Cocaine – La Vera Storia Di White Boy Rick — La Recensione

Istruzioni per (non) uscire dal baratro

Rick, un ragazzino nella Detroit degli anni ’80, sta entrando a far parte di qualcosa parecchio più grande di lui; le premesse non sono certo buone, con una madre che ha abbandonato la famiglia, un padre che vende armi modificate abusivamente ed una sorella tossicodipendente. Dopo essere diventato informatore dell’FBI, sarà lui a pagare il prezzo più alto, ma soprattutto a rimanere, suo malgrado, nella storia.

Il contesto suburbano di Detroit nel 1984 può sembrare lontano anni luce da quello che la Bigelow ci aveva voluto mostrare, qualche tempo fa, nel film che prendeva il nome della cittadina. Sembrano lontani anni luce quei tremendi anni Sessanta. Ma come si suol dire, alcune cose non cambiano mai. Rick Wershe (Richie Merritt) ha solo quattordici anni nell’84, e un padre (Matthew McConaughey) che lo porta alle fiere per poter rivendere armi da sparo abilmente modificate, così da poter guadagnare qualche soldo.

Tra degrado e attività poco lecite, il padre ha sempre cercato di mantenere in piedi un paletto: per quanto scarseggino i soldi, in casa sua nessuno mai si deve permettere di vendere droga; tanto più visto che la disastrata sorella maggiore di Rick (Bel Pouley) ha enormi problemi di dipendenza. Tutto ciò che vuole Richard Sr. è racimolare il tanto che basta per poter aprire una videoteca, e finalmente sistemare le cose. I federali, intanto, conoscono molto bene i giri del padre, e pensano bene di fare una proposta a Rick…

Quello che gli viene chiesto è assurdo e inaudito: il ragazzo dovrebbe infiltrarsi per loro niente meno che nelle partite di droga più grosse, come spacciatore, il tutto senza nessuna reale garanzia o protezione. Ma l’ultima cosa che vorrebbe fare è rifiutare l’opportunità di mettersi in tasca una spropositata quantità di soldi.  Rick ci sa effettivamente fare, e finirà sotto l’ala del boss di una delle bande più potenti che si contendono la zona.

Ci sono due dettagli che hanno dell’incredibile in tutta questa faccenda: la storia davanti ai nostri occhi è sostanzialmente accaduta per davvero, e un giovanotto apparentemente imberbe e bianco come il latte è stato realmente accolto tra i malavitosi afroamericani più pericolosi, prendendosi la nomea di “White Boy Rick”. Eppure è così, ma non solo: come ogni adolescente, Rick è volitivo, e dopo aver rotto l’accordo con gli agenti, decide di mettersi “in proprio”. Sarà lo scivolone finale all’interno di un meccanismo che già stava prendendo una brutta china. 

Ci appare abbastanza chiaro che ad essere in discussione è il comportamento poco corretto degli agenti federali – volendo, delle forze dell’ordine in generale, e il sottovalutato Detroit ce lo aveva già mostrato. I componenti della famiglia Wershe, di contrasto, subiscono a tutti gli effetti un processo di umanizzazione: quella del padre è una figura che ci viene presentata come cinica, inetta e truffaldina, per poi scoprirsi protettiva verso i suoi figli, inerme ma alla ricerca di positività; Rick purtroppo figlio dell’ambiente tossico in cui è venuto al mondo – cresciuto troppo in fretta, eppure si butta in modo infantile nei pericoli – sa avere attimi strazianti di dolcezza, specie con la sorella, e i due riescono a volersi bene sopra ogni cosa.

I legami familiari e la loro importanza sono sempre in primo piano, ed è interessante la tematica (appena sfiorata) dell’eredità umana, in che modo e in quali quantità questa verrà tramandata ai figli. Cocaina – La Vera Storia Di White Boy Rick è un film che si preoccupa tanto dei suoi personaggi ma molto meno di dare loro quell’universalità che permetta di liberarli dalla contingenza in cui sono stati relegati. Un vero peccato, perché gli elementi di un bel film ci sono, indubbiamente.

