La Conseguenza – La Recensione

Di risentimento e occasioni sprecate 

In una Amburgo distrutta dell’immediato dopoguerra, un ufficiale inglese va ad occupare, seguito dalla moglie, la villa di proprietà di un vedovo tedesco e sua figlia. Per concessione, la ragazzina e il padre rimarranno a vivere con la coppia, ma le vicissitudini interne intrecciate a quelle storico-sociali, colme di diffidenza e contrasti, la renderanno una convivenza sofferta. 

TA_03510.NEF

Una pellicola prodotta da Ridley Scott, che vanta la presenza di pezzi da novanta come Keira Knightley, Alexander Skasgård e Jason Clarke potrebbe suggerire ai più un determinato indice di qualità insito in partenza. Del resto, nessuno è perfetto, e come ben sappiamo la vita è piena di delusioni.

Ma procediamo con ordine: prendendo ispirazione dal romanzo di Rhidian Brook L’alba del mondo – ci viene raccontato un lato particolare della Storia, portandoci nella Germania disfatta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con un punto di vista sospeso in bilico tra vinti e vincitori. 

L’ufficiale britannico Lewis Morgan (Jason Clarke) ha l’incarico di recarsi in un’Amburgo ridotta in ginocchio dalla fine della guerra per ripristinare l’ordine. Seguito dalla moglie, Rachael (Keira Knightley), occuperanno la splendida villa di un facoltoso architetto ormai in disgrazia, Stefan Lubert (Alexander Skasgård). Stefan è vedovo, con una figlia adolescente di cui occuparsi, Frieda (Flora Thiemann), e ai due viene concesso di rimanere a vivere insieme alla coppia inglese. 

TA_05873.NEF

Il contrasto tra la città ridotta in macerie dagli alleati e la lussuosa abitazione è pari solo al contrasto che nel frattempo si delinea nelle dinamiche di questi inquilini imposti. Mentre Stefan sembra aver assunto un atteggiamento di resa, come se avesse la consapevolezza di dover pagare il prezzo di ciò che è stato, la figlia mostra palesi segni di insofferenza, mossa dal rancore e dal senso di rivalsa. La convivenza turba Frieda, ma turba forse ancor di più Rachael. 

Sarà il pianoforte un oggetto cardine nella descrizione dei sentimenti che connotano i rapporti con gli “occupanti”: sia la donna che la ragazzina sembrano donargli il valore del ricordo e della perdita. Entrambe hanno avuto modo di sperimentare il dolore portato dalla guerra, che ha strappato ad una il figlio e all’altra la madre; inspiegabilmente, però, il tutto non sfocerà mai in un genuino legame, fosse anche solo di condivisione. 

Tutti e quattro i personaggi sembrano essere focalizzati su traiettorie che mai si incontrano, ed è da questo presupposto che la narrazione prende una piega incoerente e decisamente poco credibile. Il colonnello Morgan è assorbito dalle sue controverse mansioni, e nel frattempo la moglie si accorge che il loro matrimonio aveva come solo “collante” il loro bambino; dopo i momenti di ostilità e sospetti, assistiamo ad un improvviso flirt tra Rachael e il (forse troppo) sommesso tedesco, spiegabile, al limite, solo con la presa di coscienza della donna.

TA_05653.NEF

Nettamente in secondo piano e decisamente poco curata, l’avventura di Frieda con un giovane e astioso nazista, che in realtà la usa semplicemente per arrivare all’ufficiale. Poteva essere una situazione pregnante e foriera di importanti suggestioni, invece imploderà senza le fondamenta di un’idea solida, come del resto imploderà la traballante liaison dangereuse messa in scena da Skasgård e la Knightley. 

Non riuscendo nel tentativo di mostrare un dramma storico sufficientemente incisivo, La Conseguenza può considerarsi un Melò decisamente Retrò, che presenta sicuramente l’estetica e l’impianto del genere rientrando totalmente nei canoni. Assunto questo, anche volendo trovare quella necessaria cifra emozionale, si rimane delusi da una quasi soffocante e totale mancanza di credibilità. È chiaro che non tutto può essere salvato da un’elegante fotografia vintage.

Ma in ultimo, spetta al pubblico l’ardua sentenza.

