All’ultimaFesta del Cinema di Roma sembra essersi fatto largo in maniera importante tutto un immaginario che affronta, analizza, distrugge, ricompone e contempla le mille sfaccettature dei meccanismi interni al nucleo familiare. Uno dei film in grado di colpire a fondo in questo senso è stato proprio Antigone, che non a caso, fin dal nome, attinge a piene mani da una storia antica come l’umanità stessa.
Antigone (Nahéma Ricci) è la nostra protagonista, una ragazza emigrata in Canada con la famiglia (o comunque ciò che ne è rimasto): la nonna, la sorella e i due fratelli, Polynice ed Eteocle, che si occupano del sostentamento di tutti avendo cura di non specificare mai in che modo. Ci vuol poco prima che la polizia arrivi a Polynice, ed Eteocle, il fratello maggiore, il pilastro, pagherà con la vita il tentativo di proteggerlo.
È una storia comune, in fondo, di giustizia fittizia e giustizia negata, e di quelle poche volte in cui qualche folle decide di voler aggiustare questo meccanismo malandato obbedendo alle leggi del cuore (“Mon coeur me dit…”); con una determinazione che solo il bene più incondizionato e puro può infondere, Antigone si farà simbolo e portavoce di riscatto, dignità e clemenza redentrice, per tutte le vite freddamente spezzate o recluse.
Con l’immediatezza con l’immediatezza figlia della nostra contemporaneità, l’opinione pubblica si mobilita, e ci scorrono davanti i messaggi solidali dalle persone più disparate, che si uniscono per dare vita ad un coro (come da tradizione del teatro greco), un coro del nuovo millennio, che trova il suo ambiente di risonanza all’interno dei social network.
Ecco dove la monumentale opera di Sofocle, il suo mito universale, si fa pop, senza mai smarrire la forza comunicativa, anzi ribadendo una volta di più come gli agenti scatenanti dell’animo umano siano sempre e per sempre gli stessi. Davanti all’irruenza – all’irrazionalità se vogliamo – di un legame come quello fraterno, nulla può il raziocinio asettico della verità istituzionale, oggi come millenni fa.
Non si può in alcun modo restare indifferenti davanti alla profondità degli occhi di Antigone, davanti alla sua fragilità nascosta sotto una felpa oversize e all’immensa risolutezza che forma il nucleo di questa eroina tragica – che si mostra stratificata, eppure sempre così limpida.
Nahéma Ricci è sicuramente l’attrice grande rivelazione, così come una grande rivelazione è stata Sophie Deraspe, con una regia che ha colto in pieno l’essenza eterna dei terremoti emotivi, “strappandoli” all’antichità per adattarli in un contesto che è a noi vicino e ci parla in maniera più diretta – dando a questa straziante ricerca di un’umanità perduta la giusta potenza.
La 14a edizione della Festa del Cinema di Roma apre in maniera ufficiale le danze portando un piccolo gioiellino, che vede Edward Norton per la seconda volta (e dopo quasi vent’anni) dietro la macchina da presa.
New York anni ‘50, Jazz e atmosfere soffuse ci portano dritti all’interno di una classica Detective Story coi toni del noir; in questo contesto incontriamo il nostro protagonista: Lionel (interpretato dallo stesso Norton). È senz’altro un tizio peculiare, Lionel, che sembra esserci finito per caso in questo ambiente fatto di intercettazioni, pedinamenti e gente poco raccomandabile; a caratterizzare qualsiasi suo stato d’animo così come qualsiasi sua reazione al mondo esterno è la sindrome di Tourette, un disturboche comportamanie ossessivo-compulsive unite a dei numerosi tic involontari (spesso sotto forma di colorite frasi oscene).
Frank Minna (Bruce Willis) è l’uomo che lo ha raccolto quando era un ragazzino orfano, rendendolo poi parte della sua “squadra investigativa” e assumendo per lui il ruolo di figura tutelare, ma Minna muore in circostanze tragiche, e Lionel dovrà risolvere una brutta faccenda rimasta in sospeso; ma forse ha ancor più bisogno di risolvere sé stesso, reso un puzzle distorto di emozioni dalla morte del mentore.
