivamente palesi e on the nose – viene chiaramente violato il principio «Show, Don’t Tell!» -, alle strane scelte registiche, o anche in fatto di acconciature – la parrucca della Regina Atlanna (Nicole Kidman) e i capelli di Vulko e Re Nereus (Dolph Lundgren) sono un qualcosa di inguardabile, mentre è stato fatto un ottimo lavoro con il personaggio di Mera -.

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I villain, poi, non colpiscono e non affondano – perdonateci il gioco di parole -, né nel caso del fratello geloso Orm – il quale soffre anche del paragone con la sua controparte Marveliana, Loki, che può certamente vantare di una assai più abile costruzione cinematografica -, né nel caso di Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II), che riesce ad essere persino meno memorabile di Steppenwolf – forse non per la povera Sicilia, ma per gli spettatori sicuramente -.

È più che naturale, allora, sfociare nel kitsch e nel trash, e non riuscire a trovare un’impronta stilistica definita, macchiandosi invece di una confusione generale che possiede, tristemente, poche qualità redentive.

Tra queste, sono assolutamente da segnalare i personaggi di Arthur e Mera, che trovano in Momoa e nella Heard degli interpreti perfetti, con un’ottima chimica, e con delle interessanti dinamiche da sviluppare – ci si augura – in futuro; alcune ambientazioni, in particolare quelle delle scene in Sicilia – e non lo diciamo per orgoglio nazionale, ma perché offrono realmente una tanto agognata dose di genuinità alla pellicola -; e alcune battute e momenti che riescono ad entusiasmare anche il pubblico più (non a torto) critico.

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Aquaman si rivela dunque essere un concentrato poco ben amalgamato di elementi che, se gestiti diversamente, avrebbero potuto rappresentare la carta vincente del film, mentre nello stato attuale ne costituiscono, purtroppo, il proverbiale tallone d’Achille – si fa per dire -.

Si ripete dunque la storia dei cinecomic DC che potevano essere, ma che invece non sono. Con l’unica eccezione di Wonder Woman – e lungi da noi conoscere i motivi per cui non ne è stato preso l’esempio -, il DCEU sembra non avere ancora trovato una sua direzione.

Ma visti gli ingenti incassi che sta già realizzando il film di Wan, forte dell’hype creatosi attorno ad esso, dubitiamo che in casa Warner Bros. venga a mancare lo spirito delle feste.

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Aquaman arriverà nei mari – e nelle sale – d’Italia dal 1 Gennaio 2019.

Laura Silvestri

Info 



Titolo Originale: Aquaman



Durata: 143'



Data di Uscita: 1 Gennaio 2019



Regia: James Wan



Con: 


Jason Momoa, Amber Heard, 


Willem Dafoe, Nicole Kidman, 


Patrick Wilson, Dolph Lundgren, 


Temuera Morrison, Yahya Abdul-Mateen II,
Kekoa Kekumano



Distribuzione: Warner Bros. Italia

 

 

Amici Come Prima – La Recensione

Non ci siamo già visti da qualche parte?

In un hotel di lusso milanese sono in arrivo grossi cambiamenti, e il primo a subirne le conseguenze è il direttore, sempre fedele e soprattutto stimato da tutti, ma che viene licenziato ciononostante. È un brutto colpo per lui, ma non si scoraggerà, arrivando al punto di fingersi una badante, pronto(a) persino a prendersi cura dell’anziano proprietario di quello stesso hotel che gli ha dato il benservito.

2) C. De Sica M. Boldi @Loris T. Zambelli_MG_0238

Ci siamo già visti sì, l’ultima volta ben tredici anni fa.

Di nuovo insieme la coppia che, solo a nominarla, riecheggia di situazioni paradossali, vissute da personaggi poco probabili, indicativamente durante il periodo natalizio: Christian De Sica e Massimo Boldi.

In questa storia – che con grande disappunto sembra non avere nulla a che fare con le amate festività – Christian De Sica interpreta Cesare, uno stimatissimo ma sfortunato direttore d’albergo.