Ma in ultimo, spetta al pubblico l’ardua sentenza.

La Conseguenza è dal 21 Marzo al cinema.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: The Aftermath

Durata: 108’

Data di Uscita: 21 Marzo 2019

Regia: James Kent

Con: 

Keira Knightley, Alexander Skasgård, 

Jason Clarke, Flora Thiemann

Distribuzione: 20th Century Fox

Il Professore E Il Pazzo – La Recensione

Un’Impresa Per Due

Il Professore E Il Pazzo racconta la vera storia della nascita dell’Oxford English Dictionary, intrecciando le vite di due uomini che non potrebbero essere più diversi tra loro, James Murray (Mel Gibson) – un coltissimo etimologo senza laurea – che diede vita al progetto nel 1857 e William Chester Minor (Sean Penn) – un ex-chirurgo dell’esercito americano traumatizzato dagli orrori della guerra e rinchiuso in un ospedale psichiatrico – uno dei più prolifici contributori all’impresa.

ptm__06377

La pellicola, dall’impianto narrativo molto classico, mette in contrapposizione queste due figure, molto diverse tra loro ma accomunate dall’ossessione per un’impresa titanica durata più di 70 anni.

James Murray chiese infatti a chiunque incontrasse o conoscesse di annotare l’origine di ogni parola degna di nota e spedirla a lui per poi inserirla sul neonato dizionario.

William Chester Minor contribuì all’inserimento di oltre 10mila voci, spedendole da un manicomio criminale, dove era stato condannato per l’uccisione di un uomo che aveva scambiato per un suo immaginario persecutore; lo stesso uomo con a carico una vedova, Eliza Merrett, (Natalie Dormer, la Margaery Tyrell di Game of Thrones) e sei bocche da sfamare.

ptm_00007

Il film, nonostante l’interpretazione accorata di due mostri sacri del cinema come Mel Gibson e Sean Penn, manca di equilibrio tra le due figure: se all’inizio il fulcro sembra essere la titanica impresa compiuta da James Murray e dai suoi collaboratori, con il passare del tempo la compilazione del dizionario passa sempre più in secondo piano, e a catalizzare la nostra attenzione sullo schermo è soprattutto l’interpretazione di Sean Penn. Toccante è la sua via crucis per espiare il crimine di aver lasciato vedova Eliza Merrett, per la quale sboccerà un sentimento che non farà altro che far precipitare la salute mentale di lui.

Questo non sempre perfetto bilanciamento delle parti è forse dovuto alla gestazione dell’opera, che ha avuto uno sviluppo altrettanto tormentato – se non addirittura maggiore – della compilazione del dizionario.

Mel Gibson ha acquistato i diritti del saggio L’Assassino Più Colto Del Mondo di Simon Winchester, appena uscì nel 1998. Da allora ha cercato di adattarlo con fortune alterne, e con l’intenzione di dirigerlo lui stesso, fino a quando non passò il testimone allo sceneggiatore Farhad Safinia, il quale aveva collaborato con lui ad Apocalypto, che ha poi diretto il film sotto pseudonimo.

ptm__01807

Ma non è tutto, perché Mel Gibson ha intentato una causa verso la casa di produzione Voltage per non aver rispettato il budget e il loro accordo di co-produzione previsto. Causa persa, per l’attore australiano.

Nonostante l’argomento della pellicola, che a primo acchito non sembra essere dei più entusiasmanti da trattare, la vicenda aveva un grande potenziale: portare sul grande schermo un sistema democratico dove ognuno poteva contribuire con la propria parola da inserire poteva risultare, in realtà, estremamente avvincente. Ma la ventata di freschezza in un film in costume che avrebbe potuto portare questa Wikipedia Ante Litteram viene un po’ smorzata da una messa in scena un po’ stanca, molto classica e sempre uguale a se stessa.

Sicuramente l’ambientazione e i costumi sono molto curati, ma si ha, per certi versi, una sensazione di déjà-vu, e l’opera fatica a trovare un posto nel cuore dello spettatore tra tutti i period drama che si sono succeduti al cinema in questi ultimi anni. Un esempio molto simile – sia per ambientazione che per tematiche – può infatti essere il film del 2015 con Jeremy IronsL’uomo che vide l’infinito.