Un finale amaro, delle interpretazioni esemplari, una solida struttura narrativa e delle buone scelte registiche possono costituire una pellicola che lascia il tempo che trova? Incresciosamente, per alcuni, può anche essere questo il caso.

Cocaine: La Vera Storia Di White Boy Rick è al cinema dal 7 Marzo.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: White Boy Rick

Data di uscita: 7 Marzo 2019

Regia: Yann Demange

Durata: 111’

Con: 

Matthew McConaughey, Richie Merritt, 

Bel Powley, Jennifer Jason Leigh, 

Rory Cochrane

Distribuzione: Warner Bros



Captain Marvel – La Recensione

Old School Marvel

Vers è una guerriera Kree che non riesce a controllare perfettamente i suoi poteri, e non ricorda nulla del suo passato, se si escludono quegli strani flash che sembra avere di tanto in tanto. Durante una battaglia con gli acerrimi nemici dei Kree, gli Skrull, finisce accidentalmente sul pianeta C-53, ovvero la Terra. Qui la ragazza vedrà crollare le proprie certezze, per poi ricostruire un passato che non sapeva di avere, e imboccare una strada che, forse, era sempre stata destinata a percorrere.

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Chi è nato agli inizi degli anni 90′ – o poco prima -,  specialmente se di sesso femminile, ma non esclusivamente – come chi sta scrivendo questa recensione -, avrà probabilmente passato buona parte della propria infanzia e adolescenza davanti alla tv, guardando con occhi sognanti e stupefatti le prodezze di badass ladies come Xena o Buffy, delle quali ci si immaginava emulare le gesta.

Queste si andavano ad unire ad una già nutrita schiera di personaggi femminili degni di nota – anche se comunque in minoranza numerica rispetto a quelli maschili -, che con il passare del tempo non ha fatto che aumentare, seppur lentamente. Soprattutto recentemente, con un aumentare dell’attenzione dedicata all’inclusività e alla parità dei sessi, abbiamo visto crescere la quota rosa nei ranghi del fantasy, dello Young Adult e dei cinecomics.

Proprio tra questi ultimi, sia in casa DC con l’esemplare Wonder Woman, che in casa Marvel con i vari membri del MCU – Vedova Nera, Gamora, Scarlet Witch, Peggy Carter etc. – abbiamo assistito ad una crescita esponenziale del female power, il cui culmine – almeno per ora – è arrivato con Captain Marvel.

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La pellicola diretta da Anna Boden – anche qui una novità, è il primo film del MCU con una donna al timone – e Ryan Fleck è tutta dedicata all’eroina dai poteri straordinari, ma dall’ancora più straordinaria umanità, Carol Danvers, interpretata da una perfetta Brie Larson.

Ambientato nei gloriosi anni ’90 – un decennio poco esplorato nell’ondata di nostalgia che ha ormai pervaso la produzione dell’ultimo periodo, che sempre più spesso punta principalmente sugli anni ’80 – tra un Blockbuster e un computer che impiega intere ere zoologiche per caricare un audio, Captain Marvel scommette sul genere del buddy movie – innegabile la chimica tra il giovane Nick Fury di Samuel L. Jackson e la inarrestabile, seppur a suo modo vulnerabile, Carol “Vers” Danvers della già citata Larson – intrecciandolo alle modalità di un più classico origin movie, per regalarci un’altra hit da inserire in watchlist.

Da un punto di vista tonale, CM è alquanto old school nel suo rifarsi volontariamente alle prime entrate del MCU, tanto che viene spontaneo il confronto con i primi Iron Man e Thor – e si potrebbe dire anche con il primo Captain America, seppure in misura minore -, discostandosi però in maniera forse troppo netta dai film della Fase 3, specialmente da quelli diretti dai Russo. Se questa scelta creativa può esser vista dunque come un’arma a doppio taglio, è necessario riflettere sul fatto che, come apprendiamo durante la visione, CM non è una semplice origin story, ma è LA origin story per eccellenza.