“Motherless Brooklyn” è il soprannome affibbiato a Lionel; non è un caso che ad essere “orfani”, senza una guida e senza un punto fermo, siano sia l’uomo che la città, una città che ormai si trova in mano ad amministrazioni corrotte e meschine; così, nei club fumosi dei bassifondi di Brooklyn,l’investigatore dai mille tic arriverà a capo di una faccenda più grande di quanto si potesse pensare, che vede coinvolta suo malgrado la bella attivista Laura Rose (Gugu Mbatha-Raw)…
Tra un’imprecazione e un improvviso movimento convulso, tra quei “If!” ripetuti ossessivamente (“Se”, “se”, e se…) si disvela una disarmante, straziante dolcezza, fatta di sguardi teneri, e di un bisogno costante di chiedere perdono per la sua condizione, che fa eco ad un disperato bisogno di essere accettato e tollerato; quella di Lionel è un’anima che si svela come non mai in quel ballo con Laura, proprio lì, in quel locale, in quel momento, dove i suoi tic e le sue manie sembra quasi poterli dimenticare.
Norton si è voluto ritagliare in questa pellicola un personaggio articolato, un personaggio indimenticabile, con un cuore talmente bello e puro che rende impossibile non affezionarsi; masarebbe ingiusto non menzionare, nell’ottimo cast, AlecBaldwin, col ruolo del ministro Moses Randolph: si trova certamente a suo agio nei panni del politicante tarchiato e pieno di arroganza, pronto a dire qualsiasi assurdità per raggiungere lo scopo (come non ricordare le sue imitazioni di un certo Donald…).
Motherless Brooklyn è davvero una pellicola-gioiello, impreziosita da una colonna sonora che si fa apoteosi di quel cool jazz da bassifondi tipico dei film di genere, ma sarà Daily Battles (composta da Thom Yorke in collaborazione con Flea), senza dubbio alcuno, a rimanere nella vostra testa e nel vostro cuore.
Henry Brogan è uno dei migliori cecchini in circolazione, se non il migliore in assoluto, e storico collaboratore della DIA. Quando però decide di abbandonare la “professione”, e ritirarsi finalmente in pensione, le cose non vanno come vorrebbe; sarà tenuto costantemente sotto controllo, e qualcuno a lui molto, molto familiare tenterà addirittura di fermarlo… per sempre.
Dal regista più volte premio Oscar, Ang Lee (La tigre e il dragone, I segreti di Brokeback Mountain, Vita di Pi) arriva nelle sale una pellicola estremamente ambiziosa dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, che ha visto una produzione lunga più di vent’anni; nato da un’idea di Darren Lemke nel 1997, a produrre il film sarebbe dovuta essere la Walt Disney Pictures, sotto la regia di Tony Scott, ma i tempi troppo lunghi nel perfezionamento della computer grafica avevano portato il progetto a sfumare. Non sembra quindi un caso che il ritmo dato all’opera definitiva si rifaccia agli action movies di fine anni ‘90, più caciaroni e “tamarri”, che studiati.
L’ambizione dal punto di vista tecnico non fa seguito ad una eguale ambizione nello sviluppo dell’intreccio, tant’è che la storia raccontata non ha particolari picchi di originalità o brillantezza. Il nostro protagonista è Henry Brogan (Will Smith), il miglior sicario arruolato nella DIA (Defense Intelligence Agency), capace di centrare il bersaglio da distanze e velocità inimmaginabili; ad ormai cinquantun anni, però, non se la sente più di vestire i panni del killer governativo, ancor più se le sue mansioni non sembrano servire una giusta causa.
Henry comunica le sue intenzioni di voler andare in pensione, ma i suoi superiori hanno ben altri piani per lui; si accorge presto di essere tenuto sott’occhio da un agente che finge di essere una studentessa, Danny (Mary Elizabeth Winstead) e fino a qui le cose sembrano abbastanza chiare, il governo preferisce averlo ancora in servizio. A complicare presto le cose un misterioso individuo, che tenta a più riprese di eliminare l’uomo con svariate decine di morti sulla coscienza; chi può essere in grado di uccidere il più letale assassino se non una sua esatta replica più giovane?
Girato in 3D+ con un impressionante Frame Rate di 120 FPS (fotogrammi al secondo), Gemini Man punta proprio tutto sull’impatto visivo, con una tecnica che ha reso possibile la riproduzione interamente al computer una versione del “principe di Bel Air” più giovane di vent’anni. anche su questo frangente, però, alcune note sembrano necessarie: sì perché l’effetto scaturito dal “clone” è più inquietante che strabiliante. I movimenti di macchina rendono, legati alla tecnologia avanzata insieme alla natura action\sci-fi del film, l’idea e la sensazione di trovarsi catapultati all’interno di un videogioco (poco allettante per chi vorrebbe una “sana” esperienza cinematografica).