Poster

 Ma il fiore all’occhiello di Il Professore e il Pazzo sono i due attori protagonisti, e le interpretazioni di Mel Gibson e Sean Penn valgono da sole il prezzo del biglietto.

Il Professore E Il Pazzo è dal 21 Marzo al cinema.

Anna Antenucci

 

Info 


Titolo Originale: The Professor and The Madman


Durata: 124 minuti 


Data di Uscita: 21 marzo 2019 


Regia: Farhad Safinia

Con:

 Mel Gibson, Sean Penn,

 Natalie Dormer, Jeremy Irvine 


Distribuzione: Eagle Pictures

Il Venerabile W. – La Recensione

Le fasi del male

Attraverso l’inquietante e controversa parabola del monaco buddista Ashin Wirathu, il regista franco-svizzero Barbet Schroeder ci rende una testimonianza sull’origine e le istanze che hanno portato alle violente persecuzioni verso il popolo dei Rohyngya avvenute in Birmania.

3

L’odio e la distruzione trovano sempre una via d’accesso per infiltrarsi nelle pieghe del tessuto sociale quando la chiave è l’estremismo, ed è proprio questo che Schroeder tenta di portare a galla con il suo documentario. Presentato nel 2017 alla settantesima edizione del Festival di Cannes, vuole essere l’ultima parte di una trilogia ideale, in cui il regista indaga a fondo proprio sul concetto del male, rapportandosi agli stermini etnici che hanno segnato il ventunesimo secolo.

Un insieme di interviste rilasciate in esclusiva dal “Venerabile Wirathu”, video di repertorio e amatoriali, ci catapultano all’interno di una escalation culminante nella violenza più insensata; eppure, al primo colpo d’occhio, sono l’estrema pace e armonia emanate da questa figura magnetica a far davvero ghiacciare il sangue nelle vene. 

Ma chi è Ashin Wirathu? Rispettato e stimato monaco di Mandalay (in Birmania), nel 2001 forma il movimento 969, ispirandosi al concetto omonimo, legato alla numerologia, nato da U Kyaw Lwin: in termini sintetici, il “969” si fa incarnazione dell’identità e della cultura buddista. Nel corso degli anni, sermone dopo sermone, W. ha assunto la posizione di Leader ed è stato in grado di condurre la popolazione birmana verso l’intolleranza più cieca, servendosi di uno spauracchio populista e nazionalista: inizia mettendo in guardia verso una progressiva scomparsa della fede buddista e tutti i valori che questa rappresenta; la minaccia arriverebbe dai rifugiati islamici Rohyngya, accusati di circuire le “loro donne” per farne delle musulmane.

5

Ora sarebbe utile tenere a mente che, come fa sapere la voce narrante, ci si riferisce ad una minoranza esigua a fronte di un paese composto al novanta per cento da buddisti. Nei suoi seguitissimi sermoni, Wirathu arriva a promulgare affermazioni da brividi come «faremo in modo che i musulmani non abbiano più dove dormire né da mangiare», auspicando un’eliminazione sistematica. 

Nel 2003 viene incarcerato per incitamento alla sommossa e all’odio razziale. Ciò nonostante, tornerà a combattere la sua grottesca battaglia antiislamica nel 2012, dopo essere stato rilasciato in seguito ad un’amnistia, ancora più influente e carismatico di prima. 

Con uno sguardo tanto neutrale e crudo da lasciare sconcertati, le immagini sullo schermo compongono un percorso che prende il via dalla natura più pura e pacifica insita nella dottrina del Buddha per poi trascinare giù all’inferno, fino ai meandri più oscuri; questo inferno altro non è se non la facilità estrema con cui l’essere umano odia, denigra e riesce a fare del male. Abbiamo bisogno, però, di questo sguardo neutrale, più che mai in una contemporaneità dove vige l’approccio tipico della tifoseria, e il dialogo sembra essersi evoluto (?) in un meccanico scontro tra squadre avversarie.

1

Durante la conferenza stampa con il regista, tra i punti focali vi sono senz’altro la connessione tra i fatti descritti dal documentario e il clima di sovranismo ed intolleranza sempre più crescente nei territori occidentali, ma si è parlato anche delle implicazioni personali dal punto di vista ideologico.

