IT – Capitolo Due — La Recensione

Tour Dew Force Da Brivido

27 anni dopo gli eventi accaduti nel primo capitolo, il male, nella forma del Clown Pennywise, torna ad impossessarsi della cittadina di Derry, nel Maine, e costringe il Club dei Perdenti a ritrovarsi insieme per combattere le loro paure e annientarlo una volta per tutte.

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Nel 2017, l’adattamento cinematografico di Andy Muschietti della prima parte del mastodontico lavoro di Stephen King si era rivelato un fulmine a ciel sereno: il primo capitolo del film ha generato una risposta entusiasta sia da parte del pubblico che dalla critica, incassando 700 milioni di dollari a fronte di una spesa di 35.

Ora, IT – Capitolo Due alza la posta in gioco, con una durata maggiore, (169 minuti contro i 135 del primo film), più sangue e più CGI.

I membri del Club dei Perdenti sono cresciuti (con un lavoro del  casting che in alcuni casi sfiora la perfezione), sono diventati adulti, hanno cercato di andare avanti con le loro vite come potevano ma la chiamata da parte di Mike li costringe a tornare a Derry.

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Questo secondo capitolo parte davvero in quarta, mostrando già dalla scena iniziale dei jump scare più che degni di nota. Ma con il proseguire del film, forse complice la durata eccessiva, si perde questo ritmo, rallentando sempre di più, diventando molto ripetitivi nei meccanismi atti a suscitare paura e svuotando man mano della loro potenza tutte le scene spaventose. Dopo svariate volte in cui la scena sembra ripetersi aello stesso modo, l’occhio dello spettatore andrà subito a cercare l’angoletto più buio dell’inquadratura, in cui si nasconderà, prevedibilmente, Pennywise.

Anche qui in cabina di regia c’è Andy Muschietti, che utilizza ogni angolo di ripresa, ogni inclinazione della telecamera, per massimizzare lo spavento, riuscendoci e adattando delle soluzioni di montaggio – che anche i detrattori più cinefili non avranno nulla da contestare – per collegare i giovani attori del primo capitolo ai protagonisti del secondo.

Tutti gli attori adulti ci offrono delle performance incredibili, in prima linea Jessica Chastain, James McAvoy e Bill Hader, e ad ogni personaggio viene concesso il giusto tempo per essere approfondito, tanto che a volte sembra di rivedere il primo capitolo interpretato però da attori adulti.

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Nonostante la durata eccessiva e molte scene ripetitive, IT – Capitolo Due mantiene le promesse fatte alla fine del primo capitolo e offre 3 ore di spavento condite da performance di primo livello.

IT- Capitolo Due è dal 5 settembre al cinema.

Anna Antenucci

Info:

Titolo originale: IT – Chapter Two

Durata: 169 minuti

Data di Uscita: 5 settembre 2019

Regia: Andy Muschietti

Con: 

Bill Skarsgård, Jessica Chastain, 

James McAvoy, Jay Ryan

Bill Hader, James Ransone, 

Isaiah Mustafa

Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

Il Re Leone – La Recensione

Una foto ricordo lunga un film

Nella savana africana, l’era di un Re sta per terminare, e quella di un giovane leone che ha ancora tanto da imparare, sta per cominciare. Ma guardando alle stelle e tenendo sempre a mente il Cerchio della Vita, anche il cucciolo crescerà e imparerà a ruggire senza timore. 

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Negli ultimi anni in casa Disney, parte della produzione è stata all’insegna dei remake live-action dei grandi classici. Cenerentola, Il Libro della Giungla, Maleficent, La Bella e la Bestia, Dumbo e più recentemente Aladdin. Ma se ci sono stati pareri discordanti su questa operazione, non se ne può certamente negare il fascino.

Quello di Jon Favreau, però, non si può qualificare come un vero e proprio rifacimento live-action de Il Re Leone. Il termine tecnico da utilizzare in questo caso, infatti, è fotorealismo.

Perché guardando questa nuova iterazione del classico del ’94, all’epoca diretto da Allers e Minkoff, si possono notare le ingenti influenze documentaristiche, che unite alla tecnologia più avanzata, hanno dato vita a quella che si potrebbe definire una foto lunga un film.

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Tutto, nella savana ricreata digitalmente (eccetto una particolare inquadratura) da Favreau, scorre sullo schermo con una verosimiglianza impressionante, che però in alcuni casi può correre il rischio di creare un effetto di straniamento nello spettatore.

In ambito strettamente narrativo, la scelta di una riproduzione il più possibile fedele all’originale, pur realizzando una serie di modifiche – anche se sostanzialmente minime, soprattutto se le si pone a confronto con gli altri remake realizzati finora –  è stata voluta dal regista per “onorare l’originale” e permettere al pubblico di dire «Ho visto Il Re Leone», come lui stesso ha affermato nelle interviste per varie testate.