Il proprietario del rinomato Hotel Colombo (Massimo Boldi) sembra attraversare una fase complicata, tra la demenza senile e la passione per le pro…caci e belle giovani. La figlia di Colombo (Regina Orioli), è intenzionata a prendere in mano le redini dell’”impero”; sostiene che il padre non sia più in grado di occuparsi di nulla, e controlla di fatto ogni aspetto della sua vita – tranne quando se la spassa a sua insaputa -. L’arrivo dei nuovi soci cinesi porta aria di cambiamento, e Cesare si ritrova di punto in bianco sollevato dal suo incarico.

20) C. De Sica L. Savino F. Bruni @Loris T. Zambelli_MG_0806

L’ex direttore si ritrova alla disperata ricerca di un nuovo impiego, impresa decisamente proibitiva per chi è più in là con gli anni o laureato; per di più ha accanto una moglie (Lunetta Savino) che non fa altro che mortificarlo: vorrebbe continuare a vivere agiatamente, e poi, insomma, c’è da produrre il primo singolo di Matteo (Francesco Bruni), il loro talentuosissimo figlio!

La soluzione arriva come un colpo di fulmine: la figlia di Colombo è in cerca di una nuova badante per il padre, ovviamente, rigorosamente donna. Cesare però non si scompone, e insieme all’aiuto di un ex collega suo amico, prenderà le sembianze di un’avvenente e robusta signora biondo platino. Per 5000 euro al mese questo ed altro! C’è solo un ultimo problemino: la moglie e il figlio sono completamente all’oscuro di tutto.

Tra battute fuori luogo e soluzioni narrative dipendenti dalle comedy anni ‘80/’90 – qualcuno ha detto Tootsie? o Mrs. Doubtfire? -, bisogna ammettere che i buoni sentimenti che animano il film non sono così sgradevoli.

23) M. Boldi R. Orioli @Loris T. Zambelli_MG_0680

 Boldi da’ sostanzialmente vita ad un personaggio triste, vuole sentirsi pieno di energia ma appare un po’ squallido; la trasformazione di De Sica riesce ad essere abbastanza divertente, all’interno di talune situazioni; la Orioli, invece, è in grado di rendere la sua interpretazione tanto irritante quanto il suo personaggio – è una dote anche questa, forse.

Alla conferenza è intervenuto il cast, con Christian De Sica nel doppio ruolo di attore e regista, in collaborazione con il figlio, Brando. Una cosa che però ha voluto sottolineare il duo dei cinepanettoni è il fatto che la loro pausa non fosse affatto dipesa da qualche brusco litigio, come si vociferava. Sono tornati, e probabilmente continueranno a lavorare insieme in futuro. Si è scherzato molto anche sulle parecchie strizzate d’occhio ai loro film precedenti.

Insomma, una pellicola che emana tantissime vibrazioni anni ’90 – fin dalla colonna sonora – il che può considerarsi un piccolo passo avanti rispetto al contesto poco felice in cui il film si inserisce.

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Amici Come Prima sarà al cinema dal 19 Dicembre.

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Info



Titolo: Amici come prima



Durata: 85’



Regia: Christian De Sica 



Data di uscita: 19 Dicembre 2018



Con: Christian De Sica, Massimo Boldi, 


Regina Orioli, Lunetta Savino, 


Maurizio Casagrande, Francesco Bruni



Distribuzione: Medusa Film

Ben Is Back – La Recensione

Wow. Avete ancora paura di me.

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È la mattina del 24 dicembre, e i Burns si stanno preparando per trascorrere le festività.

Tutto sembra essere tranquillo, finché il giovane Ben Burns (Lucas Hedges) torna a casa per passare il Natale con la sua famiglia, dopo essere uscito dalla comunità a cui si era rivolto per disintossicarsi.

Sua madre, Holly (Julia Roberts), sulle prime è emozionata per il ritorno del figlio ed è fiduciosa nei suoi progressi, ma lo scetticismo di sua figlia Ivy (Kathryn Newton) e la premura del suo compagno Neal (Courtney B. Vance) la mettono in guardia, ricordandole che in passato Ben è stato una minaccia non solo per sé, ma anche per la sua famiglia.