Un buddista che odia pare essere una contraddizione in termini, e alla domanda su quanto c’è di personale in questa indagine, essendo lui fortemente legato a questa religione, Schroeder afferma: «Nel corso della mia vita ho perso progressivamente tutte le mie illusioni politiche e religiose, l’ultima roccaforte era il buddismo, ma è una religione come le altre. Con questo intendo dire umana, perciò ha in sé anche il male.»

Questo progetto lo ha certamente portato a riflettere sulla condizione europea (e non solo) di spinto nazionalismo e politiche mirate alla divisione: «Son tornato da questo viaggio con qualcosa che riguardava molto più noi di quanto avessi voluto pensare».

6

Wirathu è stato convinto a farsi intervistare sostenendo le similitudini ideologiche tra lui e Le Pen, e chiaramente i meccanismi di odio che si innescano risultano essere sempre uguali, ma qualcosa cambia da cultura a cultura, o da momento storico a momento storico?: «In realtà gli ho poi spiegato che la mia intenzione era fare un film, che potesse uscire in sala, per il pubblico. Non ero un giornalista. Ma continuando a chiedermi il perché, gli ho spiegato che in Francia stavano per eleggere un nuovo presidente, e Marine Le Pen condivideva certamente delle idee con Wirathu, dunque i francesi erano interessati a capire come lui fosse riuscito, ad esempio, ad introdurre delle nuove leggi…»

«Tra le cose che che possiamo definire universali sicuramente c’è la nozione di Pogrom; la difesa della cultura, la difesa del paese, sono estremamente interessanti da studiare. Si tratta di uno schema che viene riproposto, e in realtà non ha nulla a che vedere con la cultura o il paese in cui ci si trova».

Si è toccato anche il tasto dei finanziamenti al monastero e al movimento da parte delle forze militari: «Il giornalista spagnolo che interviene nel documentario sostiene che probabilmente si tratta di soldi provenienti da persone vicine alla dittatura militare. Si vorrebbero avere le prove di una connivenza, ma le donazioni restano rigorosamente anonime…»

POSTER

Con il patrocinio di Amnesty International, Il Venerabile W. sarà al Cinema dal 21 Marzo, in occasione della Giornata Internazionale contro le Discriminazioni Razziali.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Le Vénérable W.

Durata: 107’

Data di Uscita: 21 Marzo 2019

Regia: Barbet Schroeder

Con: 

Ashin Wirathu, Barbet Schroeder (voce),

 Bulle Ogier (voce)

      Distribuzione: Satine Film

A Un Metro Da Te – La Recensione

Questione Di Distanze

Stella (Haley lu Richardson) e Will (Cole Sprouse) si conoscono in un reparto dell’ospedale in cui sono entrambi ricoverati, e ben presto si innamorano. Ma la vita, si sa, può giocare scherzi crudeli, e nel loro caso è stata davvero poco magnanima: la fibrosi cistica non permette ai due nemmeno di avvicinarsi, e per evitare il contagio, la distanza di sicurezza da rispettare corrisponde a due metri. Ma Stella, la responsabile e sempre ligia alle regole Stella, questa volta non ci sta, e decide “riprendersi” un metro dalla vita.

_SA94300.ARW

La corrispondenza tra i due sistemi di misura, italiano e anglosassone, è in realtà poco precisa nel nostro caso, perché quei six feet indicati nel film – che diventeranno cinque dopo la decisione di Stella, da qui il titolo originale, Five Feet Apart – equivalgono a poco meno di due metri, mentre i cinque successivi sarebbero più vicini al metro e mezzo.

Ma matematica e licenze poetiche a parte, A Un Metro Da Te rientra in quel tipo di film che accorcia le distanze con lo spettatore – e non solo tra i protagonisti – regalandogli un ciclone di emozioni, e facendolo sentire parte effettiva di ciò che sta avvenendo sullo schermo.