E se ad alcuni questa soluzione può non essere andata particolarmente a genio, Favreau ci tiene a rimarcare che «Ognuno ha la sua formula. Non sto dicendo che è questo il modo in cui va fatto, ma questo è il modo in cui io l’ho fatto».

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Ma parlando di differenze dall’originale, le più evidenti sono da riscontrare nelle scene che coinvolgono il duo comico Timon e Pumbaa (doppiati da Billy Eichner Seth Rogen nella versione inglese, mentre in italiano hanno le voci di Edoardo Leo e Stefano Fresi), la cui presenza si fa ancora più prominente che nel classico animato, e che anche il doppiaggio nostrano ha trovato il modo di rendere brillante. Non che una determinata scena dal sapore metafilmico – che i fan Disney di lunga data apprezzeranno particolarmente – avesse bisogno di tutto questo aiuto per essere eletta a una delle migliori trovate della pellicola… Anche il fedele Zazu (John Oliver/Emiliano Coltorti), poi, sembra avere un valore aggiunto in questa iterazione, con una maggiore dose di ironia dalla sua, che giova particolarmente al personaggio.

Un altro aspetto innovativo,  influenzato forse anche dei tempi che corrono, risiede in una maggiore agency per i personaggi femminili. Sia Sarabi che Nala (Beyoncé, come tutti saprete, è la voce originale del personaggio, mentre in Italia abbiamo la cantante Elisa in cabina di doppiaggio) sono decisamente più padrone delle proprie azioni e del proprio destino, con ripercussioni anche sullo svolgimento della vicenda.

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E visto che lo abbiamo ripetutamente nominato, e a ragione data l’importanza dell’operazione in questo caso, veniamo dunque all’adattamento italiano: diverse critiche sono state mosse nei confronti delle nuove voci di Simba e Nala, ovvero i cantautori Marco Mengoni ed Elisa, che si sono cimentati nell’impresa di doppiare i protagonisti, oltre che a reinterpretare le canzoni del film. E nonostante non si possa dire che se la siano cavata al pari dei professionisti, non sono stati nemmeno tutto questo disastro anticipato da alcuni, seppure visibilmente più a loro agio in determinate scene piuttosto che altre.

In merito a questa esperienza, i due artisti hanno commentato in sede di conferenza stampa: «Assieme a Fiamma Izzo [direttrice di doppiaggio, con cui sia Elisa che Marco  hanno collaborato già in un’altra occasione], che è stata il mio faro del buio in fase di doppiaggio, abbiamo lavorato su delle precise emozioni per cercare di trasmettere la fierezza delle leonesse, la combattività di Nala. […]» spiega Elisa, mentre Marco rivela «Ho dovuto lavorare un po’ il doppio [rispetto alla sua prima esperienza di doppiaggio], perché il personaggio muta durante il film. Da piccolo erede al trono si ritrova ad essere un po’ un giocherellone, spinto e portato anche dagli altri due, Timon e Pumbaa, ad essere un po’ più “fanciullotto”, un po’ più spensierato. Poi però deve prendere, ovviamente, le redini della situazione e tornare ad essere quello che avrebbe dovuto essere in origine: un Re. Quindi abbiamo lavorato tantissimo sulla fierezza per quanto riguarda l’ultima parte del film, e prima mi sono giocato le mie carte da giovane ragazzo che vive i tempi di oggi… Cioè da me. Ho interpretato me stesso, perché in alcuni momenti, e cito un altro cartone Disney, sono ancora un po’ Peter Pan, quindi non vorrei mai invecchiare o prendermi determinate responsabilità. Però sicuramente questo è stato un aspetto su cui si è lavorato molto, sul prendersi la responsabilità della propria vita».

Quelli che, almeno secondo la nostra opinione, hanno invece fatto rilevare una performance leggermente al di sotto dei loro soliti (alti) standard, sono stati proprio i doppiatori di professione, come Luca Ward (Mufasa) e Massimo Popolizio (Scar), risultando, in questa occasione, forse un tantino troppo impostati.

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Passando poi alla reinterpretazione degli storici brani della colonna sonora, Mengoni ha spiegato che, pur dovendo rimanere in una certa misura fedeli alle versioni originali [sia quelle del ’94, che quelle riadattate da Beyoncé, Glover & Co.], hanno comunque dovuto tenere conto della lingua d’arrivo e delle sfide, come delle opportunità, che essa presenta: «La difficoltà è che l’inglese è una lingua – lo metto tra virgolette – un po’ più “fredda” rispetto all’italiano, che è una lingua più romantica, e quindi melodicamente è molto diversa. Perciò trasportarlo in italiano, è stato un lavoro difficile, soprattutto per quanto riguarda la mia parte. In alcuni momenti era strano dover rispettare quel tono che ha l’inglese, e traslarlo in italiano, quindi ci siamo dovuti inventare degli escamotage teatrali per essere più fedeli possibile a loro, ma anche alla nostra bellissima lingua. A volte abbiamo dovuto cambiare anche alcune parole per rientrare nel sync. Non è stato difficilissimo, ma è stato un bel lavoro, intenso».