Holly decide di far restare suo figlio, ma ad una condizione: che si lasci sorvegliare da lei stessa per le 24 ore successive.

Tuttavia, Ben non è tornato solamente nella casa di famiglia, ma anche tra i fantasmi che ha nascosto in soffitta, tra quelle colpe e in quella realtà criminale da cui era scappato.

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Ben is Back è diretto da Peter Hedges, sceneggiatore e regista di Schegge di Aprile co-sceneggiatore di About A Boy. Anche in questo caso, come in quello dell’ultima opera citata, Hedges ha analizzato la relazione tra famiglia e dipendenza basandosi su vicende autobiografiche in cui si sono verificati degli episodi di assuefazione all’alcool e alle droghe. 

La famiglia Burns è duplice: se da una parte c’è un polo positivo, rappresentato dalla tolleranza di Neal e della felicità dei due figli che ha avuto da Holly, Lacey e Liam, dall’altra c’è la negatività della sofferenza nelle lacrime della stessa Holly, di Ben e di Ivy – emblematica è la catartica scena in cui quest’ultima canta Oh Holy Night -.

Non è difficile entrare in empatia con Holly e Ben, così come non è facile uscirne una volta fuori dalla sala: l’ansia e le paranoie di Holly sono le stesse che prova anche il pubblico, e il solo pensare ai pericoli in cui potrebbe incappare Ben, terrorizza lui e gli spettatori in egual modo.

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I fiati, i bassi, le poche note al piano della colonna sonora di Dickon Hinchcliffe (Un Gelido Inverno, Locke) e la fotografia fredda di Stuart Bryburgh (Lezioni di Piano, I Sogni Segreti di Walter Mitty, The Gifted – il Dono del Talento) fanno sì che il gelo della Vigilia rispecchi quello che, in quel giorno, porta con sé Ben tornando a casa.

I dialoghi talvolta si silenziano davanti agli sguardi carichi di rabbia fra la Roberts e Hedges, lasciano spazio ai gesti che li avvicinano e alle braccia tese che li tengono lontani l’uno dall’altra, smuovendo visceralmente chi li osserva, amplificando il dubbio su chi, fra madre e figlio, stia cercando di proteggere l’altro.

Ben is Back è un film commovente, che riesce a rendere credibile un espediente inflazionato come quello del “non-mostrare” al fine di creare la suspense – e fidatevi, ci sono moltissime cose che vi sfuggiranno ad una prima visione -. È un film che rivela senza filtri la mostruosa realtà delle dipendenze e il modo in cui viene vissuta sia da chi ne è vittima, sia da chi è al suo fianco e cerca di proteggerlo.

In conclusione, due sono le cose certe: una è che Ben is Back non è facile da metabolizzare, l’altra è che merita di essere visto.

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Prodotto da Black Bears Pictures, 30West e Color Force, il film è stato presentato al Toronto International Film Festival e alla Festa Del Cinema Di Roma, e uscirà nelle sale italiane il 20 dicembre, distribuito dalla Notorious Pictures.

Lucrezia Roviello

Info

Titolo Originale: Ben Is Back

Durata: 103'

Data di Uscita: 20 Dicembre 2018

Regia: Peter Hedges

Con: 

Lucas Hedges, Julia Roberts, 

Kathryn Newton, Courtney B. Vance

Distribuzione: Notorious Pictures

Macchine Mortali – La Recensione

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Un Nuovo Vecchio Mondo

Dopo la Guerra Dei 60 Minuti, la Terra è diventata una landa desolata, popolata da minacciose presenze, e in cui città mobili combattono tra loro per la supremazia, o anche solo per la sopravvivenza. E sarà proprio sopravvivere – e impedire che ad altri non venga data la possibilità di riuscirci – l’obiettivo principale di Tom Natsworthy e Hester Shaw.

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Tratto dal primo di una tetralogia di romanzi dell’autore britannico Philip Reeve – Mortal Engines, Predator’s Gold, Infernal Devices, A Darkling Plain, a cui si aggiunge il prequel Fever Crumb – Macchine Mortali debutta sul grande schermo, catapultandoci in un futuro dispotico dai toni steampunk.

