Il cinema degli ultimi tempi sembra portare sempre più spesso narrazioni che si guardano indietro, riflettendo su un passato sbiadito, cercando di di riportarlo a galla e dando una nuova mano di intonaco sulle pareti della memoria («Ho sentito dire che imbianchi i muri»); ma questo intonaco si rivela essere il rosso del sangue di coloro che ostacolano i gangster al vertice in quel momento.
“The Irishman” è Frank Sheeran (Robert De Niro), un uomo che entra in contatto con la criminalità organizzata, quasi per caso, in un periodo storico cruciale per quanto riguarda gli Stati Uniti (tra accenni alla presidenza di JFK e alla crisi missilistica di Cuba); grazie a Russel Bufalino (Joe Pesci), Frank diventa un sicario tra i più fedeli ed efficienti, spaventando la sua stessa famiglia, ed in particolare la figlia, ormai terrorizzata dalla figura del padre. Questi “lavoretti” all’interno dell’ambiente mafioso portano Frank a conoscere il brillante leader sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), ovviamente implicato nei giri della “famiglia” Bufalino.
“Quei bravi ragazzi”, però, devono in un modo o nell’altro giungere al crepuscolo della loro vita, ed è lo stesso Frank a raccontare i suoi trascorsi, quando tutti i suoi compari di un tempo sono ormai morti.
Che lo si voglia o no, siamo davanti alla reazione verso la scomparsa di un mondo come veniva concepito fino a poco tempo fa, reazione che coinvolge tanto l’aspetto cinematografico quanto quello sociale. Scorsese combatte per riuscire a portare in vita la sua storia, con i suoi attori/amici di sempre, cercando di sbrogliare la matassa del tempo per non soccombere alla nostalgia, così come fa l’ormai vecchio Frank in questo film dalla durata epocale.
Certo, le tematiche e l’iconografia sono esattamente quelle che il regista ha esplorato nel corso della sua intera e illustre carriera, ma lo sguardo che si percepisce è qualcosa di inedito, e sembra cercare di chiudere un cerchio, esattamente in un periodo in cui tutto si trasforma ed è quindi giunto il momento di saldare i conti con vecchie realtà.
Tra battute gag che solo un uomo dall’animo italian(american)o potrebbe produrre, Martin Scorsese dà vita, grazie all’audace produzione di Netflix, ad un vero e proprio romanzo d’ampio respiro, il suo “grande romanzo americano”, che viaggia nel tempo attraverso i suoi personaggi; e a questo proposito, di audace c’è anche la scelta di effettuare un de-aging degli attori, funzionale e azzeccata,a differenza di progetti in cui viene utilizzato come semplice ostentazione visiva.
The Irishman è un film ambizioso, decisamente rischioso, in grado di essere maneggiato solo da un maestro come Scorsese, che al netto delle innumerevoli e sfiancanti polemiche, ancora una volta dimostra di essere il sopravvissuto mostro sacro di un certo tipo di cinema che pian piano ci sta scivolando via dalle mani.
Tre uomini che più diversi tra loro non potreste trovarne; tre motivazioni differenti; tutti uniti dal destino e dalla voglia di cambiare la propria vita. Luigi (Giampaolo Morelli), Alvise (Fabio De Luigi) e Il Lupo (Edoardo Leo) tenteranno il colpo del secolo, almeno per loro, ma non tutto andrà come sperato…
Ispirato da una storia vera, Gli Uomini D’Oro è ambientato a Torino, nel 1996, e gioca sulle insoddisfazioni della vita per regalarci un film difficile da categorizzare – ma, come dice anche il regista, Vittorio Alfieri, «Il sogno della mia vita è che un giorno la gente non debba chiedersi che [genere di] film sto facendo» – , con accenni di Heist Movie, Crime, Noir, Dramma e anche un po’ di Commedia, dando vita a un prodotto dalla forma e dalla sostanza davvero inaspettato.