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È la stessa esistenza di Carol, infatti, a permettere la nascita del Progetto Avengers, in quanto – come in realtà già ampiamente risaputo – Nick Fury verrà a conoscenza di ulteriori abitanti della galassia solo dopo averla incontrata. Visto in quest’ottica, possiamo quindi giustificare quel che potrebbe sembrare un eventuale “passo indietro” a livello di coerenza stilistica con il resto dell’universo condiviso.

La costruzione narrativa funziona bene in molti punti, un po’ meno in altri – avremmo preferito un approccio più graduale al raggiungimento della piena potenza di Carol, così come al manifestarsi della sua forma binary -, e molto si deve al mistero che circonda la vera identità di Carol, svelata poco a poco, grazie anche ai vari flashback adoperati in supporto.

E quello che può mancare a Captain Marvel in fatto di effetti visivi – non è il massimo in termini di VFX, che possono risultare a tratti un po’ blandi, a tratti eccessivamente confusionari – lo recupera offrendoci dei personaggi decisamente memorabili. Dall’esilarante Fury al sorprendente Talos (Ben Mendelsohn), da una grintosa Maria Rambeau (Lashana Lynch) alla vera star della pellicola, Goose (il “gatto”), fino ad arrivare alla stessa Carol, il film va a rinfoltire la rosa del MCU con delle più che apprezzabili aggiunte.

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Ma l’aspetto più importante di Captain Marvel non può che essere quello legato alla propria valenza culturale in un contesto sociale come quello odierno. Se, come abbiamo già rimarcato, di vere e proprie eroine ne conoscevamo e apprezzavamo già diverse, Carol Denvers può aggiungersi al club e diventarne di diritto il Presidente – anzi, la Presidentessa -, perché come aveva fatto anche la Diana Prince di Gal Gadot un paio di anni fa (seppure in maniera e in condizioni alquanto differenti), ci ricorda che l’unica vera supremazia a cui dovremmo puntare è quella dell’umanità.

Ciò che ci permette di andare “più in alto, più lontano, più veloce” non sono dei poteri sovrumani, ma la cara, vecchia e fin troppo sottovalutata forza emotiva dell’essere umano.

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Captain Marvel è al cinema dal 6 Marzo.

P.S. Non perdetevi le scene post credits!

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Walt Disney Italia
Info



Titolo Originale: Captain Marvel



Durata: 124'



Data di Uscita: 6 Marzo 2019



Regia: Anna Boden, Ryan Fleck



Con:


Brie Larson, Samuel L. Jackson,


Jude Law, Gemma Chan,

Lee Pace,
 Annette Bening,

McKenna Grace,
 Lashana Lynch, 

Ben Mendelsohn,
 Clark Gregg



Distribuzione: Walt Disney Italia

C’era Una Volta Il Principe Azzurro – La Recensione

Tutte per uno

Tutti sappiamo che nelle fiabe la principessa trova finalmente il suo principe azzurro, vivendo insieme per sempre, felici e contenti… Ma in quanti sanno che il principe azzurro è solo e soltanto uno? Già, il nostro Principe Filippo Azzurro dovrà scegliere tra le sue conquiste, e trovare il vero amore per poter rompere una maledizione…

Dai produttori di Shrek non poteva che uscire fuori una storia che prendesse bonariamente in giro i personaggi delle fiabe più amate. Questa volta il protagonista è il solo ed unico Principe Azzurro. Solo ed unico, esattamente, tanto che lo ritroviamo fidanzato con Biancaneve, con Cenerentola e anche con la Bella Addormentata!

Pare che il Principe Filippo Azzurro sia sotto un incantesimo, che si rivela per lui una vera e propria condanna: nessuna donna potrà mai resistere al suo fascino, e ognuna cadrà ai suoi piedi con un solo sguardo. L’incantesimo si potrà rompere solo una volta trovato il vero amore, ma ovviamente è molto più semplice a dirsi che a farsi.

C’è una ragazza, intanto, che con l’amore non vuole avere niente a che fare, anzi, è decisamente più interessata ai soldi: lei è Lenore, una ladra tanto furba quanto bella, e destino vuole che sia anche l’unica a non subire il maledetto fascino del principe. Interessante coincidenza, senza dubbio.

