Klaus – I Segreti Del Natale — La Recensione

Natale con Netflix

Klaus è un ragazzo ricco, viziato e pigro. Non conosce la realtà del mondo, oltre al microcosmo di cui fa parte. Il padre, deciso a metterlo in riga, lo spedisce nella località sperduta e isolata di Smeerensburg, dove avrà il compito di rivitalizzare l’ufficio postale locale, e far sì che da lì vengano spedite almeno 6.000 lettere. Più facile a dirsi che a farsi…

EN-US_KLS_Trailer_Pull_520191001-6509-hl8ch8

Il 2019 è stato un anno ricco di produzioni cinematografiche di qualità provenienti dai servizi streaming (Netflix e Amazon su tutti), e Klaus – I Segreti del Natale si inserisce perfettamente questa categoria. Benché quello che è, di fatto, il primo film d’animazione prodotto dalla piattaforma non esca in sala nemmeno per un periodo limitato di tempo – come invece succede per altre pellicole, di solito in virtù di un inserimento nella corsa ai premi (leggere: Academy Awards) -, il lungometraggio animato diretto da Sergio Pablos e realizzato mescolando tecniche d’animazione tradizionali a quelle più moderne meriterebbe di esser visto anche sul grande schermo (e magari di competere anch’esso per un Oscar).

Non che questo voglia sminuire la fruizione domestica, di cui noi di Time Stone Entertainment siamo (più che) grandi fan, ma il passaggio in sala sarebbe per i più puristi del cinema un’ulteriore riprova della qualità dei prodotti maturati dagli studios di Hastings e Reed (e non solo) e, come dicevamo, sarebbe funzionale a una campagna premi.

Ad ogni modo, terminate le riflessioni di rito sul mezzo, passiamo piuttosto a quelle sul contenuto.

EN-US_KLS_Trailer_Pull_820191001-6413-1i0gein

Klaus (Marco Mengoni) è il vostro tipico protagonista alla Scrooge: non è un Grinch del Natale, ma ha bisogno di intraprendere un percorso di crescita che lo porterà a rimettere in prospettiva i suoi ideali, le sue priorità, e i suoi desideri. La complicata cittadina (che nemmeno ci arriva a essere definita come tale, in realtà) di Smeerensburg si dimostrerà inizialmente un luogo austero e ostile, teatro di un’antica faida che da tempo immemore la divide in due fazioni, rendendo il luogo decisamente inospitale.

Qui Klaus incontrerà una serie di personaggi alquanto peculiari: dal sarcastico barcaiolo Mogens (Neri Marcoré) alla maestrina Alva, che in assenza di studenti, si è dovuta adattare a vendere pesce (Ambra Angiolini le presta la voce nella versione italiana), dai capifamiglia refrattari alle parole “pace” e “convivenza” (la voce di Mrs. Krum è quella di Carla Signoris), a una singolare figura che risiede in solitudine al limitare del bosco, con la sua barba bianca e una stanza piena zeppa di giocattoli… (Francesco Pannofino).

Se non si avesse già in mente la nozione del film di Natale applicata a questo caso, sarebbe qui che la lampadina (anzi, le lucine) si illuminerebbe(ro). È da questo momento, infatti, che si inizia davvero a intravedere l’origin story di una festività ancora inedita nell’universo diegetico che stiamo imparando a conoscere. È da questo momento che ci verranno illustrate, senza mai renderle troppo banali o scontate, le provenienze delle tradizioni natalizie a cui siamo così abituati, dal domandarci raramente da dove possano arrivare.

EN-US_KLS_Trailer_Pull_120191001-6413-r8g0bu

Klaus – I Segreti del Natale ci dona la sua personale versione del Natale, delle sue usanze e dei suoi valori. Versione che, a noi, è davvero piaciuta.

Pablos, oltre che di un’encomiabile cura tecnica, è riuscito a dotare il film di sentimenti e  agganci emotivi abbastanza caratteristici da essere ricollegabili ad esso anche in futuro, che prenderanno il loro posto un immaginario collettivo già quasi saturo di iconografie di questo tipo, ma che aveva lasciato abbastanza spazio a futuri implementi. Funzionano le motivazioni, funzionano le modalità, funzionano i dettagli, e funzionano gli esiti. E a funzionare è anche la parte comica, che rende ancora più gradevole il tutto.

Inoltre, anche sul piano della recitazione va dato a Cesare quel che è di Cesare, ovvero: bisogna fare i complimenti al doppiaggio e all’adattamento italiano. Noi che solitamente siamo appassionati avvocati della visione in lingua originale – pur riconoscendo sempre che i doppiatori italiani professionisti siano i migliori nel loro mestiere -, questa volta non abbiamo nulla da recriminare contro la resa nostrana, anzi, ci sembra il caso di complimentarci – oltre che con il sempre impeccabile Pannofino e degli efficaci Marcoré, Angiolini e Signoris – anche con Mengoni che, ancora alle prime armi in questo campo, ha fatto passi da gigante rispetto alle sue prove di doppiaggio precedenti, dimostrandosi adatto e convincente nel ruolo del protagonista.

Klaus_Vertical_Main_IT20191011-6506-1yjk28x

È dunque tempo di mettere da parte l’orgoglio di consumatore anticonformista e accettare il fatto che, anche quest’anno, Natale stia arrivando con largo anticipo, e questa volta grazie a Netflix.