Un playboy, un uomo di famiglia e un ex-pugile entrano in un bar… Sembra l’incipit di una barzelletta, e invece è fondamentalmente la situazione in cui ci ritroviamo verso metà film, e a cui arriveremo man mano che gli eventi sullo schermo avranno luogo, raccontate da tre punti di vista differenti, quelli, appunto, dei tre protagonisti. Il gruppetto che si è formato così, un po’ per caso, a causa delle circostanze, non è nemmeno un vero gruppo: ognuno di loro ha in mente un obiettivo, una vita migliore a cui aspira, con delle motivazioni del tutto differenti dagli altri. Stremati dalla dura realtà, Luigi e Alvise ideano un piano per impadronirsi dei soldi che normalmente trasportano con il furgone portavalori di cui sono incaricati. Al colpo partecipano anche, con ruoli e rilevanza diversa, Luciano (Giuseppe Ragone) e Gina (Mariela Garriga), mentre ne rimangono all’oscuro la moglie di Alvise, Bruna (Susy Laude), e la ragazza frequentata da Luigi, Anna (Matilde Gioli).
Colpo che occuperà una buona metà della pellicola, mentre per il resto del lungometraggio avremo a che fare con le sue conseguenze, oltre che ai diversi approcci forniti dal triplice sguardo all’intera vicenda.
Più serio di quanto ci si possa immaginare, il racconto messo in atto da Alfieri e dallo stuolo di attori a disposizione, che qui si cimentano in dei ruoli che i più potrebbero ritenere anticonvenzionali, basandosi su i personaggi che hanno finora portato sullo schermo (De Luigi, in particolare, sembra aver stupito particolarmente il pubblico in sala per la sua intensità drammatica, specialmente vista la sua attitudine per la commedia), Gli Uomini D’Oro insiste in 110 minuti di coinvolgente cinema, né troppo scontato (anzi, difficilmente prevedibile in fatto di impostazione e risoluzione), né troppo “impastato”. La commistione di generi può provocare un leggero stracciamento in fase iniziale, ma funziona, e permette un diverso aggancio a quelli che sono desideri, problematiche, idiosincrasie, timori e aspirazioni comuni a tutti.
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Bravo dunque il trio protagonista, buona performance anche da parte del cast di supporto, con le donne “di casa” – si fa per dire – che muovono i tasselli giusti (sbagliati) al momento giusto (sbagliato), per far sì che la storia finisca come deve finire… In un qualche modo.
Troverete Gli Uomi D’Oro dal 7 novembre al cinema.
Laura Silvestri
Info Titolo: Gli Uomini D'Oro
Durata: 110'
Data di Uscita: 7 novembre
Regia: Vincenzo Alfieri
Con:
Fabio De Luigi, Edoardo Leo,
Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone,
Mariela Garriga, Matilde Gioli,
Susy Laude, Gian Marco Tognazzi
Distribuzione: 01 Distribution
Denny è un aspirante automobilista di formula 1, che da’ il massimo per raggiungere risultati soddisfacenti anche facendo grandi sacrifici; si troverà a dover affrontare sacrifici ancor più grandi quando con la sua amata Eve formerà una famiglia… per fortuna c’è il suo cane, Enzo!
Diciamocelo molto chiaramente: questo è l’anno in cui gli schermi cinematografici sembrano essere ossessionati da narrazioni il cui punto fondamentale si rivela essere lo sguardo verso il passato, con gli occhi di chi è giunto al tramonto della vita, dall’alto di tutte le consapevolezze assimilate nel corso del tempo.
In questo caso il protagonista è nientemeno che un cane, Enzo (doppiato in origine da Kevin Costner, mentre nella versione italiana troviamo Gigi Proietti), che viene adottato da cucciolo, come per volere del destino, da Denny Swift (Milo Ventimiglia), un automobilista in cerca della gara giusta che gli permetta di sfondare nei grossi circuiti (e, come da subito si intuisce, il nome del cane richiama proprio quello di Enzo Ferrari, grandissima ispirazione per lui).
Le cose potrebbero leggermente complicarsi quando nella loro vita entra Eve (Amanda Seyfried); inizialmente, Enzo dimostra un po’ di gelosia nei confronti della “nuova arrivata”, ma arriveranno presto a comporre un vero e proprio nucleo familiare, rafforzato dalla nascita della loro figlioletta, Zoe. Il cane stesso ci narrerà, attraverso i suoi pensieri fuori campo, il suo vissuto, di conseguenza narrandoci quello di Denny, costellato tanto da gioie quanto da occasioni sprecate e decisioni dolorose e sofferte.