Tralasciando il patologico egocentrismo del nostro Filippo Azzurro, a complicare le cose sarà una missione costituita da tre prove sistematicamente insuperabili, che secondo il regale padre dovrebbe “schiarirgli le idee” come fece con lui; se non riuscirà nella missione e non troverà il vero amore entro il suo ventunesimo compleanno, nel suo regno rischierà di sparire per sempre l’amore.

In un modo o nell’altro, sarà Lenore (strategicamente travestita da maschio) ad accompagnare il principe nella sua impresa; superando strampalati ostacoli, e indagando un ancora più strampalato Mezzo Oracolo, entrambi capiranno che niente è impossibile se si affrontano le difficoltà insieme, e ci si fida l’uno dell’altro. 

Per quanto ad oggi la parodia delle principesse rese note dalla Disney sia una scelta ormai abusata, fa sorridere vedere una Bella Addormentata affetta da narcolessia, una Biancaneve che ormai diffida di tutto e tutti, o una Cenerentola perennemente ossessionata dal tempo. Si gioca con gli stereotipi della fiaba e della commedia romantica, una volta tanto delegando all’uomo il fardello di dover trovare la propria metà prima che sia troppo tardi, ovvero prima di perdere la giovinezza.

Forse ci sarebbero da fare ulteriori considerazioni riguardo agli schemi culturali legati al genere, che hanno radici nei tempi più antichi; ma ci limitiamiteremo a dire che C’Era Una Volta Il Principe Azzurro è un ottimo film d’animazione da far vedere anche ai più piccini: abbastanza divertente, accattivante, con dei buoni presupposti e sufficientemente insolito. Se non avete mai creduto nel principe azzurro, guardando questa pellicola forse realizzerete che è molto più umano di quanto non crediate!

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C’Era Una Volta Il Principe Azzurro è al cinema dal 28 Febbraio.

Cristiana Carta

INFO

Titolo: Charming

Regia: Ross Venokur

Durata: 85’

Con: 
Demi Lovato, Wilmer Valderrama, 
Nia Vardalos, Ashley Tisdale, 
Avril Lavigne, G.E.M, 
Sia,Jim Cummings 
(VOCI ITALIANE) Chiara Grispo, 
Emanuele Ruzza, Laura Romano, 
Joy Saltarelli, Giulia Tarquini, 
Valentina Favazza, Fabrizio Pucci, 
Francesca Fiorentini

Data Di Uscita: 28 Febbraio 2019

Distribuzione: M2 Pictures

  

La Casa Di Jack – La Recensione

Sfida Tra Arte e Crudeltà

Stati Uniti, anni ’70. Una donna dai modi alquanto invadenti ferma uno sconosciuto sul ciglio della strada per farsi aiutare con una gomma bucata. Per gli spettatori di oggi, potrebbe essere il citofonato inizio di un qualsiasi film horror. Per quella donna, sarà l’inizio della fine. Per Jack, sarà l’incidente scatenante della sua trasformazione in serial killer.

The House That Jack Built 33 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

«Ho chiesto a Lars “Perché hai voluto fare questo film?” e lui mi ha risposto “Perché questo è il personaggio che più mi somiglia”… Solo che, sapete, Lars non uccide le persone».

Matt Dillon, interprete del personaggio titolare dell’ultimo film di Lars von Trier ci presenta così La Casa Di Jack, la chiacchierata pellicola presentata al Festival Di Cannes lo scorso anno.

The House That Jack Built – titolo inglese del film – è una cruda e viscerale rappresentazione non solo della psiche umana nel suo peggior stato, ma anche della incessante ricerca di un artista incompreso e insoddisfatto, che tenta di raggiungere un inarrivabile capolavoro nell’unico modo per lui concepibile: deostruendo l’umanità stessa.