_SA97976.ARW

Grazie a una buona sceneggiatura – da accreditare a Mikki Daughtry e Tobias Iaconis – e a una decisa guida dietro la cinepresa ad opera di Justin Baldoni, la storia di Stella e Will – che trae ispirazione dalla lotta di Claire Wineland con la stessa malattia – non si carica di sfumature caricaturali o espedienti volti a catturare l’attenzione dei teenager (sicuramente tra i più presenti nel target di riferimento della pellicola), ma riesce a scorrere leggera e indisturbata per gran parte del tempo, pur mantenendo quella serietà e quell’accuratezza necessarie nel portare sullo schermo un argomento del genere.

A colpire particolarmente sono le interpretazioni dei giovani protagonisti, Cole Sprouse e Haley Lu Richardson, che centrano pienamente il bersaglio, e riescono a sostenere alla grande il “peso” del film, e dei loro personaggi. Anche Moises Arias e Kimberly Hebert Gregory aggiungono colore alla storia, facendo tesoro di due ruoli sì secondari, ma fondamentali.

_SB93761.ARW

È la meticolosa costruzione dei personaggi principali, infatti, a rappresentare uno dei punti di forza della pellicola: la testardaggine e l’ostinazione di entrambi i ragazzi viene messa duramente alla prova, sia da loro stessi – che si sfidano, si cambiano e si migliorano a vicenda -, che da parte della vita – con il suo fedele compagno, il destino -, che per ogni gioia che gli riserva, nasconde un dolore dietro l’angolo.

Ma nonostante ciò, i tratti principali di ognuno restano scolpiti nella memoria dello spettatore, così come i legami che si creano tra di loro, e danno vita a una narrazione che si rifiuta di scadere eccessivamente nel cliché di genere, e preferisce mantenere una sua precisa identità.

A1MDT

L’unico appunto che possiamo fare è la differenza di tenuta dell’ultimo atto rispetto ai precedenti, derivata da una scelta narrativa come quella delle scene sul lago ghiacciato, forse poco in sintonia con il resto perché un tantino over-the-top – mentre come abbiamo già detto, uno dei vanti del film è quello di mantenere la giusta misura e il giusto equilibrio per buona parte della sua durata -.

In ogni caso, A Un Metro Da Te riesce a spostare la conversazione su un problema reale come la fibrosi cistica, senza renderla un mero strumento ai fini dell’intrattenimento, inserendola invece con abilità nel corpo narrativo, e ricevendo anche il patrocinio della LIFC (Lega Italiana Fibrosi Cistica). E, soprattutto, ha successo nell’accorciare tutte le distanze, diegetiche e non.

1

In libreria potrete trovare anche l’omonimo romanzo edito da Mondadori, mentre all’anteprima romana del 21 marzo – ore 21.00, The Space Cinema Parco De Medici – saranno presenti anche gli attori Marco Bocci e Tommaso Ramenghi. L’incasso della serata, assieme a quello dell’anteprima milanese – sempre il 21 alle ore 21.00, al Notorious Cinemas Centro Sarca di Sesto San Giovanni – andrà a  sostegno del progetto CASE LIFC per l’accoglienza gratuita delle famiglie e dei pazienti nel periodo del post-trapianto.

A Un Metro Da Te sarà al cinema dal 21 Marzo.

Laura Silvestri

Info

Titolo: Five Feet Apart

 Durata: 116' Data Di Uscita: 21 Marzo 2019 

Regia: Justin Baldoni 

Con: 

Cole Sprouse, Haley Lu Richardson, 

Claire Forlani, Moises Aria, 

Emily Baldoni, Parminder Nagra, 

Kimberly Hebert Gregory 

Distribuzione: Notorious Pictures

Escape Room – La Recensione

Riuscirai a scappare?

Sei individui senza apparenti connessioni tra loro rimangono intrappolati in una finzione sin troppo reale: dopo aver ricevuto delle misteriose scatole di forma cubica, vengono convinti dagli altrettanto misteriosi artefici dell’enigma a prender parte ad una escape room. Quello che però non sanno, è che saranno le loro stesse vite ad essere in gioco.

Il regista di Insidious: L’Ultima ChiaveAdam Robitel, si prodiga ancora una volta nel genere del thriller psicologico, sfruttando per l’occasione il fenomeno che ormai da alcuni anni ha catturato l’interesse di molti, specialmente dei giovani: l’escape room.