La pellicola è ispirata al romanzo di Garth Stein, best seller del New York Times per ben 40 settimane, “L’arte di correre sotto la pioggia”; correre sotto la pioggia è davvero un’arte a tutti gli effetti e – come Denny insegna – un’arte in cui l’elemento fondamentale è tenere gli occhi sempre oltre la prossima curva, oltre le difficoltà, ed imparare a crearsi “le proprie condizioni”.
Purtroppo, a non convincere più di tanto è proprio il fatto che le massime di vita del quale il film è imbevuto provengano tutte quante dal voice over del cagnolone di casa: ammette di non saper parlare, ma quello che percepisce lo spettatore è un intelletto fin troppo acuto, un lessico fin troppo forbito, e la pellicola combatte con il rischio di perdere la forza narrativa.
In definitiva, Attraverso i miei occhi può ritenersi una commedia dai toni drammatici abbastanza pregevole, pur nei suoi limiti, leggera e farcita di buoni sentimenti, ma tutt’altro che sciocca; utilizzando a livello metaforico i concetti relativi alle corse automobilistiche, cerca di porre riflessioni sul rimanere sempre concentrati verso i propri obiettivi, sulla fedeltà e sul valore del bene incondizionato e disinteressato.
Conferenza con Gigi Proietti
Alla conferenza stampa, Gigi Proietti, ci racconta del valore metaforico di questo film, nel quale presta la voce al cane protagonista, il suo rapporto con gli animali (compresi esilaranti aneddoti tra piccioni e merli indiani), con le automobili e dice la sua sull’industria cinematografica odierna.
«Un film metaforico, anche se così commovente. Una metafora che fa capire come sarebbero più facili i rapporti, come in questo tra Enzo e il padrone, in cui c’è soltanto lealtà e fedeltà., la voglia che il proprio amico stia bene, perché bene significa volere per davvero il bene dell’altro»
Scegliendo Proietti hanno dato alla narrazione di questo particolare punto di vista (il cane che per forza di cose non può esprimersi verbalmente), con la sua voce, tutta la saggezza di chi inizia il suo racconto da anziano; lo stesso dichiara però di non sentirsi veramente sicuro di avere questa saggezza: «sarebbe bello se ce l’avessi».
Non ci si aspetta che, ad un certo punto, siano i nonni a diventare antagonisti della storia: «è un film indubbiamente originale, come anche il fatto che si parta dalla fine».
Parlando di doppiaggio: «ci sono state delle grandi voci italiane che, risentendo poi l’attore americano non doppiato, in originale, rimani deluso».
«Io amo molto gli animali”, racconta in seguito, “addirittura ho avuto un piccione! Un piccione che mia moglie comprò a Ponza… lo portammo a Roma, ma non volava! l’abbiamo chiamato Porototo. E si comportava proprio come un cane!».
Per quanto riguarda il rapporto con le automobili e con la velocità: «Zero! Non sono un patito di automobili, lo sanno tutti. Mi avevano regalato, una volta, un SUV! Mi sembrò di essere l’autista di un pullman, a Roma un SUV è come una bestemmia! ‘Ndo lo metti? E allora l’ho dato via… non ho la passione per le macchine, onestamente».
Oggi il cinema è sicuramente in un momento di forte trasformazione: «il cinema , oggi si sta televisivizzando. un film rimane in sala solo pochi giorni. Il cinema italiano, tolta qualche eccezione, ha sempre storie un po’ piccole, a volte fatte anche bene… ci sono dei buoni attori! Ma per le storie, ti accorgi che un film di un’ora e mezza potrebbe benissimo durare solo tre quarti d’ora».
La conferenza si conclude, poi, con una tragicomica rivelazione sul destino del “piccione domestico”, che non può non strappare un’ultima risata e un ultimo applauso di congedo.
Attraverso I Miei Occhi sarà dal 7 novembre al cinema.