The House That Jack Built 26 photo by Zentropa-Christian Geisnaes

«Jack è uno psicopatico. Non ha nessuna empatia, e questo lo porta ad essere ancora più pericoloso ed inquietante. […] Per quanto il film si concentri sulle uccisioni, credo che riguardi principalmente un artista fallito. E questo fallimento deriva proprio dalla sua mancanza di empatia» sostiene Dillon.

Jack racconta – un po’ a sé stesso, un po’ a un misterioso Virgilio (Bruno Ganz) – le tappe principali del suo “percorso artistico”, evidenziando cinque episodi che, secondo lui, sono stati fondamentali nel suo sviluppo.

A volte frutto del momento, a volte attentamente pianificati, i sanguinosi delitti di Jack servono uno scopo ben preciso: perpetrare l’arte, nutrire il suo ego. Dimostrare a quell’ingegnere che voleva essere architetto che può diventarlo, se vuole. Quella casa che progettava da anni, che aveva sempre voluto costruire, può davvero essere realizzata.

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Uno dopo l’altro, assistiamo dunque agli efferati omicidi di cui Jack si rende colpevole, ognuno prova delle diaboliche macchinazioni di cui può essere capace l’essere umano nei suoi momenti più bui, e ognuno sintomo di ciò che accade ogni giorno, da qualche parte nel mondo.

«Jack è anche un misantropo, secondo me. Vede il mondo con un estremo cinismo. Non credo che sia necessariamente il punto di vista di Lars, ma lo instilla comunque in Jack, come parte del dibattito con Virgilio. Nel film si viene a creare una sequenza davvero interessante, anche per via della natura particolarmente grafica e macabra della violenza rappresentata; questo dimostra chiaramente come Jack voglia essere notato, come voglia essere catturato. […] Ad un certo punto lui confessa i suoi crimini, ma non viene creduto, nonostante stia dicendo la verità. Così lui va avanti, e continua a fare ciò che fa sempre».

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E riguardo alla violenza nel film – che, a dirla tutta, non differisce più di tanto da quello che abbiamo visto in molte altre occasioni sui vari schermi – sia il pubblico meno incline alla visione di scene particolarmente forti, sia quello più prono all’integrità dell’opera, sarà probabilmente lieto di sapere che verranno distribuite due versioni della pellicola qui in Italia: una tagliata (e doppiata), ed una versione estesa (in lingua originale), entrambe però vietate ai minori di 18 anni.

Una volta costruita, La Casa Di Jack si presenta – figurativamente parlando – come una lunga e feroce disquisizione tra arte e crudeltà, sogni impossibili e realtà fin troppo concrete, ambientata nella mente contorta di un serial killer che ha ormai abbandonato ogni parvenza di decenza per dar spazio ad un impossibile perfezionismo.

Distribuito da Videa, La Casa Di Jack è al cinema dal 28 Febbraio.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: The House That Jack Built

Durata: 152'

Data Di Uscita: 28 Febbraio 2019

Regia: Lars von Trier

Con: 

Matt Dillon, Bruno Ganz,

Uma Thurman, Shioban Fallon Hogan, 

Riley Keough, Sofie Gråbøl

Distribuzione: Videa

The Lego Movie 2: Una Nuova Avventura – La Recensione

 

È Ancora Tutto Meraviglioso

L’universo dei Lego è stato invaso dagli abitanti del Sistema Sorellare, alieni che sembrano avere intenzione di trasformare e distruggere a loro piacimento tutto quello che trovano sul loro cammino. Per tentare di salvare Lucy e gli altri, portati via dal nemico, Emmet decide di avventurarsi da solo nello spazio, dove farà un incontro davvero inaspettato…

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Dopo il successo di The Lego Movie nel 2014 – ed altri spin-off dedicati a Lego Batman e ai Lego Ninjago – tornano al cinema i mattoncini di plastica preferiti da tutti nel sequel The Lego Movie 2: Una Nuova Avventura.