Nell’omonimo film, i sei sconosciuti – quattro uomini e due donne, di età varia (Logan Miller, Jay Ellis, Tyler Labine, Nik Dodani, Deborah Ann WollTaylor Russell) -vengono invitati a partecipare a una sorta di caccia a tesoro, il cui obiettivo è riuscire ad uscire dalla stanza in cui sono rinchiusi.

In Escape Room, però, non solo le stanze sono molteplici, ma lo sono anche i rischi corsi dai protagonisti. Un po’ in stile Saw – L’Enigmista, un po’ Quella Casa Nel Bosco, i personaggi vengono inseriti in una finzione (videosorvegliata) che si rivelerà essere più che reale, e da cui solo i più svegli e pronti all’azione ne usciranno vivi.

Sia concettualmente che a livello pratico, Escape Room cattura l’attenzione del pubblico, e lo invoglia a sapere di più, sia sul passato dei personaggi – che, come vedrete, è un punto focale del racconto – sia sull’effettiva situazione in cui si sono ritrovati. Nonostante sia abbastanza prevedibile il risultato finale, le modalità con il quale vi si arriverà mantengono all’erta lo spettatore, che tenta, assieme ai protagonisti, di scovare possibili indizi utili.

Indizi che però, come apparirà sempre più evidente, non vengono subito messi a disposizione dell’audience, perché connessi agli eventi passati – e a noi mostrati solo di volta in volta – dei personaggi (da qui la centralità di questi ultimi). Dettaglio che potrebbe, in effetti, giocare a sfavore dell’atto partecipativo, ma che in realtà inibisce solo in parte, inficiando solo relativamente la fruizione.

I personaggi più interessanti sono forse quelli che meno ci si aspetterebbe: se, infatti, sembra palese la rilevanza di Zoey (Taylor russell) e Ben (Logan Miller) ai fini della trama ultima, sono Jay (Jason Walker), Amanda (Deborah Ann Woll) e Danny (Nik Dodani) a rubare la scena, mentre rimane fondamentalmente di scarso interesse Mike (Tyler Labine).

Con qualche cliché più ricorrente nel genere, e con alcune nuove trovate ben piazzate, anche l’architettura del “gioco” sembra fare il suo lavoro, perdendoforse solo nell’ultimo atto di smalto.

Escape Room non è quindi né la prima, né l’ultima delle pellicole ad utilizzare determinati schemi narrativi, specialmente se inserita nel suo genere di riferimento, ma non per questo non può rappresentare una valida aggiunta alla vostra watchlist.

Escape Room sarà al cinema dal 14 marzo.

Laura Silvestri

 

Info

Titolo Originale: Escape Room

Durata: 99'

Data Di Uscita: 14 Marzo

Regia: Adam Robiole

Con:

Taylor Russell, Logan Miller, 

Deborah Ann Woll, Jay Ellis, 

Tyler Labine, Nik Dodani, 

Yorick van Wageningen

Distribuzione: Warner Bros.

 

Un Viaggio A Quattro Zampe – La Recensione

Per Un Pezzettino Di Formaggio

Bella è una cagnolina che ha vissuto a lungo tempo rintanata nell’incavo di un edificio abbandonato, in compagnia di numerosi gatti. Un giorno viene trovata da Lucas, che deciderà di portarla con sé ed adottarla, nonostante il contratto della casa in cui vive assieme alla madre non lo permetta. Una serie di eventi porterà Lucas e la madre a doversi trasferire, e a lasciare Bella con degli amici in una città a 400 miglia da casa loro, anche se solo per il periodo del trasloco. Ma la cagnolina, desiderosa di rivedere al più presto il suo padroncino, troverà il modo di scappare dalla sua temporanea sistemazione, e da sola intraprenderà un viaggio irto di ostacoli per tornare a casa.

Non è facile resistere alla dolcezza di un cucciolo, e difficilmente si riesce a rimanere impassibili quando ci sono di mezzo i nostri amici a quattro zampe. Per questo molti entrano al cinema sapendo che, probabilmente, verseranno più di una lacrimuccia durante una pellicola con loro protagonisti.