Cristiana Carta
Info
Titolo Originale: The Art of Racing in the Rain
Durata: 108’
Data di Uscita: 7 novembre 2019
Regia: Simon CurtisCon:
Amanda Seyfried, Kevin Costner (voce),
Milo Ventimiglia, Kathy Baker
Distribuzione: 20th Century Fox
Materiali Stampa: 20th Century Fox, Google Immagini
Dopo essere stato presentato al Sundence Film Festival, è approdato anche alla Festa del Cinema di Roma il doloroso viaggio esistenziale di Shia LaBeouf; un ulteriore film che ci catapulta nelle difficili meccaniche familiari, filtrate per di più attraverso uno sguardo lucido prodotto da una rielaborazione “adulta” della propria infanzia.
Potremmo definirlo un racconto di (de)formazione, il suo: un attore, Otis Lort (interpretato da Lucas Hedges, ormai collaudato per quanto riguarda determinati ruoli emotivamente complessi) è reduce da un grave crollo emotivo, in seguito al quale gli verrà consigliato di affrontare i suoi traumi passati ripercorrendo per l’appunto la storia della sua infanzia.
Pur attraverso nomi di fantasia (e look di fantasia, se vogliamo andare ad osservare l’aspetto à la David Foster Wallace dato al personaggio del padre) possiamo parlare tranquillamente di un biopic, che a differenza dei recenti ed innumerevoli esempi relativi al Genere, preme esattamente nel punto in cui la ferita fa più male; del resto, altro non è che una dolorosa operazione di catarsi, per LaBeouf, che non ha certo avuto quella che si definisce un’infanzia felice.
Un Otis ormai adulto, quindi, scava a fondo con grande difficoltà, per ritrovare quel bambino che era stato (interpretato dal piccolo ma già promettente Noah Jupe).
In realtà, tra una carriera attoriale partita prestissimo e un padre pieno di problemi, inaffidabile, che sembra occuparsi di lui con l’unico scopo di ricavare un guadagno, Otis(/Shia) non ha forse mai avuto quella che si definisce un’infanzia; altresì, non è difficile da credere che, per l’attore, la parte più difficile debba essere stata quella di interpretare il ruolo stesso del padre.
Un padre che, in stranianti attimi di lucidità (momenti in cui lo chiamava “honey boy”), sembra davvero cercare disperatamente di essere quel padre che non in realtà non è mai stato; ed è molto sensibile in questo, Shia LaBeouf, cancellando qualsiasi parvenza di vittimismo e anzi, cercando di sondare le verità ultime di una figura genitoriale che ha lasciato tremendi segni in lui e nella sua psiche.
Nella messa in scena, si tratta di un film dall’estetica tanto formale quanto indie, che nasconde la dimestichezza nell’ambiente “videoclipparo” di Alma Har’el, e permette al pubblico di conoscere, nella sua intimità, l’essenza di uno tra gli attori più controversi di sempre, scavando a fondo,Honey Boy non si perde in sterili aneddoti, lacrime facili o agiografia spicciola, anzi, vuole solo disinnescare quella nube tossica che accompagna LaBeouf da un’intera esistenza.
All’ultimaFesta del Cinema di Roma sembra essersi fatto largo in maniera importante tutto un immaginario che affronta, analizza, distrugge, ricompone e contempla le mille sfaccettature dei meccanismi interni al nucleo familiare. Uno dei film in grado di colpire a fondo in questo senso è stato proprio Antigone, che non a caso, fin dal nome, attinge a piene mani da una storia antica come l’umanità stessa.
Antigone (Nahéma Ricci) è la nostra protagonista, una ragazza emigrata in Canada con la famiglia (o comunque ciò che ne è rimasto): la nonna, la sorella e i due fratelli, Polynice ed Eteocle, che si occupano del sostentamento di tutti avendo cura di non specificare mai in che modo. Ci vuol poco prima che la polizia arrivi a Polynice, ed Eteocle, il fratello maggiore, il pilastro, pagherà con la vita il tentativo di proteggerlo.
È una storia comune, in fondo, di giustizia fittizia e giustizia negata, e di quelle poche volte in cui qualche folle decide di voler aggiustare questo meccanismo malandato obbedendo alle leggi del cuore (“Mon coeur me dit…”); con una determinazione che solo il bene più incondizionato e puro può infondere, Antigone si farà simbolo e portavoce di riscatto, dignità e clemenza redentrice, per tutte le vite freddamente spezzate o recluse.