I personaggi finiscono per non essere sviluppati a dovere, nonostante le premesse. Il tema del doppio, d’altronde, è stato sfruttato in qualsiasi sua sfaccettatura, ma il discorso esistenziale in relazione a ciò che si è stati in gioventù meritava certamente di meglio. Henry Brogan ed Henry Brogan Jr. sembrano essere perfettamente uguali ma solo fisicamente; le differenze sono imputabili alla differenza di educazione, ma è soprattutto l’esperienza, a contrastare con l’evidende ingenuità e l’incertezza del duplicato. A chiudere il tutto un finale più dolciastro del fondo di una ciotola piena di pop corn al caramello.
Al di là dell’innegabile maestria registica, Gemini man sembra quasi non avere alcuna parentela con i lavori precedenti di Ang Lee, spesso in grado di regalare grandi emozioni; e si può tranquillamente dire che non sia stato un progetto molto sentito, da parte del regista. A dimostrazione di come la tecnologia più avanzata non sia sempre sinonimo di qualità.
Gemini Man sarà dal 10 ottobre al cinema.
Cristiana Carta
InfoTitolo Originale: Gemini Man
Durata: 117’
Data di Uscita: 10 Ottobre 2019
Regia: Ang Lee
Con:
Will Smith, Clive Owen,
Mary Elizabeth Winstead, Benedict Wong
Distribuzione: 20th Century Fox
In un futuro prossimo, Roy McBride è un astronauta a cui viene affidata una particolare e delicata missione: dovrà compiere un rischioso viaggio spaziale alla ricerca del padre, partito parecchi anni prima verso Nettuno a capo del segretissimo Progetto Lima, e fino a quel momento dato per morto. Sarà una missione in nome della salvezza del mondo, ma anche l’occasione per Roy di scavare nella propria interiorità e nelle proprie radici, addentrandosi nel “lato oscuro della luna” che si cela in ogni essere umano.
In concorso alla 76ma mostra del cinema di Venezia, l’ultima fatica di James Gray sembra essere stata accolta tiepidamente al Lido; pur non regalando nulla di nuovo, Ad Astra non si puòdefinire un film superfluo, e non può certo passare inosservato.
Col dichiarato intento di ispirarsi al celebre romanzo di Conrad, Cuore di Tenebra, il tema cardine di questa rivisitazione in chiave fantascientifica è quello del rapporto tra padre e figlio e, l’elaborazione di quel lascito, quell’eredità umana, che passa da una generazione alla successiva.
In un futuro non meglio definito, l’uomo è stato in grado di “colonizzare” la luna e buona parte del sistema solare; Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta che ha seguito le orme del padre, il quale è considerato una leggenda per aver affrontato il primo viaggio alla volta di Nettuno, in cerca di vita extraterrestre. Per sedici anni Clifford McBride (Tommy Lee Jones) è stato dato per morto in questa allucinante missione, fino a che una violenta tempesta magnetica non fa sorgere qualche dubbio, e getta delle ombre sull’”eroe” dello spazio e sul visionario Progetto Lima.
Roy è cresciuto col mito del padre, un padre assente, un padre con delle colpe, e per lui arriva la missione spaziale più dolorosa e complessa di tutte, non tanto a livello fisico quanto emotivo: nel tentativo di sventare l’imminente disastro che rischia di spazzare via la terra, dovrà andare alla ricerca dell’uomo, affrontando i meandri insondati della volta celeste.
Gli uomini sono stati, fin dallanotte dei tempi, alla ricerca di qualcosa in più, sfidando i limiti e oltrepassandoli sempre, senza accontentarsi mai; gli uomini sono anche i “divoratori di mondi“, come in epoca coloniale così nei viaggi futuristici interplanetari, sfruttando fino all’ultimo tutte le risorse a cui possono attingere.
Roy parte forse per espiare una colpa che non gli appartiene, ma che sente in qualche modo insita ne suo essere; forse per cercare qualcosa oltre gli involucri senza sostanza, oltre l’amarezza della solitudine; tutto ciò che trova, in un modo o nell’altro, è solo quel ragazzino che avrebbe tanto voluto avere una figura paterna al suo fianco.
Ad Astra sfrutta le grandi narrazioni cinematografiche di fantascienza ormai entrate nell’immaginario collettivo per introdurre delle questioni esistenziali e d’introspezione. Non ha certamente grandi picchi di innovazione, è figlio di tutto un filone che si potrebbe far risalire a 2001 Odissea nello Spazio, passando per Tarkovskji fino a Gravity di Cuàron, concludendo con il film che (guarda caso) ha aperto l’edizione passata della mostra del cinema di Venezia, Il Primo Uomo di Chazelle. Eppure regala tantissimo dal punto di vista umano, toccando nervi scoperti lì dove ci si sente più indifesi, perché la solitudine può essere terrorizzante esattamente come può esserlo l’ignoto.