«Il lavorone sul personaggio, sulla lingua inglese e la lingua italiana… Ovviamente gli stessi problemi che ha incontrato Marco li ho incontrati anche io. Pur avendo grande interesse per il campo, io ho accettato di fare questo film, non essendo un’attrice o una doppiatrice, a condizione che affianco a me ci fosse una professionista come Fiamma Izzo […]. Bisogna affidarsi tantissimo al team, e in questi casi, ancora di più. […] E quindi si lavora con i suoni, si lavora con le tonalità. Beyoncé ha un tono molto basso nel parlato, dunque abbiamo voluto rispettare, sia per una policy Disney, che per una rigorosità nostra, il più possibile l’originale. Forse è anche per questo che in Italia sono così bravi nel doppiaggio. Perché sono estremamente rigorosi per questi aspetti: il tono della voce, le note addirittura… Si vanno ad analizzare le note delle esclamazioni.» racconta Elisa, e prosegue: «Nel cantato mi ha seguito Virginia Brancucci, e onestamente non ci siamo messe lì a cercare di fare Beyoncé. Per ovvi motivi. Uno perché sono già Elisa in Italia, e due perché non è possibile, giustamente. Sarebbe controproducente. Quindi anche lì è stato un lavoro di ricerca, di mantenere le assi portanti di quel personaggio, lo spirito, e di capire quali invece erano gli ingredienti da aggiungere, unici e originali, che potevo mettere io. A me magari piace inserire i falsetti, che rappresentano la dolcezza, lo faccio sempre… È un po’ una signature mia, così. Ma sono anche legata alla parte opposta, quella del gospel, che ho sempre molto amato. E paradossalmente, sono cose che ho anche un po’ in comune con Marco. […] E quindi ciò che mi affascina in tutto questo è la ricerca, l’arricchimento artistico con cui torno a casa dopo un’esperienza del genere».

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A ogni modo, le “nuove” canzoni sono sicuramente da ascoltare, sia in originale che in italiano, dato che in questo caso più che per ogni altro, le preferenze al riguardo andranno probabilmente a gusto personale.

E agli spettatori rimandiamo anche per un giudizio sulla pellicola, che a noi ha dato l’impressione di un edulcorato viaggio nel passato, a volte dal sapore alquanto dolce, altre decisamente meno, lasciandoci in dubbio sul posto che occupa nel nostro album dei ricordi.

Teaser Poster

Il Re Leone sarà al cinema dal 21 agosto.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Disney Italia
Info

Titolo Originale: The Lion King

Durata: 118'

Data di Uscita: 21 agosto 2019

Regia: Jon Favreau

Con: 

Donald Glover, Beyoncé,

Seth Rogen, Billy Eichner, 

Chiwetel Ejiofor, John Oliver,

James Earl Jones, John Kani

Distribuzione: Walt Disney Company

Crawl – Intrappolati – La Recensione

Una gara di nuoto con la morte

Sulla costa della Florida si sta per abbattere un uragano di proporzioni bibliche e l’allerta si fa sempre più incalzante. Haley, una ragazza dedita da sempre al nuoto, si preoccupa quando la sorella la chiama, non riuscendo più a contattare il padre. Dal divorzio con la madre, padre e figlia avevano perso i contatti, ma la ragazza sarà pronta a sfidare un cataclisma pur di raggiungerlo e assicurarsi che stia bene.

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In questa torrida estate, arriva a portare un brivido sulla schiena questo horror/disaster movie condito di rapporti padre/figlia ed enormi alligatori pronti a sbranare qualsiasi cosa si trovino davanti. Con quella (appena percettibile) venatura à la Jaws, Alexandre Aja porta sullo schermo una storia che vorrebbe essere al cardiopalma, con situazioni al limite, ma smorza con discorsi sui delicati rapporti familiari e la necessità di dare un equilibrio a questi rapporti. 

Siamo in Florida, terra dei parchi divertimento, delle spiagge assolate e… dei disastri climatici. Haley (Kaya Scodelario) è negli spogliatoi della piscina quando viene contattata dalla sorella: il padre non risponde al telefono, e nel frattempo un terribile uragano sembra dirigersi sulla costa, proprio dove si trova l’uomo.  Mentre l’allerta obbliga tutti a restare chiusi in casa, la ragazza si mette in viaggio per accertarsi che il padre stia bene, nonostante la tempesta, nonostante i rapporti non siano stati certo dei migliori, dopo la separazione con la madre. 