La pellicola animata diretta da Mike Mitchell e scritta da Mathhew Fogel, assieme a Phil Lord e Chris Miller –  coinvolti anche nella realizzazione di Spider-Man – Un Nuovo Universo, che potrebbe portare a casa la statuetta per il Miglior Film Animato questa domenica agli Oscar -, non delude, e rafforza una saga che, al suo secondo appello, può rispondere presente e fare bella figura all’esame.

The Lego Movie 2 riprende la caratteristica autoreferenzialità del franchise e la accoppia ai numerosi rimandi ed easter egg provenienti da ogni angolo della nerd e pop culture, a una sagace ironia, e a una buona trama di base per intrattenere un pubblico che non è ancora pronto a smettere di canticchiare quanto “tutto sia meraviglioso”.

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Proprio la canzone candidata agli Oscar fa da ponte tra i due capitoli, fungendo allo stesso tempo da trampolino e come termine di paragone con la situazione attuale: dopo cinque anni, tutto quel che rimane del mondo che conoscevamo è una landa desolata in balia della volontà di invasori dalle intenzioni apparentemente malvagie, riconducibili all’intrusione della sorellina di Finn (Jason Sand), Bianca (Brooklyn Prince), e dei suoi invadenti Lego Duplo.

Toccherà ancora una volta ad Emmet (Chris Pratt) salvare la situazione, nonostante tutti intorno a lui pretendano che cambi atteggiamento, e si lasci alle spalle la sua natura bonaria e fin troppo ingenua – qui vista come un evidente ostacolo alla sopravvivenza -.

Sarà l’incontro con un viaggiatore spaziale dalla nave ricolma di dinosauri, Rex Rischianto – evidentemente basato sulla moltitudine di personaggi interpretati sullo schermo da Pratt, che dona anche a lui la voce – a mostrargli un nuovo lato di sé, e a farlo riflettere su quale dei due atteggiamenti debba effettivamente mantenere e coltivare.

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Ancora una volta ci troviamo di fronte a un buon intreccio di realtà e finzione, traslando i problemi quotidiani dei due fratelli nella natura finzionale dei mattoncini gialli (e non)… Con tanto di temutissimo Armammageddon!

L’animazione continua a soddisfare l’esigente spettatore – ormai abituato alle prodezze tecnologiche dell’era attuale – e il racconto procede spedito, con dialoghi e battute che strappano spesso una sonora risata di chi coglie la citazione ben piazzata, o un consapevole sorriso a chi realizza che, sotto l’innocente humor di questi buffi personaggi, può celarsi una a volte piccola, a volte un po’ più grande verità.

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Troverete The Lego Movie 2: Una Nuova Avventura dal 21 Febbraio nelle sale… E siamo sicuri che vi “resterà in testa”!

Laura Silvestri

 

Info

Titolo Originale: The Lego Movie 2: The Second Part 

Data di Uscita: 21 Febbraio 2019

Durata: 107'

Regia: Mike Mitchell

Con:

 Chris Pratt, Alison Brie, 

Elizabeth Banks, Will Arnett, 

Tiffany Haddish, Nick Offerman, 

Maya Rudolph, Will Ferrell, 

Jadon Sand, Brooklynn Prince, 

Channing Tatum, Jonah Hill, 

Stephanie Beatriz

Distribuito da: Warner Bros. Italia
Materiali Stampa: Warner Bros.

The Front Runner: Il Vizio Del Potere — La Recensione

“Il Più Grande Presidente Mai Eletto”

Gary Hart ha idee, carisma, un sincero interesse per le sorti del paese – il suo programma elettorale è costruito intorno alle “Quattro E”: Economia, Istruzione (Education in inglese), Ambiente (Environment in inglese) ed Etica – e una famiglia accanto. Ma non è tutto oro quello che luccica, e uno scandalo carico di implicazioni minerà non solo la sua reputazione, ma anche la scalata alla Casa Bianca.

Tratto dalla storia vera del senatore del Colorado Gary Hart – tra i favoriti del partito democratico per la candidatura a Presidente degli Stati Uniti nel 1988 – il film diretto da Jason Reitman e con protagonista Hugh Grant si ispira alle vicende narrate nel libro All the Truth Is Out: The Week Politics Went Tabloid di Matt Bai per la sua trasposizione cinematografica.