Tra sequenze esteticamente mozzafiato e un montaggio sonoro suggestivo, qualche problema non manca: manca la concretezza narrativa, in un film che ti prende sì per mano, e ti guida all’interno di un’atmosfera piena di significato, ma non ti permette di sostare il tempo necessario, senza poter assimilare il contesto e fare il punto della situazione.
Per quanto riguarda Pitt, stella indiscussa “tra le stelle”: freddo e impassibile, forse troppo, non sembra mostrare mai il minimo cedimento o la minima emozione; paradossalmente, in un altro film che lo vede impegnato questi giorni nelle sale, C’era una volta… a Hollywood, seppur non protagonista, sprigionava un carisma che purtroppo qui risulta totalmente assente, ma il fascino gli permette di farsi perdonare (quasi) tutto.
Sarà un’avventura intergalattica (all’interno dell’animo umano) difficile da dimenticare.
Ad Astra è dal 26 settembre al cinema.
Cristiana Carta
InfoTitolo Originale: Ad Astra
Durata: 124’
Data di Uscita: 16 Settembre 2019
Regia:James Gray
Con:Brad Pitt, Tommy Lee Jones,
Ruth Negga, Liv TylerDistribuzione: 20th Century Fox
Un viaggio nella Hollywood da sogno di Quentin Tarantino
Intro
Onirico, ma non del tutto irreale. Incantevole, ma non perfetto. Nostalgico, ma con un’attualità tutta sua. Il passato dai tratti ucronici raccontato da Mr. Tarantino e di cui si fanno protagonisti i personaggi di Leonardo DiCaprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth) e Margot Robbie (Sharon Tate) arriva finalmente sugli schermi d’Italia, dopo aver debuttato a Cannes a maggio (per poi uscire in America) e aver conquistato la Capitale del Bel Paese nel mese di agosto.
E allora tuffiamoci anche noi in questo mare di ricordi dai colori vibranti e dai toni pastello; dalle note che fuoriescono dai giradischi per diffondersi nelle abitazioni, nei locali e nelle strade di Los Angeles; dalle illusioni di un tempo che dovrà venire, ma che forse non arriverà mai davvero. Accompagniamo dunque l’irrequietezza di Rick, la praticità di Cliff e la spensieratezza sognante di Sharon che dipingono la Hollywood di un tempo, presente nel cuore dei personaggi, lontano – eppure così vicino – per gli spettatori, ma passato e sempiterno nella mente del regista.
Laura Silvestri
C’era una volta… il piccolo Quentin (Discorsi a cuore aperto)
Rick Dalton è un attore televisivo ormai di scarso successo, nonostante un glorioso passato, che insieme alla sua controfigura e grande amico Cliff cerca di tirare avanti rincorrendo i bagliori di Hollywood; i suoi vicini di casa sono niente meno che Roman Polanski e moglie, in quei fatidici giorni che hanno visto il brutale assassinio di Sharon Tate da parte della Famiglia di Charles Manson.
“Sometimes I feel like my only friend is the city I live in, the City of Angels….” cantava Anthony Kiedis, nel 1992: una “città degli angeli” dove tutto è possibile, che può confortare, ispirare e far compagnia a chiunque si senta un estraneo nel mondo; quella stessa città, Los Angeles, che Tarantino decide di omaggiare con la sua attesissima e sfavillante ultima fatica. L’autore di cult assoluti quali Le Iene, Pulp Fiction, Kill Bill, Bastardi senza gloria…ci porta a fare un viaggio – nella memoria e nel tempo – che agisce su più livelli, attraverso la sua personale ricostruzione di un’epoca cruciale, tanto per la formazione cinefila dello stesso Tarantino quanto per l’intera storia del cinema.
Arrivato al suo nono lungometraggio, il regista sembra voler tirare le somme di una carriera avviata ufficialmente proprio in quel fatidico ‘92. Come volendo fare un recap conclusivo, “sfilano” durante il film i tantissimi ed eterogenei elementi cinematografici a lui cari (caratteristici della sua cifra stilistica), dando comunque massima attenzione all’organicità narrativa, ottenendo un risultato entusiasmante e per nulla scontato.
In breve, la storia si svolge nel 1969 in una Hollywood in pieno fermento ed evoluzione, che stava per essere sconvolta dal terribile omicidio dell’attrice Sharon Tate (ai tempi moglie di Roman Polanski, nonché in dolce attesa) ad opera della setta di Manson, segnando prepotentemente un “prima” e un “dopo”; Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) è un attore televisivo ormai divenuto di scarso rilievo, e affiancato da Cliff Booth (Brad Pitt) – sua controfigura, amico e “assistente” – , cerca di farsi strada in un ambiente che sembra non avere più spazio per loro.