Una volta arrivata alla vecchia casa dei genitori, troverà proprio il padre (Barry Pepper)  in difficoltà, ferito e privo di sensi, in un angolo dello scantinato; qui ci accorgiamo che non sono soli, perché l’abitazione, ormai allagata, è adesso popolata da feroci alligatori giganti. La situazione assume i toni netti di un survival, infatti padre e figlia dovranno usare le loro forze per uscire da quella che è diventata una trappola letale, mentre il livello dell’acqua continua a salire, inesorabile. Intanto, questa situazione li porterà a confrontarsi faccia a faccia, con i loro sbagli e le loro recriminazioni; certamente, non è facile superare certe esperienze, ma Haley è ormai una donna forte, che deve molto agli insegnamenti del padre – soprattutto quelli dati in veste di suo allenatore di nuoto quando era ancora bambina- .

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In Crawl – Intrappolati troviamo sicuramente un buon ritmo e sana adrenalina in vari momenti, con un tocco di splatter ad acuire la sensazione di pericolo – tutti elementi, del resto, assolutamente in armonia con il mondo di Sam Raimi, produttore della pellicola -. Ma che cosa non funziona? Con tutta probabilità, la decisione di voler dare ad una pellicola del genere una caratterizzazione poco naturale all’interno di situazioni a loro volta per niente “naturali”. Per quanto si apprezzi lo sforzo, tra un inseguimento da parte di sanguinari rettili e il rischio di finire annegati, non è efficace il tentativo di sviscerare quelle problematiche delicate che la storia ci pone davanti.

“Crawl” si rivela, dal canto suo, un termine perfettamente calzante all’interno di questo contesto: sta a designare, in lingua inglese, la tecnica di nuoto conosciuta da noi con il nome (poco preciso) di stile libero; il verbo inglese sta anche ad indicare il particolare movimento strisciante dei rettili. Sarà proprio una inquietante “gara” di velocità, all’ultimo secondo, quella tra donna e bestie, con in palio la salvezza, sua e del padre.

Un’operazione che si è forse voluta prendere troppo sul serio, che vuole portare riflessioni sulla forza interiore che affiora delle difficoltà e sui legami familiari complicati, ma in quella che non è affatto “la sede adatta”; un grande lavoro a livello registico, nella realizzazione e nella scenografia (la stessa per buona parte del film), ma poca sostanza, dove quel poco da’ l’impressione di essere di troppo.

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Crawl – Intrappolati sarà al cinema dal 15 agosto.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Crawl

Durata: 87”

Data di Uscita: 15 agosto 2019

Regia:  Alexandre Aja

Con:

 Kaya Scodelario, Barry Pepper

Distribuzione: 20th Century Fox 

Teen Spirit – La Recensione

Diventerai una Star

Violet è una timida ragazza di origini polacche, che vive insieme alla madre nella piccola e pittoresca (insomma, arretrata) Isola di Wight; introversa e insoddisfatta, possiede una voce davvero eccezionale; sembra però essere la fiducia nel suo talento a mancarle. L’opportunità di partecipare a Teen Spirit, il talent show più in voga del momento, cambierà tutto.

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Presentato in anteprima italiana al Giffoni Film Festival 2019, l’esordio alla macchina da presa dell’attore Max Minghella ci scorre incalzante davanti agli occhi, dispiegandosi come un canonico racconto di rivalsa, incentrato interamente sul perseguimento dei propri sogni. Parliamo di una storia piuttosto lineare e prevedibile – del resto tratteggiata seguendo il rigido schema riservato ai vari X Factor e American Idol proposti in televisione – ma che fortunatamente può pregiarsi di una messa in scena abbastanza audace e interessante.

Violet Valenski (Elle Fanning) è la tipica adolescente timida insicura, abita sull’Isola di Wight con la madre e, avvolta in un alone di asfissiante monotonia, niente le sembra abbastanza: un cavallo a cui badare, delle compagne di scuola sempre pronte a snobbarla e un lavoretto mediocre è tutto ciò con cui può riempire le sue giornate. Se non altro, qualche sera dimentica tutto e si rifugia, lontana dalla severità della madre, in un piccolo locale dove finalmente può sfogarsi cantando. La sua è una voce meravigliosa, che tradisce un grande talento e il nascosto desiderio di diventare una cantante affermata. 