Il film diretto da Charles Martin Smith, Un Viaggio A Quattro Zampe,  – basato sul libro Una Casa Per Bella di W. Bruce Cameron – sembra esserne perfettamente consapevole, e impiega ogni mezzo a sua disposizione per mantenere viva la tradizione.

Dalla protagonista assoluta, una tenera cagnolina dagli occhioni ambrati, alla complicata situazione in cui si ritrova per via dell’intolleranza e dell’avidità umana, il lungometraggio punta – con risultati altalenanti – a far commuovere lo spettatore, attento a seguire ogni passo di Bella.

Il sentimento intrinseco della storia è sicuramente lodevole, e condivisibile da chiunque abbia un cuore – e non solo dai padroncini di cani, gatti o simili -, e  il film ha il grande merito di affrontare questioni di rilievo come l’ingiusto trattamento riservato ai cani randagi, specialmente se etichettati come pericolosi per via del loro aspetto – nello specifico, quali sono gli estremi per determinare l’appartenenza o meno del cane alla categoria dei pit bull, la cui supposta pericolosità non ne permette la circolazione in strada? -.

Eppure, se trova la sua forza proprio in questi elementi, e nelle scene di quotidianità con Bella (Shelby, a cui presta la voce, almeno in originale, Bryce Dallas Howard), Lucas (Jonah Hauer-King) e la mamma (Ashley Judd), – chi a casa ha un cucciolo, si ritroverà tantissimo nelle piccole cose, qui dipinte in maniera davvero accurata, come l’inusuale amore dei cani per il formaggio – e quelle al centro di riabilitazione per veterani – altra tematica di grande importanza, come l’affetto altrui, non importa se umano o no, possa effettivamente aiutare a riprendersi anche dai grandi traumi – Un Viaggio A Quattro Zampe si perde proprio sulle parti che avrebbero potuto elevarlo a must del genere.

Nonostante il pubblico di riferimento potrà probabilmente dirsi abbastanza soddisfatto del risultato – è sicuramente una pellicola dedicata principalmente a famiglie e bambini, anche se un paio di scene potrebbero sembrare meno accessibili per questi ultimi -, non si può sorvolare sull’assurdità di alcuni passaggi (come il felino in CGI di cui proverà ad occuparsi Bella durante il suo viaggio, o la serie di incidenti a catena causati dalla stessa in autostrada), che farebbero storcere un po’ il naso anche al più disincantato dei bimbi.

Anche l’aver dato una voce umana a Bella – seppur funzionale ai fini narrativi – contribuisce forse a diminuire il grado di empatia nei suoi confronti, piuttosto che aumentarlo.

Ma pro e contro a parte, ciò che rimane davvero di Un Viaggio A Quattro Zampe è l’affetto incondizionato che gli animali possono provare nei confronti degli uomini, e la grande capacità di amare che quest’ultimi possono imparare ad avere (o ricordare di avere) nei confronti non solo dei loro amici a quattro zampe, ma anche l’un l’altro.

In fondo, a volte basta davvero anche solo… un pezzettino di formaggio!

Un Viaggio A Quattro Zampe sarà al cinema dal 14 Marzo.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Warner Bros.
 Info

Titolo Originale: A Dog's Way Home

Durata: 96'

Regia:  Charles Martin Smith

Data di Uscita: 14 Marzo 2019

Con: 

Ashley Judd, Jonah Hauer-King, 

Edward James Olmos, Alexandra Shipp,

Wes Studi, Bryce Dallas Howard

Distribuzione: Warner Bros. Entertainment

The Guilty – Il Colpevole — La Recensione

Le sfumature del senso di colpa

Un centralinista del pronto intervento di Copenaghen riceve la telefonata di una donna in pericolo. Ben presto si rende conto che la faccenda è molto più inquietante e delicata di come appare. Basteranno il suo sangue freddo e la sua tenacia a risolvere la situazione?

Still1-credit-Nikolaj-Moeller

Il regista danese Gustav Möller mette in piedi un gruppo tecnico costituito in sostanza dai suoi colleghi alla National Film School Of Denmark, e sforna una delle produzioni più interessanti dell’ultimo periodo nell’ambito del genere thriller.

Tutto prende il via quando il regista decide di ispirarsi ad una reale telefonata al 911.