Con l’immediatezza con l’immediatezza figlia della nostra contemporaneità, l’opinione pubblica si mobilita, e ci scorrono davanti i messaggi solidali dalle persone più disparate, che si uniscono per dare vita ad un coro (come da tradizione del teatro greco), un coro del nuovo millennio, che trova il suo ambiente di risonanza all’interno dei social network.
Ecco dove la monumentale opera di Sofocle, il suo mito universale, si fa pop, senza mai smarrire la forza comunicativa, anzi ribadendo una volta di più come gli agenti scatenanti dell’animo umano siano sempre e per sempre gli stessi. Davanti all’irruenza – all’irrazionalità se vogliamo – di un legame come quello fraterno, nulla può il raziocinio asettico della verità istituzionale, oggi come millenni fa.
Non si può in alcun modo restare indifferenti davanti alla profondità degli occhi di Antigone, davanti alla sua fragilità nascosta sotto una felpa oversize e all’immensa risolutezza che forma il nucleo di questa eroina tragica – che si mostra stratificata, eppure sempre così limpida.
Nahéma Ricci è sicuramente l’attrice grande rivelazione, così come una grande rivelazione è stata Sophie Deraspe, con una regia che ha colto in pieno l’essenza eterna dei terremoti emotivi, “strappandoli” all’antichità per adattarli in un contesto che è a noi vicino e ci parla in maniera più diretta – dando a questa straziante ricerca di un’umanità perduta la giusta potenza.
La 14a edizione della Festa del Cinema di Roma apre in maniera ufficiale le danze portando un piccolo gioiellino, che vede Edward Norton per la seconda volta (e dopo quasi vent’anni) dietro la macchina da presa.
New York anni ‘50, Jazz e atmosfere soffuse ci portano dritti all’interno di una classica Detective Story coi toni del noir; in questo contesto incontriamo il nostro protagonista: Lionel (interpretato dallo stesso Norton). È senz’altro un tizio peculiare, Lionel, che sembra esserci finito per caso in questo ambiente fatto di intercettazioni, pedinamenti e gente poco raccomandabile; a caratterizzare qualsiasi suo stato d’animo così come qualsiasi sua reazione al mondo esterno è la sindrome di Tourette, un disturboche comportamanie ossessivo-compulsive unite a dei numerosi tic involontari (spesso sotto forma di colorite frasi oscene).
Frank Minna (Bruce Willis) è l’uomo che lo ha raccolto quando era un ragazzino orfano, rendendolo poi parte della sua “squadra investigativa” e assumendo per lui il ruolo di figura tutelare, ma Minna muore in circostanze tragiche, e Lionel dovrà risolvere una brutta faccenda rimasta in sospeso; ma forse ha ancor più bisogno di risolvere sé stesso, reso un puzzle distorto di emozioni dalla morte del mentore.
“Motherless Brooklyn” è il soprannome affibbiato a Lionel; non è un caso che ad essere “orfani”, senza una guida e senza un punto fermo, siano sia l’uomo che la città, una città che ormai si trova in mano ad amministrazioni corrotte e meschine; così, nei club fumosi dei bassifondi di Brooklyn,l’investigatore dai mille tic arriverà a capo di una faccenda più grande di quanto si potesse pensare, che vede coinvolta suo malgrado la bella attivista Laura Rose (Gugu Mbatha-Raw)…
Tra un’imprecazione e un improvviso movimento convulso, tra quei “If!” ripetuti ossessivamente (“Se”, “se”, e se…) si disvela una disarmante, straziante dolcezza, fatta di sguardi teneri, e di un bisogno costante di chiedere perdono per la sua condizione, che fa eco ad un disperato bisogno di essere accettato e tollerato; quella di Lionel è un’anima che si svela come non mai in quel ballo con Laura, proprio lì, in quel locale, in quel momento, dove i suoi tic e le sue manie sembra quasi poterli dimenticare.