 Quasi come un segno del destino, il cartellone pubblicitario di Teen Spirit, il programma televisivo in cerca di talenti, attira la sua attenzione; quello di cui ha bisogno è una figura adulta che le faccia da manager, da “mentore”, e lo troverà in un vecchio ex cantante lirico dedito all’alcool, Vlad (Zlatko Buric). Le varie fasi di audizioni non sembrano un particolare ostacolo, tanto più con i preziosi consigli tecnici di Vlad. La seconda parte del film sembra aprire come un mondo parallelo, e le esibizioni in diretta televisiva danno l’impressione di trovarsi all’interno di un videoclip. È questo un mondo fatto di plastica, luce, balli e musica, che promette tanto a chi ha un sogno per poi prendersi più di ciò che ha dato; il grande peccato è che non si arriva fino in fondo nella critica, risolvendosi in un accecante e zuccheroso nulla di fatto.

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I riferimenti che si mostrano al colpo d’occhio nella regia del figlio d’arte Minghella sono sostanzialmente due: difatti, ad una fotografia dai colori tenui capace di dare forma alla poesia delle piccole esperienze quotidiane e ai turbamenti giovanili – non lontana dal cinema di Celine Sciamma – si contrappone un’atmosfera più “aggressiva”, fatta di glamour, penombra, luci al neon e musica dal ritmo sincopato, esteticamente imparentata al magnetico Neon Demon di Nicolas Winding Refn. 

Non sarà un caso che l’eterea Elle Fanning abbia prestato il suo volto anche alla giovanissima modella, simbolo di pura perfezione, protagonista nel film di Refn, e senz’altro i due personaggi conservano dei tratti analoghi: entrambe pervase da un’accanita ingenuità, con l’atteggiamento di chi è costantemente fuori luogo, però in grado di celare una certa dose di ambiguità e forza interiore. Nonostante ciò, le due pellicole non possiedono affatto la stessa potenza espressiva e narrativa. 

Volendo partire proprio dalla caratterizzazione dei personaggi, Teen Spirit sembra quasi dimenticare il fattore umano ed introspettivo presentando il più delle volte delle figure superficiali, ad eccezione di Violet, comunque enormemente debitrice dell’interpretazione portata dalla Fanning; un ottimo lavoro il suo, non solo attoriale ma soprattutto canoro, che l’ha vista applicarsi duramente anche nell’esercitazione vocale. 

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Per quanto si tratti di un racconto animato dal bisogno di rivalsa, apparentemente deciso a mostrare i lati un po’ più scuri della fama, ciò che manca è il “fattore ostacolo”, il conflitto: per quanto sulla sua strada si pongano una madre severa e bigotta, o dei produttori discografici senza scrupoli, non sembra mai veramente messo in discussione il raggiungimento del suo obiettivo finale; sembra essere tutto destinato al proprio destino, come la sensazione lasciata dalla finale di un talent show, in cui non si può che esclamare “ma tanto era chiaro che avrebbero fatto vincere Tizio\Caio!”.

Non è del tutto chiaro se Teen Spirit: A Un Passo Dal Sogno sia riuscito ad esaurire il suo discorso oppure si sia rivelato inefficace, sta di fatto che nel caso della prima ipotesi sarebbe lecito chiedere qualche cosa di più di una confortante scalata al successo.

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Dal 29 Agosto al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Teen Spirit

Durata: 93’

Data di Uscita: 29 Agosto 2019

Regia: Max Minghella

Con: 
Elle Fanning, Rebecca Hall, 
Millie Brady, Elizabeth Berrington, 
Zlato Buric

Distribuzione: Notorious Pictures

Men In Black: International – La Recensione

Una buona occasione per essere sparaflashati

Molly ha un sogno: poter entrare a far parte dell’incredibile organizzazione segreta dei Men in Black, impegnata da sempre nella supervisione dei rapporti tra gli alieni e la terra. Con tenacia e faccia tosta, Molly convincerà la direttrice di essere all’altezza del ruolo, meritandosi così di entrare a far parte del team come Agente M. Nella sede londinese dei M. i. B., intanto, c’è qualcosa che va storto, e questa sembra essere l’occasione giusta per dimostrare davvero quanto vale.

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Gli ultimi tempi, si sa, sono davvero prolifici per quanto riguarda la rinascita di quei prodotti audiovisivi cult, risalenti più o meno al periodo in cui noi millennials riavvolgevamo le cassette con una matita e facevamo deperire poveri ed innocenti Tamagotchi. Purtroppo, non sempre l’effetto è quello desiderato, e l’operazione rischia di avere delle controindicazioni.

In Men In Black: International, che si proprone come quarto episodio della fortunata saga, iniziata nel 1997, degli uomini in nero, non sono più Will Smith e Tommy Lee Jones a fare da mattatori, e anche questo fa sentire tanto il suo peso. Mosso da una ricerca di approvazione legata alla difficile eredità, unita al bisogno disperato di rendere la storia più aperta alle problematiche contemporanee, dispiace dire che il film non ottiene niente di tutto ciò.