Quando l’agente di Rick gli propone di andare a lavorare in Italia per un regista di spaghetti western, scoppia la crisi esistenziale definitiva dell’attore, terrorizzato all’idea di aver toccato il fondo. Intanto, la coppia Polanski/Tate (interpretati da Rafał Zawierucha e Margot Robbie) va ad abitare la villa adiacente a quella di Dalton, e i due fanno come da contraltare alle inquietudini del vicino: loro sono dei fari luminosi, in questa “nuova Hollywood” che si stava andando a formare; nell’ombra, in disparte (ma di certo non “sconfitto”) c’è Cliff , laborioso, propositivo e fornito di eccezionale lealtà, una di quelle figure che, pur nascoste, hanno contribuito a rendere grande il cinema.
In linea di massima, la narrazione appare strutturata come un romanzo corale, che si snoda seguendo i passi di Rick e di Cliff, ma spesso anche della Tate; struttura coadiuvata dalla voce narrante fuori campo, che non può non richiamare alla mente le favole della buonanotte (Once upon a time…) alla maniera di Tarantino, s’intende. Del resto, il punto fondamentale continua ad essere il piacere di raccontare; non c’è bisogno di dire come lui ci riesca alla grande, piegando magistralmente la Storia alle sue necessità espressive.
Ciò che rende questa pellicola un vero gioiello, però, è la sua natura metacinematografica che, attraverso i riferimenti pop, le reiterate maniee il citazionismo “spietato”, si fa al tempo stesso autocitazionismo. Non è un mistero l’enorme debito di Quentin Tarantino verso Sergio Leone (il titolo del film ne è una palese dimostrazione) e il western italiano, verso Scorsese, oppure verso il cinema d’azione proveniente da Hong Kong (ed ecco Bruce Lee, che in quegli anni era divenuto una vera e propria stella di Hollywood), ma tanto altro si potrebbe nominare; come il fantasma del natale passato, tutto ritorna, in un modo o nell’altro, per un faccia a faccia con la vera anima di uno tra i registi più orgogliosamente cinefili di sempre.
Per quanto possa risultare scontato, il cast eccezionale non delude affatto, e spiccano per ovvi motivi i nostri protagonisti; DiCaprio sfoga il suo talento ed emoziona; Brad Pitt, forse un po’ più defilato come il personaggio prevedeva, ma quanto mai incisivo; la splendida Margot Robbie sembra fatta su misura per vestire i panni della compianta star in ascesa, prendendone non solo le movenze ma anche (se in questi termini vogliamo definirla) l’essenza.
Al netto delle polemiche, che già hanno infiammato buona parte degli “addetti ai lavori”, C’era una volta a… Hollywood trabocca di umanità, passione, rispetto e ammirazione verso i mestieri della settima arte. Non ha potuto fare a meno, Tarantino, di cogliere quella componente di umanità anche nei giovani adepti – in particolar modo Le Ragazze – della Manson Family (che si tratti di civetteria, di rabbia o di paura, non è determinante).
Con quello che il regista ha ribadito essere il suo “penultimo, forse ultimo film per il cinema” ci regala una perla che ha il sapore di un discorso di commiato a cuore aperto, indimenticabile e veramente sentito.
C’Era Una Volta A… Hollywoodè un film con talmente tanti input di riflessione da richiedere analisi ben più approfondite, ma al momento dovrebbe bastare aggiungere che si tratta sì di quasi tre ore, che però non fanno sentire il loro peso, scorrendo veloci, dense di imprevedibilità e di uno spropositato, puro amore per il cinema.
Dal 18 settembre al cinema.
Cristiana Carta
InfoTitolo Originale: Once Upon A Time... In Hollywood
Durata: 165’
Data di Uscita: 18 Settembre 2019
Regia: Quentin Tarantino
Con:
Leonardo DiCaprio, Brad Pitt,
Margot Robbie, Timothy Olyphant,
Dakota Fanning, Al Pacino,
Luke Perry, Austin Butler,
Damian Lewis, Kurt Russel,
Maya Hawke
Distribuzione:
Warner Bros. Italia e Sony Pictures Entertainment
La minaccia dei terribili maialini verdi sembra essere un brutto e lontano ricordo all’Isola degli Uccellini. I suini avanzano una sincera proposta di tregua, ma il burbero Red non si adagia all’idea di una pace perpetua, infatti… il pericolo non è cessato, ed è più glaciale che mai.