Corollato da dialoghi arguti e ominose riflessioni sul potere dei media, The Front Runner: Il Vizio Del Potere è un political drama che esplora con mordente sia il lato professionale di Hart durante la campagna elettorale – il candidato può avvalersi di un fedele team sempre indaffarato e pronto ad affrontare la sfida impossibile del momento, abilmente capeggiato dal Bill Dixon di J. K. Simmons – sia la sua vita privata, l’aspetto più complicato da gestire per uomo così reticente nel lasciare che questa venga posta sotto i riflettori e condivisa con il pubblico.

Ma se lo spettatore può comprendere questa sua riservatezza, e attivamente prendere le sue parti al riguardo nei confronti di una stampa sempre più invadente, ciò che risulta difficile perdonare al suo personaggio sono i ripetuti tradimenti coniugali (in realtà confermati dal politico solo indirettamente), che troveranno uno sfogo con l’episodio della Monkey Business e nella persona di Donna Rice (Sara Paxton).

È in questa occasione che vediamo scomporsi un uomo che fa della spiccata capacità di relazionarsi con il pubblico una delle sue caratteristiche vincenti. La stampa (il Miami Herald), venuta a conoscenza del possibile adulterio di Hart, decide di pedinarlo per verificare di persona la soffiata ed ottenere lo scoop. La pellicola apre qui un dibattito etico e morale in cui lo spettatore del 2019 non può far altro che trovare sorprendenti parallelismi. È giusto che la vita privata di un politico finisca in prima pagina? Il pubblico ha diritto di sapere? O le questioni avulse dal contesto professionale devono rimanere tali? Fin dove è giusto e consentito spingersi per il diritto all’informazione?

Certo, nel 1988 non c’erano i social media, il cosiddetto “giornalismo partecipativo” era ancora lontano per via dei mezzi assai più arretrati, e la stampa tradizionale (quotidiani, magazine e tabloid, con le loro telecamere) dettava legge sulle notizie da passare al vaglio. Eppure, qui sono chiamati in causa gli elettori: hanno il diritto di sapere.

Il dramma quindi si espande al pubblico elettore, ma nel frattempo è la cerchia più ristretta di Hart a subirne le conseguenze: la moglie (Vera Farmiga) e la figlia (Kaitlyn Dever) di Hart vengono bloccate in casa dai giornalisti e dai paparazzi, Donna è chiusa in albergo con parte dello staff del politico, mentre il resto deve fare i conti con lo stesso Gary, scosso dall’accaduto, ma incapace di ammettere le sue colpe e riconoscere la gravità della situazione.

Presto arriverà l’ora della verità, la resa dei conti per tutti gli interessati. E sarà lì che Hart dovrà decidere il migliore corso d’azione da seguire, per il paese, per i suoi amici e per la sua famiglia. Sarà lì che Gary Hart si ritirerà ufficialmente dalla campagna elettorale, concludendo il suo discorso con un ammonimento capace di risuonare ancora oggi nelle nostre orecchie.

Questa è la storia di Gary Hart, il più grande Presidente mai eletto. Ma forse, non solo la sua.

The Front Runner – Il Vizio Del Potere sarà dal 21 Febbraio al cinema.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Sony Pictures

 

Info

Titolo Originale: The Front Runner

Durata: 113'

Data di Uscita: 21 Febbraio 2019

Regia: Jason Reitman

Con:

Hugh Jackman, J.K. Simmons,

Vera Farmiga, Sara Paxton

Distribuzione: Warner Bros. Entertainment Italia

Un Valzer Tra Gli Scaffali – La Recensione

La Disperazione è Dietro lo Scaffale

Christian, ragazzo taciturno e con un passato misterioso viene assunto come scaffalista del turno di notte in un grande supermercato, ai lati dell’autostrada per Lipsia, nella Germania Est. Qui troverà negli altri dipendenti una nuova famiglia, un mentore in Bruno e un’anima affine in Marion, l’addetta al reparto dolciumi.