Ma partiamo dall’inizio: siamo nel 1996, Molly è una bimba quando dalla finestra di camera sua vede gli agenti Men in Black sparaflashare i suoi genitori, e un cucciolo di alieno si è rifugiato in camera sua dopo essere fuggito. Da quel momento il suo desiderio più grande sarà (per ragioni evidentemente a noi ignote) quello di entrare a far parte di questo “mondo nascosto”, e soprattutto possedere un neuralizzatore.

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Son passati parecchi anni, e ormai Molly è un’adulta (qui interpretata da Tessa Thompson); in barba a tutte le contromisure per poter rimanere nell’ombra, lei conosce benissimo il lavoro dei M. i. B. e in maniera imbarazzantemente facile riesce ad accedere al quartier generale; l’”infiltrata” viene mandata dalla direttrice, l’agente O (Emma Thompson), la quale con riluttanza le spiega che non si viene assunti, bensì “reclutati”. Molly è una testa dura, e in qualche modo convince l’agente O a concederle un periodo di prova.

Reclutata nella sede londinese, M sarà affiancata niente meno che all’agente H (Chris Hemsworth) – considerato alla stregua di un eroe da tutti, tranne che dall’agente C. H e M (sì, sì, se non l’avete afferrata, è proprio H&M, non è divertentissimo? Ecco, infatti) cercheranno di risolvere un problema che sembra avere a che fare con la poco raccomandabile razza aliena degli Hive. Comincia così la loro missione, che li porterà in Marocco, a Parigi e a Napoli (dove l’agente H avrà a che fare con la sua ex fiamma, un’aliena malavitosa), a bordo dell’ultratecnologica e superaccessoriata automobile “aziendale” – l’unico vero e genuino lascito dell’essenza della trilogia originale.

Perché tanto fervore? L’oggetto cardine di tutto l’intrigo è l’arma più potente mai vista sulla terra, che finisce incredibilmente nelle mani di M.
Intanto i due agenti vengono costantemente intercettati, e non può che significare una cosa: una talpa all’interno dell’organizzazione.

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È da ammettere che l’interazione di Hemsworth con la Thompson risulta la cosa più indovinata di Man in Black: International; d’altronde, già collaudati dalla Marvel, per la quale vestono i panni di Thor e Valchiria, hanno la giusta intesa e sanno essere in alcuni punti davvero divertenti. A dargli man forte la simpatica bestiolina/pezzo di scacchiera, affettuosamente chiamato Piedino. Purtroppo è la costruzione dei loro personaggi a non funzionare più di tanto; Molly si inserisce nella storia come una “novellina”, ma sa tutto, è brava in tutto e al di là di questo non presenta la minima evoluzione alla termine dell’arco narrativo. H si rivela essere sostanzialmente un inetto con tanta fortuna e pochissimo giudizio, e non viene sviluppato abbastanza per poter poterlo descrivere in più parole.

Non si riesce a trovare, in una trama di per sé abbastanza basilare e per niente coraggiosa, un equilibrio tra l’atmosfera da spy story britannica, la fantascienza e il quasi disperato bisogno di smorzare i toni con l’inserimento casuale di ironia spicciola, memore dell’operazione compiuta da Taika Waititi in Thor: Ragnarok. È doveroso aggiungere che un punto di forza della trilogia era l’ingegno avveniristico delle ambientazioni e delle trovate tecnologiche, insieme all’ottima fattura (specie per l’epoca) dei mostri alieni; qui, nel 2019, sembra onestamente essersi fatto un passo indietro in questo senso.

In buona sostanza, questo Men in Black si potrebbe definire poco ispirato, o ispirato solo dall’imperante nostalgia anni ‘90 che sembra aver inglobato l’industria cinematografica dell’ultimo periodo. È un peccato, soprattutto per coloro che hanno riso e seguito le avventure degli inimitabili Agente J e Agente K.

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Men in Black: International è dal 25 Luglio al cinema.

Cristiana Carta

Info


Titolo Originale: Men in Black: International


Durata: 115’


Data di Uscita: 25 Luglio 2019


Regia: F. Gary Gray


Con: 

Chris Hemsworth, Tessa Thompson, 

Liam Neeson, Rafe Spall, Emma Thompson


Distribuzione: Sony Pictures Entertainment

The Boys – La Recensione Dei Primi Due Episodi Della Serie Amazon

Attenti ai Supereroi

Quello di The Boys è un mondo dove i supereroi non sono dei semplici vigilanti mascherati: sono celebrità, autorità, quasi divinità. Ma cosa accade quando coloro scelti dal fato (o dalle indagini di marketing studiate a tavolino) abusano del loro potere?