Dopo un primo strampalato episodio datato 2016, in Angry Birds 2 – Nemici Amici Per Sempre tornano alla carica i “pennuti arrabbiati” di Rovio Entertainment, arrivati direttamente dal celebre giochino che di certo quasi tutti hanno avuto, seppur per un brevissimo periodo, all’interno del proprio smartphone. Grazie all’irascibile ma coraggioso Red, l’Isola degli Uccellini sembra essere adesso finalmente al sicuro, e il sopracciglione deve pian piano arrendersi all’eventualità di una “pensione forzata”. Eppure, non è ancora del tutto convinto da questa strana armonia ritrovata.
E ci aveva visto giusto, Red, ma questa volta il pericolo non proviene dall’Isola dei Maialini: gli uccellini vengono travolti da enormi ammassi di ghiaccio, e sta al nuovo eroe dell’isola fermare chiunque si celi dietro questo attacco. Certo, non è da solo: con lui gli strambi compagni già conosciuti in precedenza, insieme all’incredibile collaborazione dei maialini; ha inizio un esilarante percorso ad ostacoli che porterà i nostri protagonisti a capire quanto sia importante la solidarietà e il lavoro di squadra.
I personaggi ci vengono presentati con delle entrate alla stregua di uno spy movie di tutto rispetto:Chuck, giallissimo e velocissimo; Bomb che (come suggerisce il nome) può letteralmente esplodere in qualsiasi momento, nonché appena uscito dalla prigione… della sua cameretta; si aggiungerà alla squadra Silver, la sorella di Chuck, una geniale studentessa di ingegneria, che però non sembra avere grande “affinità” con Red. Completano il tutto i maialini più nerd e tecnologici di sempre, che sembrano essere venuti fuori direttamente da un centro assistenza Apple.
La minaccia ha un volto tanto sorprendente quanto plausibilissimo: Zeta, regina viola dell’Isola delle Aquile, vuole vendicarsi di una delusione amorosa subita in gioventù, e avere finalmente ciò che si merita, ovvero una bella vita sotto il sole tropicale delle isole sottratte ad uccellini e maialini; forse eccessivamente rancorosa, ma come non capire una donna offesa e umiliata, oltraggiata, che cerca riscatto?!?
Il pennuto rosso e sopraccigliuto dovrà faticare non solo per risolvere la situazione, ma anche per impararare a collaborare, cosa non facile per lui, terrorizzato dall’idea di tornare ad essere un reietto. La sua paura di sentirsi di nuovo solo, diverso, l’aveva superata solo grazie ai suoi atti eroici, alla sua coraggiosa leadership, e non vuole rischiare di mandare tutto in frantumi; ma è necessario darsi man forte per superare le avversità.
La trama principale è arricchita una side story portata avanti da pulcini, tre teneri batuffoli color pastello, che ritrovandosi a dover salvare e proteggere delle uova, hanno anche il loro importante ruolo nella vicenda, fatto di dolcezza e senso di responsabilità.
Angry Birds 2 è un film animato non particolarmente innovativo o illuminante, ma senza alcun dubbio divertente, e d’altronde non poteva essere altrimenti, avvalendosi diThurop Van Orman – autore della scapestrata serie animata Adventure Time – alla regia .Con una storia sufficientemente omogenea, densissima di colori, è adattissimo a questa nuova generazione di bimbi moderni, più avveduti, svegli e smaliziati. Insospettabilmente potrebbero divertirsi anche i più grandi, soprattutto grazie ad una colonna sonora degna di nota, quasi da “effetto nostalgia”, ben integrata con il disegno narrativo, capace di strappare spesso una risata tramite tempistiche azzeccatissime.
“Ma pensa te!”
Angry Birds 2 è al cinema dal 12 settembre.
Cristiana Carta
InfoTitolo Originale: The Angry Birds Movie 2
Durata: 96’
Data di Uscita: 12 Settembre 2019
Regia: Thurop Van Orman, John Rice
Con:
(voci) Jason Sudeikis, Peter Dinklage,
Josh God, Leslie Jones,
Bill Hader, Rachel Bloom
Distribuzione:
Sony Pictures Italia / Warner Bros. Pictures Italia
Nella savana africana, l’era di un Re sta per terminare, e quella di un giovane leone che ha ancora tanto da imparare, sta per cominciare. Ma guardando alle stelle e tenendo sempre a mente il Cerchio della Vita, anche il cucciolo crescerà e imparerà a ruggire senza timore.
Negli ultimi anni in casa Disney, parte della produzione è stata all’insegna dei remake live-action dei grandi classici. Cenerentola, Il Libro della Giungla, Maleficent, La Bella e la Bestia, Dumbo e più recentemente Aladdin. Ma se ci sono stati pareri discordanti su questa operazione, non se ne può certamente negare il fascino.