In den Gängen/Sommerhaus Filmproduktion

Un Valzer Tra Gli Scaffali arriva nelle sale dopo aver vinto il premio della giuria ecumenica al 68° festival di Berlino.

Lontano dai film di denuncia di Ken Loach, la pellicola fa leva sull’introspezione dei personaggi immersi nella loro quotidianità, e nel rappresentare la delicata disperazione dei protagonisti si mostra, per intenderci, molto più vicino al cinema di Jim Jarmusch che a quello di Wes Anderson.

Tratto da un racconto breve di Clemens Meyer – lo stesso autore  ha poi co-sceneggiato il film insieme al regista Thomas Stuber – Un Valzer Tra Gli Scaffali non è privo di pecche a livello tecnico: a volte viene infatti da pensare che il ritmo della storia si adatti molto meglio ad un libro che ad film, perché tutte le pause sigaretta rubate tra un turno e l’altro, le partite a scacchi davanti alla macchinetta del caffè, contribuiscono sicuramente a creare l’atmosfera del film – così come lo sviluppo dei rapporti tra i personaggi – ma la durata ne risente un pò, risultando un tantino eccessiva a fronte di una trama forse troppo esile.

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Il protagonista, Christian, interpretato da Franz Rogowski – premiato per questo ruolo con il Premio Lola del Cinema Tedesco e già visto in un’altra pellicola tedesca molto acclamata nel giro festivaliero, Victoria di Sebastian Schipper – convince nel trasmetterci la sua profonda disperazione e il crescente sentimento per Marion; vediamo nei suoi occhi l’implosione di sentimenti tesissimi, anche se non riusciamo a capire le sue motivazioni o ad afferrare davvero il suo passato; notiamo i molti tatuaggi che stonano con la sua persona, che vediamo attendere titubante alla macchinetta del caffè… L’unica cosa che avrebbe forse potuto giovare alla storia e che avrebbe contribuito a creare un personaggio maggiormente stratificato, sarebbe stato un approfondimento della sua backstory, ancora troppo oscura per lo spettatore.

Effettivamente, il film riesce a restituire con efficacia il tormento interiore dei protagonisti, la quieta disperazione che si agita tra gli scaffali, quelle persone che appena tornano a casa non vedono l’ora di tornare al lavoro il giorno dopo, non per indefesso spirito aziendale ma per il calore umano che si è inaspettatamente creato tra i dipendenti negli scaffali del supermercato. Tuttavia, anche se il realismo della messa in scena potrebbe per certi versi essere considerato poetico, complessivamente rimane un realismo che, nonostante gli sforzi, non diventa mai magico, anche per i motivi sopra citati.

Un aspetto molto curato e quasi irreprensibile, invece, è quello sonoro: la musica, che si amalgama perfettamente con le immagini, e i suoni, evocati dalle azioni apparentemente più banali: noi spettatori non solo sentiamo le note di Danubio blu tra gli scaffali, ma riusciamo addirittura a sentire il rumore del mare quando qualcuno aziona un carrello elevatore.

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Questo lungometraggio riesce comunque ad essere innovativo, soprattutto nel panorama del cinema tedesco contemporaneo dove, a volerla dire tutta, non è stato dato molto spazio all’amaro gusto di un cinema che riesce a farsi realmente  portavoce dei dolori di un’umanità silenziosa e nascosta.

In alcuni momenti, Un Valzer Tra Gli Scaffali sembra addirittura ricordare un piccolo film che Steven Soderbergh ha girato tra i vari Ocean’s, Bubble, molto simile a questo sia per tematica che ambientazione, poiché parla della quieta disperazione dei dipendenti di una fabbrica di bambole.

Un Valzer Tra Gli Scaffali, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, vi aspetta al cinema dal 14 Febbraio.

 

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Anna Antenucci

 

Info

Titolo Originale: In den Gängen

Durata: 125'

Data di Uscita: 14 Febbraio 2019

Regia: Thomas Stuber

Con: 

Franz Rogowski, Sandra Müller,
 Peter Kurth

Distribuzione: Satine Film