Norton si è voluto ritagliare in questa pellicola un personaggio articolato, un personaggio indimenticabile, con un cuore talmente bello e puro che rende impossibile non affezionarsi; masarebbe ingiusto non menzionare, nell’ottimo cast, AlecBaldwin, col ruolo del ministro Moses Randolph: si trova certamente a suo agio nei panni del politicante tarchiato e pieno di arroganza, pronto a dire qualsiasi assurdità per raggiungere lo scopo (come non ricordare le sue imitazioni di un certo Donald…).
Motherless Brooklyn è davvero una pellicola-gioiello, impreziosita da una colonna sonora che si fa apoteosi di quel cool jazz da bassifondi tipico dei film di genere, ma sarà Daily Battles (composta da Thom Yorke in collaborazione con Flea), senza dubbio alcuno, a rimanere nella vostra testa e nel vostro cuore.
Sentivo la canzone già in testa: era lì, vedevo tutte le note… È bastata tirarla fuori.
E voi, sentite già le note dei più celebri successi di Elton John entrarvi nella testa?
Qualunque sia la risposta, sappiate che l’edizione home video di Rocketman porterà a un solo risultato: karaoke a ogni ora del giorno e della notte.
Dal 2 ottobre 2019, grazie a Universal Pictures Home Entertainment Italia, sarà possibile acquistare la pellicola diretta da Dexter Fletcher e interpretata da Taron Egerton, Rocketman, in versione Dvd, Blu-Ray e Blu-ray Steelbook.
In formato panoramico ad Alta Definizione (2.39:1) Letterbox, e con tracce audio Inglese Dolby Atmos/Italiano, Francese, Tedesco, Spagnolo, Turco Dolby Digital 5.1 Surround (e sottotitoli disponibili in Italiano, Inglese, Danese, Olandese, Finlandese, Francese, Tedesco, Norvegese, Spagnolo, Svedese, Turco) mettendo su il Blu-Ray di Rocketman, sarà come avere un piccolo palcoscenico in casa propria.
Non ci vorrà molto affinchè vi addentriate, assieme al piccolo Reggie, che crescerà fino a diventare il leggendario Elton, in una caleidoscopica avventura musicale. Musica, coreografie, costumi rocamboleschi, ma anche risate e drammi in unica esperienza audiovisiva che ripercorre la vita del cantante britannico.
Tra una Tiny Dancere una Your Song, una Don’t Go Breaking My Heart e una Goodbye Yellow Brick Road, potrete rivivere le fasi costituenti della persona e del personaggio di Elton John, attivamente coinvolto anche nella produzione del film, di cui vi avevamo già parlato in occasione della sua uscita in sala.
Numerosi sono i contenuti speciali dell’edizione Blu-Ray, di cui qui vi offriamo una panoramica.
Contenuti Speciali Blu-Ray
Numeri musicali prolungati
Le versioni integrali di tutte le performance musicali del film.
Scene eliminate e versioni lunghe
Anche qui troviamo la versione estesa di alcune scene, a cui si aggiunge un certo numero di scene inedite.
Visione creativa
«Sarà un’avventura incredibile»prevede (correttamente) il personaggio di Richard Madden.
Un progetto lungo 10 anni ha infatti portato alla realizzazione di Rocketman, che non doveva essere un semplice biopic. «Volevo qualcosa che catturasse lo spirito della mia vita, non un biopic. Qualcosa di divertente, non troppo serio, che avesse il giusto equilibrio»spiega Sir Elton John nella featurette.
La sceneggiatura di Lee Hall era pronta da parecchio, si doveva solo trovare il team giusto. «C’era bisogno di qualcuno che riuscisse a raccontare cose di una figura che pensiamo di conoscere»elabora il regista del film, Dexter Fletcher.
Così si è riformato il team dietro Eddie The Eagle, ovvero Dexter Fletcher al timone della pellicola, e Taron Egerton star assoluta.
«Nella mia carriera ci sono stati alti e bassi, con alti altissimi e bassi bassissimi» racconta il cantante, che dovendo scegliere quale versione far vedere al pubblico, ha preferito mostrare quella più onesta. «[Nel film vediamo] i periodi difficili, e quelli più belli. Il risultato derivato dal non avere nessun equilibrio nella mia vita».
E quella che ne è venuta fuori è, nello stile, una versione fantasy della sua vita, più grande e più sfarzosa che mai.
A fantasy version of his life. Larger than life.