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A pochi giorni dall’uscita su Amazon Prime Video di The Boys, la serie tv ideata da Eric Kripke, Seth Rogen e Evan Goldberg, e basata sull’opera a fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, noi di Time Stone Entertainment vogliamo raccontarvi le nostre impressioni sui primi due episodi.

Tutto ha inizio quando, in una giornata apparentemente come le altre, si verifica un tanto bizzarro quanto fatale incidente: Robin (Jess Salgueiro) viene investita e letteralmente ridotta in brandelli dal superveloce A-Train (Jessie T. Husher), un membro dei Seven, gli eroi puù popolari d’America. L’accaduto porterà l’altrimenti calmo e pacato Hughie (Jack Quaid) a nutrire un forte risentimento per il colpevole della morte della ragazza e la categoria a cui appartiene. Dal suo incontro con Billy Butcher (Karl Urban) e una serie di eventi che li porterà a tu-per-tu con gli indivui dotati di poteri e popolarità fuori dall’ordinario, Hughie e il gruppo che diverrà presto noto come The Boys “dichiareranno guerra” ai supereroi (più super, che eroi).

Questi i presupposti da un lato dell’imminente conflitto, ma che dire dell’altro? L’ingenua Annie (Erin Moriarty) a.k.a. Starlight, fin da che riesca a ricordare, non ha desiderato altro che divenire una paladina della giustizia, proprio come i suoi idoli. Quando verrà scelta tra tutti come nuovo membro dei Seven, la ragazza verrà a conoscenza della dura realtà: non è tutto oro quello che luccica, e non tutti i supereroi sono brave persone, anzi…

C’è un motivo ben preciso se alcuni tra gli aggettivi più utilizzati per descrivere lo show finora sono “irriverente”, “divertente”, “sfacciato”, “folle”… Perchè è esattamente così che si presenta The Boys, non a caso già da molti paragonato al Watchmen di Zack Snyder (e risalendo al cartaceo, Alan Moore e Dave Gibbons).

E in effetti, la serie di Amazon sembra quasi raccogliere il testimone dalla pellicola di Snyder, portando sul piccolo schermo delle figure avide, arroganti, corrotte, a volte perfino spietate, che non mettono al primo posto gli ideali tanto decantati dai supereroi a cui ormai siamo abituati – anche grazie all’avvento della Golden Age dei cinecomic firmata Marvel e DC – e che sono per noi il punto di riferimento sull’argomento.

E proprio un così favorevole contesto permetterà allo show di vedere moltiplicati i risultati dei suoi sforzi – il fatto che la serie sia stata rinnovata per una seconda stagione ancor prima del suo debutto ne è un’ulteriore riprova -; perchè non si possono infrangere delle regole se prima non ne vengono stabilite, e se si può dire che MCU e DCEU (quest’ultima principalmente in ambito televisivo) hanno finora tracciato un più o meno delinato confine, state pur certi che The Boys non solo, a modo suo, lo supererà, ma si preoccuperà anche di sbrecciarlo e imbrattare l’intera area con il suo marchio di fabbrica.

Conscia del panorama sociale attuale, degli argomenti e delle problematiche più rilevanti, la serie non si limita a trarne spunto per poi semplicemente tesservi intorno una trama, ma rielabora completamente gli elementi della realtà e, senza remore né finto pudore, si prende gioco del politically correct, della falsità e della superficialità dilaganti, portando lo spettatore a riflettere sul mondo che lo circonda.

Con una sceneggiatura convincente, un casting più che azzeccato, la giusta dose di ironia, azione, dramma e perchè no, anche di splatter, e un materiale di base che già da solo avrebbe potuto garantire un prodotto dalla qualità quantomeno discreta, The Boys si accinge a diventare un piccolo cult degli anni a venire.

E vogliamo scommettere che non riuscirete a tifare per i (finti) buoni?

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La prima stagione di The Boys sarà disponibile su Amazon Prime Video dal 26 Luglio 2019.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Amazon Prime Video
Info



Titolo: The Boys



Data di Uscita: 26 Luglio 2019



Durata: 8 episodi



Creato Da: Eric Kripke, Seth Rogen,

 
Evan Goldberg



Con:



Karl Urban, Jack Quaid, 



Chace Crawford, Erin Moriarty,



Elisabeth Shue, Anthony Starr,



Jessie T. Usher, Dominique McElligott



Distribuzione: Amazon Prime Video

Spider-Man: Far From Home – La Recensione

Addii, responsabilità, scelte e conseguenze

Il mondo non è più lo stesso dopo gli eventi di Avengers: Endgame e tutti devono imparare a fare i conti con la nuova realtà. Anche l’amichevole Spider-Man di quartiere deve trovare il modo di andare avanti dopo la scomparsa del suo mentore, e il modo migliore sembrerebbe quello di concentrarsi sull’imminente gita scolastica. Ma il lavoro di un supereroe non conosce riposo o vacanze… 

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Quando abbiamo conosciuto il Peter Parker del MCU in Captain America: Civil War, e subito dopo in Spider-Man: Homecoming, Peter  (Tom Holland) era un ragazzo desideroso di mettersi alla prova e un po’ (troppo) spericolato, come d’altronde qualsiasi adolescente alle prese con superpoteri e supereroi.