Quello di Jon Favreau, però, non si può qualificare come un vero e proprio rifacimento live-action de Il Re Leone. Il termine tecnico da utilizzare in questo caso, infatti, è fotorealismo.
Perché guardando questa nuova iterazione del classico del ’94, all’epoca diretto da Allers e Minkoff, si possono notare le ingenti influenze documentaristiche, che unite alla tecnologia più avanzata, hanno dato vita a quella che si potrebbe definire una foto lunga un film.
Tutto, nella savana ricreata digitalmente (eccetto una particolare inquadratura) da Favreau, scorre sullo schermo con una verosimiglianza impressionante, che però in alcuni casi può correre il rischio di creare un effetto di straniamento nello spettatore.
In ambito strettamente narrativo, la scelta di una riproduzione il più possibile fedele all’originale, pur realizzando una serie di modifiche – anche se sostanzialmente minime, soprattutto se le si pone a confronto con gli altri remake realizzati finora – è stata voluta dal regista per “onorare l’originale” e permettere al pubblico di dire «Ho visto Il Re Leone», come lui stesso ha affermato nelle interviste per varie testate.
E se ad alcuni questa soluzione può non essere andata particolarmente a genio, Favreau ci tiene a rimarcare che «Ognuno ha la sua formula. Non sto dicendo che è questo il modo in cui va fatto, ma questo è il modo in cui io l’ho fatto».
Ma parlando di differenze dall’originale, le più evidenti sono da riscontrare nelle scene che coinvolgono il duo comico Timon e Pumbaa (doppiati da Billy Eichner e Seth Rogen nella versione inglese, mentre in italiano hanno le voci di Edoardo Leo e Stefano Fresi), la cui presenza si fa ancora più prominente che nel classico animato, e che anche il doppiaggio nostrano ha trovato il modo di rendere brillante. Non che una determinata scena dal sapore metafilmico – che i fan Disney di lunga data apprezzeranno particolarmente – avesse bisogno di tutto questo aiuto per essere eletta a una delle migliori trovate della pellicola… Anche il fedele Zazu (John Oliver/Emiliano Coltorti), poi, sembra avere un valore aggiunto in questa iterazione, con una maggiore dose di ironia dalla sua, che giova particolarmente al personaggio.
Un altro aspetto innovativo, influenzato forse anche dei tempi che corrono, risiede in una maggiore agency per i personaggi femminili. Sia Sarabi che Nala (Beyoncé, come tutti saprete, è la voce originale del personaggio, mentre in Italia abbiamo la cantante Elisa in cabina di doppiaggio) sono decisamente più padrone delle proprie azioni e del proprio destino, con ripercussioni anche sullo svolgimento della vicenda.
E visto che lo abbiamo ripetutamente nominato, e a ragione data l’importanza dell’operazione in questo caso, veniamo dunque all’adattamento italiano: diverse critiche sono state mosse nei confronti delle nuove voci di Simba e Nala, ovvero i cantautori Marco Mengoni ed Elisa, che si sono cimentati nell’impresa di doppiare i protagonisti, oltre che a reinterpretare le canzoni del film. E nonostante non si possa dire che se la siano cavata al pari dei professionisti, non sono stati nemmeno tutto questo disastro anticipato da alcuni, seppure visibilmente più a loro agio in determinate scene piuttosto che altre.
In merito a questa esperienza, i due artisti hanno commentato in sede di conferenza stampa: «Assieme a Fiamma Izzo [direttrice di doppiaggio, con cui sia Elisa che Marco hanno collaborato già in un’altra occasione], che è stata il mio faro del buio in fase di doppiaggio, abbiamo lavorato su delle precise emozioni per cercare di trasmettere la fierezza delle leonesse, la combattività di Nala. […]» spiega Elisa, mentre Marco rivela «Ho dovuto lavorare un po’ il doppio [rispetto alla sua prima esperienza di doppiaggio], perché il personaggio muta durante il film. Da piccolo erede al trono si ritrova ad essere un po’ un giocherellone, spinto e portato anche dagli altri due, Timon e Pumbaa, ad essere un po’ più “fanciullotto”, un po’ più spensierato. Poi però deve prendere, ovviamente, le redini della situazione e tornare ad essere quello che avrebbe dovuto essere in origine: un Re. Quindi abbiamo lavorato tantissimo sulla fierezza per quanto riguarda l’ultima parte del film, e prima mi sono giocato le mie carte da giovane ragazzo che vive i tempi di oggi… Cioè da me. Ho interpretato me stesso, perché in alcuni momenti, e cito un altro cartone Disney, sono ancora un po’ Peter Pan, quindi non vorrei mai invecchiare o prendermi determinate responsabilità. Però sicuramente questo è stato un aspetto su cui si è lavorato molto, sul prendersi la responsabilità della propria vita».