 Il film diretto da Christian Rivers e scritto e prodotto da Peter Jackson, gioca sulle convenzioni tipiche del genere, perpetrandole in maniera non necessariamente innovativa, ma cionondimeno accattivanti.

Quante volte abbiamo visto – e vedremo ancora – futuri post-apocalittici in preda alla follia e all’avidità di chi è al comando, e la cui speranza di sopravvivenza e salvezza risiede unicamente nelle azioni dei protagonisti e dei gruppi ribelli loro alleati?

E quanti villain di nome Valentine abbiamo visto e dovremo ancora vedere in preda a vaneggiamenti e deliri di onnipotenza, prima che qualcuno impari a diffidare di loro – beh, in realtà uno, ma ha una portata abbastanza ampia da servire da monito per ulteriori trasposizioni -?

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Eppure, Macchine Mortali riesce ad andare oltre queste limitazioni, facendo dei troppe narrativi più comuni solo uno degli elementi della sua storia.

Ciò che stupisce e cattura maggiormente l’attenzione dello spettatore è infatti lo spettacolare production design, la magnitudine delle scenografie, quell’ambientazione che si estende fra le stravaganti città stratificate e le pericolose lande deserte con una naturalezza disarmante, e che fornisce un perfetto campo di battaglia per l’inevitabile scontro finale.

Scontro che vedrà tra i suoi protagonisti da un lato il “Re dei Nerd”, come è ormai conosciuto da tutti Hugo Weaving per via dei suoi numerosi ruoli in altrettante pellicole fantasy (Il Signore Degli Anelli, Matrix, Captain America, V Per Vendetta etc.), il perfido e ingannevole Valentine, e dall’altra Tom Natsworthy (un sempre più notevole Robert Sheehan) e Hester Shaw (Hera Hilmar) – il cui nome potrebbe seriamente ispirare un drinking game, per quante volte viene ripetuto nel corso delle due ore -, due orfani i cui destini verranno ad incrociarsi proprio a causa dei reati commessi da Valentine. Questi ultimi troveranno degli alleati nel movimento anti-trazionista degli abitanti di Shan Guo, uno degli stabilimenti della civiltà asiatica, ai ferri corti con quella britannica e dell’Europa Continentale.

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Unico neo a livello puramente visivo potrebbe forse essere l’inquietante Shrike (Stephen Lang), che in prima istanza dà l’idea di un miscuglio poco ispirato di almeno una dozzina di personaggi appartenenti alla cultura popolare, ma che troverà invece compimento narrativo con il procedere del film.

In una lotta all’insegna del Darwinismo Municipale, come viene definito l’atto “cannibale” dell’assorbimento di una città da parte di un’altra, e della resistenza ad esso, saranno la forza, l’inventiva, le conoscenze e il coraggio di chi non si arrenderà dinnanzi a un futuro già scritto, ma tenterà di costruirne uno migliore, a trionfare.

Per essere la prima grande prova da regista di RiversMortal Engines può vantare un world-building affascinante e ben strutturato – grazie anche alle direttive fornite dai romanzi – e che riesce a vincere la sfida imposta dalla sua connaturata complessità. Anche lo spettatore più avvezzo al genere non potrà non apprezzarne la realizzazione.

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In quanto a plot character development, forse anche per via della sua appartenenza a una saga letteraria, la storia avrebbe probabilmente potuto giovare di un format più generoso a livello di tempistiche – come una mini-serie televisiva in stile HBO -, ma non per questo sfigura in una confezione cinematografica. Ci auguriamo comunque che le avventure di Tom, Hester e degli altri personaggi di Mortal Engines possano trovare un proseguo in un futuro sequel, rimandando la parola fine ancora per un pò.

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Macchine Mortali sarà al cinema dal 13 Dicembre.

Laura Silvestri

Info



Titolo Originale: Mortal Engines



Durata: 128'

Data di Uscita: 13 Dicembre 2018



Regia: Christian Rivers



Con:
 Robert Sheehan, Hera Hilmar,
 

Hugo Weaving, Jihae,
 

Stephen Lang, Leila George



Distribuzione: Universal Pictures