La vita quotidiana era fin troppo ordinaria per il geniale studente con la passione per la scienza e i film, e l’incontro con gli Avengers non aveva fatto che aumentare la sua voglia di avventure e di essere in grado di poter fare davvero la differenza a questo mondo.

Ma il Peter che ritroviamo dopo Infinity War e Endgame è comprensibilmente cambiato, provato dagli avvenimenti che pochi ragazzi della sua età avrebbero saputo affrontare, come invece si è inaspettatamente trovato a fare lui. E in più, adesso, la figura paterna che lo aveva accompagnato e guidato negli ultimi anni, non c’è più.

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In Spider-Man: Far From Home, il nostro amichevole Spider-Man di quartiere decide di mettere da parte il costume e provare a distrarsi dai recenti avvenimenti, focalizzando la sua attenzione sulla gita scolastica in Europa e su MJ (Zendaya), la ragazza che sta goffamente cercando di conquistare.

Ma se Peter vuole stare lontano dai guai, i guai non vogliono stare lontano da lui: gli Elementali, i nuovi villani di turno, stanno portando morte e distruzione sulla Terra, la NOSTRA Terra. Perché stando a quanto racconta il nuovo supereroe in città, Mysterio (un fantastico Jake Gyllenhaal), di Terre ce ne sono tante… Ed ecco che il Multiverso avrebbe fatto la sua comparsa “ufficiale” nel MCU.

Nick Fury (Samuel L. Jackson), Maria Hill (Cobie Smulders), Mysterio e Spider-Man si ritrovano dunque a dover combattere contro queste nuove minacce, ma presto arriveranno delle complicazioni che porteranno il più giovane del gruppo a dover fare una scelta: prendersi definitivamente carico delle responsabilità lasciategli da Tony e dagli altri, o cercare di condurre il più possibile una vita normale?

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La risposta alla domanda sarà sofferta, ma dovrà trovarla in fretta, perché il mondo ha bisogno di credere, e ha bisogno di eroi. Ed è proprio qui che Spider-Man: Far From Home eccelle e mostra tutta la sua complessità: il sequel di Jon Watts non solo si riallaccia perfettamente a Homecoming e all’aspetto teen/coming of age che un film su Spider-Man dovrebbe necessariamente avere, con alta dose di humor incluso, ma affronta anche le conseguenze di eventi tragici e fondamentali come quelli delle pellicole sugli Avengers, senza però mai scadere nel banale, e approfondendo la questione sotto vari punti di vista.

Lo stato d’animo di Peter è uno specchio di quello del resto del mondo, ed è lui il primo a dover ritrovare la fiducia negli eroi e in sé stesso, specialmente dopo la scomparsa di Tony/Iron Man. Ereditare la responsabilità di tenere il mondo al sicuro poteva essere qualcosa di incredibile per il ragazzino del Queens che aveva appena scoperto i propri poteri, ma il Peter che ha combattuto al fianco dei Vendicatori contro la più grande minaccia che l’universo conosciuto abbia mai visto, potrebbe essere incline a volersi godere una gioventù che non durerà poi ancora a lungo, e sarebbe anche difficile da biasimare per questo.

Perciò spazio ai conflitti interiori, spazio alle difficoltà che l’essere un supereroe presenta ora più che mai, specialmente quando sono ancora i propri amici e i propri cari ad essere in pericolo. Dopo i viaggi nello spazio e le battaglie su altri pianeti, spazio alla lotta con le apparenze, le insicurezze, i sentimenti e le verità difficili da accettare. Il tutto, però, sempre in pieno stile Marvel.

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Spider-Man: Far From Home sarà al cinema dal 10 luglio. E mi raccomando, rimanete per i titoli di coda che, come al solito, promettono grandi sorprese.

Laura Silvestri

Info

Titolo: Spider-Man: Far From Home

Durata: 124'

Data di Uscita: 10 luglio 2019

Regia: Jon Watts

Con

Tom Holland, Marisa Tomei, 

Zendaya, Jake Gyllenhaal, Jon Favreau, Jacob Bataillon, 

Samuel L. Jackson, Cobie Smulders

Distribuzione: Sony Pictures