Quelli che, almeno secondo la nostra opinione, hanno invece fatto rilevare una performance leggermente al di sotto dei loro soliti (alti) standard, sono stati proprio i doppiatori di professione, come Luca Ward (Mufasa) e Massimo Popolizio (Scar), risultando, in questa occasione, forse un tantino troppo impostati.
Passando poi alla reinterpretazione degli storici brani della colonna sonora, Mengoni ha spiegato che, pur dovendo rimanere in una certa misura fedeli alle versioni originali [sia quelle del ’94, che quelle riadattate da Beyoncé, Glover & Co.], hanno comunque dovuto tenere conto della lingua d’arrivo e delle sfide, come delle opportunità, che essa presenta: «La difficoltà è che l’inglese è una lingua – lo metto tra virgolette – un po’ più “fredda” rispetto all’italiano, che è una lingua più romantica, e quindi melodicamente è molto diversa. Perciò trasportarlo in italiano, è stato un lavoro difficile, soprattutto per quanto riguarda la mia parte. In alcuni momenti era strano dover rispettare quel tono che ha l’inglese, e traslarlo in italiano, quindi ci siamo dovuti inventare degli escamotage teatrali per essere più fedeli possibile a loro, ma anche alla nostra bellissima lingua. A volte abbiamo dovuto cambiare anche alcune parole per rientrare nel sync. Non è stato difficilissimo, ma è stato un bel lavoro, intenso».
«Il lavorone sul personaggio, sulla lingua inglese e la lingua italiana… Ovviamente gli stessi problemi che ha incontrato Marco li ho incontrati anche io. Pur avendo grande interesse per il campo, io ho accettato di fare questo film, non essendo un’attrice o una doppiatrice, a condizione che affianco a me ci fosse una professionista come Fiamma Izzo […]. Bisogna affidarsi tantissimo al team, e in questi casi, ancora di più. […] E quindi si lavora con i suoni, si lavora con le tonalità. Beyoncé ha un tono molto basso nel parlato, dunque abbiamo voluto rispettare, sia per una policy Disney, che per una rigorosità nostra, il più possibile l’originale. Forse è anche per questo che in Italia sono così bravi nel doppiaggio. Perché sono estremamente rigorosi per questi aspetti: il tono della voce, le note addirittura… Si vanno ad analizzare le note delle esclamazioni.» racconta Elisa, e prosegue: «Nel cantato mi ha seguito Virginia Brancucci, e onestamente non ci siamo messe lì a cercare di fare Beyoncé. Per ovvi motivi. Uno perché sono già Elisa in Italia, e due perché non è possibile, giustamente. Sarebbe controproducente. Quindi anche lì è stato un lavoro di ricerca, di mantenere le assi portanti di quel personaggio, lo spirito, e di capire quali invece erano gli ingredienti da aggiungere, unici e originali, che potevo mettere io. A me magari piace inserire i falsetti, che rappresentano la dolcezza, lo faccio sempre… È un po’ una signature mia, così. Ma sono anche legata alla parte opposta, quella del gospel, che ho sempre molto amato. E paradossalmente, sono cose che ho anche un po’ in comune con Marco. […] E quindi ciò che mi affascina in tutto questo è la ricerca, l’arricchimento artistico con cui torno a casa dopo un’esperienza del genere».
A ogni modo, le “nuove” canzoni sono sicuramente da ascoltare, sia in originale che in italiano, dato che in questo caso più che per ogni altro, le preferenze al riguardo andranno probabilmente a gusto personale.
E agli spettatori rimandiamo anche per un giudizio sulla pellicola, che a noi ha dato l’impressione di un edulcorato viaggio nel passato, a volte dal sapore alquanto dolce, altre decisamente meno, lasciandoci in dubbio sul posto che occupa nel nostro album dei ricordi.
Il Re Leone sarà al cinema dal 21 agosto.
Laura Silvestri
Materiali Stampa: Disney Italia
InfoTitolo Originale: The Lion King
Durata: 118'
Data di Uscita: 21 agosto 2019
Regia: Jon Favreau
Con:
Donald Glover, Beyoncé,
Seth Rogen, Billy Eichner,
Chiwetel Ejiofor, John Oliver,
James Earl Jones, John Kani
Distribuzione: Walt Disney Company