Diventare Elton John, la trasformazione di Taron
Trovare la persona giusta per interpretare un’icona della musica e dello spettacolo come Elton John, ma anche la persona che vi è detro, era essenziale per la riuscita del film.
«Diventare qualcuno che è famoso è difficile» commenta John. «La cosa più ardua che abbia fatto» conferma Egerton nel video, aggiungendo che i brani dell’artista hanno accompagnato e definito dei momenti della vita delle persone.
Ma l’attore che dà vita a John sullo schermo riceve grandi lodi da chiunque fosse sul set (e non solo): «Taron, la sua vulnerabilità è lì, non deve sforzarsi di farla vedere» commenta Dexter Fletcher.
Egerton, già versato in ambito musicale, si è esercitato lungamente per il ruolo, raggiungendo una padronanza di toni vocali, movenze e comportamenti davvero impressionante. «Taron ha una predisposizione naturale per la musica. C’è stata una connessione istantanea [con il personaggio]» rammenta Michael L. Roberts, pianista e vocal coach del film.
«Se parlavi con lui, nei suoi occhi vedevi Taron, ma una volta davanti la telecamera diventava proprio Elton» aggiunge Lizzie Yanni Georgiou, make up e hair designer addetta a trucco e parrucco sul set.
Leggendario: scenografie e costumi
In questa featurette, sono scenari e abbigliamento ad essere sotto i riflettori.
«Mi hanno dato quasi carta bianca per portare sullo schermo la mia visione. Ho cercato di stimolare loro e me stesso per tutto il tempo» rivela Fletcher, mentre Marcus Rowland, production designer del film, spiega come l’idea alla base dello script fosse Elton che ripensa alla sua vita: «È il sapore della sua vita [che volevamo rendere]».
Avendo una visione più soggettiva della storia, si gode di una maggiore maggiore libertà in termini di scelte creative, come ci tiene a sottolineare anche Julian Day, il costume designer: «Non è il solito bipic, è un musical fantasy. Ci si può sbizzarire!»
Ma i costumi, la musica, le scenografie, seguono tutti la crescita di Elton, che passa da uno stadio all’altro della sua vita; tutto si sposa alla perfezione.
A tutta forza! La messinscena dei numeri musicali
In un’opera del genere, però, è la musica a farla da padrona.
«Quando definisci il genere del film, quello poi deve essere il meglio di quel genere»afferma il produttore Matthew Vaughn.
Ma musica e storia devono andare di pari passo, come in Singing in the Rain, uno dei film preferiti di Fletcher, in cui è la combinazione di canzoni e immagini a creare la magia. Secondo Bennie Taupin, i brani a disposizione del film, con la loro forte caratteristica cinematografica, formavano da soli dei brevi racconti.
E con il benestare dell’autore originale, il team creativo-produttivo ha lavorato incessantemente per donare dinamicità alla pellicola attraverso un’unione di più stili, ma rimanendo sempre fedeli all’identità di John.
La musica reinterpretata. Le sessioni in studio
Ed è stato proprio John a dire a Taron di seguire la propria strada:«L’ho sentito cantare un paio di canzoni, ed era fantastico. Non c’è bisogno del mio intervento».
L’imperativo quindi, per Egerton, era quello di non focalizzarsi sull’imitazione del cantante, ma di realizzarne una propria, personale versione.
«Taron, non essere Elton, evoca la storia e il personaggio a modo tuo».
E l’attore, dal canto suo, si è detto estremamente orgoglioso della fiducia riposta in lui da Elton, e da come gli abbia dato il permesso di reinterpretare la sua musca.
I testi delle canzoni di Rocketman
Questa featurette prevede la versione karaoke del film e il karaoke delle singole canzoni tratte dalla pellicola.
Il Jukebox di Rocketman
Singole scene con performance musicali.
Siete pronti, allora, a premere il tasto play?
Laura Silvestri
InfoTitolo: Rocketman
Durata: 121'
Data di Uscita HV: 2 ottobre 2019
Regia: Dexter Fletcher
Con:
Taron Egerton, Richard Madden
Bryce Dallas Howard, Jamie Bell
Distribuzione:
Universal Pictures Home Entertainment Italia