 La storia che si delinea è presto detta: Asger (Jacob Cedergren) è un agente di polizia di Copenaghen, relegato però al centralino per le emergenze. Giunto al termine di un turno che sembra quasi annoiarlo – tra ubriachi molesti e uomini che si vergognano di ammettere che a rapinarli è stata una prostituta – all’improvviso riceve una telefonata che lo mette all’erta.

2003997_DenSkyldige_still_still2-credit-nikolaj-moeller_org_print

Iben, la donna all’altro capo del telefono, finge di parlare con la figlia, ma è chiaro fin da subito che cerca aiuto dopo essere stata sequestrata. L’agente – sempre fermo alla sua postazione – si adopera in tutti i modi per rintracciare il veicolo da cui donna sta chiamando, così da poterla aiutare.

Perché così tanta premura, al punto da non voler abbandonare il turno ormai terminato da un pezzo? È qui che affiora un pezzo importante del mosaico: Asger è sempre stato un poliziotto impulsivo, e ha fatto cose per cui ha dovuto pagare al cospetto della legge, e non solo… I sensi di colpa più laceranti lo tormentano incessantemente.

Abbiamo, insomma, un protagonista che col suo telefono diventa l’unico nostro contatto con gli eventi che si delineano durante il film, e una sola, ristretta ambientazione (il centralino) che riesce comunque a trasportarci per le strade trafficate e mostrarci quello che non ci è permesso vedere. Non è per niente facile sottostare a questi limiti imposti, e  non è per niente facile farlo riuscendo a sfoggiare, ad ogni modo, una massima credibilità. Eppure, qui, ci si riesce.

Still3-credit-Nikolaj-Moeller

Si punta tutto sull’espressività magnetica dell’unico attore in primo piano e sulle immagini che si imprimono potentemente attraverso il solo supporto vocale. Paradossalmente, però, sono i silenzi a riversarsi sulla pelle come acqua gelata, togliendo il respiro, e generando tensione perfetta. Inoltre, suo modo, anche l’angusto scenario “vive”: dall’iniziale illuminazione fredda e asettica ci ritroviamo gradualmente catapultati nell’oscurità, culminando con una fioca e angosciante luce rossa utilizzata ad arte. 

In linea con il film, anche la conferenza, con l’attore danese ma di origini svedesi Jakob Cedergren, è stata molto interessante. Con quella compostezza tipica della Scandinavia, Jakob ha raccontato di non aver avuto difficoltà nel lavorare “in maniera così ristretta”, potendo relazionarsi quasi esclusivamente attraverso un telefono: «questo ha a che fare con il regista» ha affermato, «Gustav ha creato veramente un’atmosfera giusta, per cui si è svolto tutto in maniera molto naturale. Come se fossi stato veramente in quella situazione. Io parlavo al telefono ma… Era tutto dal vivo!».

2003997_DenSkyldige_still_still7-credit-jasper-j-spanning_org_print

Dopo avergli accennato il fatto che Jake Gyllenhaal avrebbe comprato il soggetto in vista del remake americano commenta: «Lo prendo come un omaggio. Mi auguro che riescano a renderlo una cosa loro, perché diversamente non potrebbe funzionare». Ha poi candidamente ammesso che, nonostante le numerose esemplari prove cinematografiche sulla scia dei “personaggi sempre al centro della scena e sempre in un solo posto”, lui si ispira alla vita vera, a ciò che lo circonda… Ed effettivamente, gli studi affrontati sul campo danno i loro frutti, e sembrano aiutare non poco la costruzione scenica della pellicola.

Senza andare oltre, per non rischiare di rovinare il delicato e raffinato lavoro di suspense, The Guilty – Il Colpevole è un vero e proprio gioiellino che può nascere soltanto quando la narrativa di genere si fa cinema d’autore.

The Guilty – Il Colpevole è al cinema dal 7 Marzo.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Den Skyldige

Durata: 85’

Data di Uscita: 7 Marzo 2019

Regia: Gustav Möller

Con: 
Jacob Cedergren, Jessica Dinnage (voce),
 Omar Shargawi (voce), Johan Olsen (voce)

Distribuzione: BiM, Movies Inspired