Tagliatevi una fetta di panettone e un pezzettino di torrone, preparatevi una gustosa cioccolata calda, e premete il tasto Play sui vostri dispositivi (tv, pc, tablet, smartphone che sia): Klaus – I Segreti del Natale è approdato su Netflix.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: Klaus

Durata: 96'

Data di Uscita: 15 novembre 2019

Regia: Sergio Pablos

Con: 

Jason Schwartzman/Marco Mengoni, 

J. K. Simmons/Francesco Pannofino, 

Joan Cusack/Carla Signoris,

Rashida Jones/Ambra Angiolini, Neri Marcoré

Distribuzione: Netflix

Le Mans ’66 – La Grande Sfida — La Recensione

La Corsa Del Cuore

Ford v. Ferrari. Piloti v. Corporation. Uomini v. Vita. Le Mans ’66 – La Grande Sfida racconta della vera storia di Carroll Shelby, Ken Miles e la grandiosa quanto imponente gara della 24 ore di Le Mans, il circuito francese di dominio Rosso Ferrari fino all’arrivo dei due nelle scuderie della Ford Motor Company. 

95461_ppl.jpg

Prima regola di Le Mans ’66: non serve essere esperti o appassionati di auto e gare automobolistiche per poter amare questo film.

Seconda regola di Le Mans ’66: non ve ne vorrà il vostro orgoglio di italiani se tiferete per le auto Ford invece che per le Ferrari durante la visione della pellicola.

Terza regola di Le Mans ’66: fate come Mollie Miles (Catriona Balfe), prendetevi una bella bibita fresca (o una cioccolata calda, visto anche il periodo dell’anno in cui ci troviamo) e godetevi uno dei migliori film di questo 2019.

Ford v. Ferrari, come è noto in America, non è un semplice lungometraggio pieno di interminabili giri d’auto su una pista, carico di rumori assordanti e dal risultato scontato.  Che amiate o meno l’automobilismo come sport, il film di James Mangold vi intratterrà, vi coinvolgerà, vi sorprenderà e vi farà emozionare in ogni caso.

Ford-v-Ferrari

Basato sulla vera storia dietro quella peculiare annata che fu il ’66 per la 24 ore di Le Mans, la vicenda con al centro il progettista ed ex-pilota Carroll Shelby (interpretato da un esilarante Matt Damon), il meccanico-pilota Ken Miles – un sempre azzeccatissimo Christian Bale, che come al solito ha dato prova di grande dedizione fisica e mentale nei confronti del ruolo, questa volta perdendo più di 30 chili dopo averne messi su quasi altrettanti per Vice – L’Uomo nell’Ombra solo pochi mesi prima – e le due celebri scuderie rivali, si dipana per 152 minuti che non vengono affatto percepiti come tali.

La chimica tra i due attori è innegabile, e anche le dinamiche tra i due personaggi non si presentano mai come scontate, prevedibili, e certamente si discostano da quelli che potevano sembrare inizialmente i presupposti del film a uno spettatore che non era già a conoscenza dei fatti realmente accaduti.

«Entrambi [Christian e Matt] sono dei tipi davvero tranquilli; amano il loro lavoro, e non lo vedono in qualità di stelle del cinema, ma in qualità di attori. Non ho molta pazienza, né tempo, per stare dietro a dei divi. Ci sono molti attori in questo film, si tratta di un lavoro di squadra, ed è così che anche loro vi si sono approcciati. Sono degli attori davvero generosi, che amano il set e amano il cast. Li conosco entrambi da una ventina d’anni, e mi sono sentito come se stessi girando un film con degli amici» racconta Mangold in conferenza stampa.

XPT6LC6WEBHRLGIJW7HA74UJKY

Comicità, dramma, riflessioni, zuffe, prove, riunioni, trasferte, tiri bassi, trovate geniali, e ovviamente corse… Tutto questo e molto altro vanno a formare la ricetta perfetta per infornare una pellicola che, al pari della miglior ciambella, verrà fuori col buco, un buco che si spera verrà riempito dai premi che porterà a casa nell’imminente Awards Season.

L’attenta regia di James Mangold – assieme alla suggestiva fotografia di Phedon Papamichael – imposta perfettamente la narrazione, dando il giusto ritmo alla storia, il giusto respiro ai personaggi, non dimenticandosi mai di concedergli i loro momenti, nemmeno quando si tratta di figure forse tecnicamente secondarie, ma comunque estremamente importanti ai fini della vicenda: Lee Iacocca (Jon Bernthal), Leo Beebe (Josh Lucas), Henry Ford II (Tracy Letts), ma anche Enzo Ferrari (Remo Girone), e ovviamente la già citata Mollie Miles, assieme al piccolo Peter (Noah Jupe), hanno tutti l’occasione di risplendere nelle loro parti, imprimendole nella memoria dello spettatore.

«Interpretare Enzo Ferrari, un personaggio così importante e conosciuto della storia italiana, è stato davvero bello. E sul set le macchine erano tutte ricostruite a grandezza naturale, tutte portate da piloti veri. E anche se non mi conoscevano come attore, quando hanno visto che ero quello che interpretava Enzo Ferrari, hanno tutti voluto fare una foto con me» ricorda Girone, a riprova di quanto un ruolo con alla fin fine uno screen time abbastanza ridotto possa aver comunque lasciato il segno.

Le Mans '66 - La Grande Sfida _ Poster Ufficiale

Una corsa sì per la vittoria in pista, quella di Ford v. Ferrari, ma anche e soprattutto per la vittoria del cuore e delle passioni.

Non tergiversate, dunque, e riversatevi in massa nelle sale per vedere sul grande schermo l’epica “Grande Sfida” di cui parla il titolo italiano. Non ve ne pentirete.

Le Mans ’66 – La Grande Sfida sarà al cinema dal 14 Novembre.

Laura Silvestri

 

Info 

Titolo Originale: Ford v. Ferrari

Durata: 152'

Data di Uscita: 14 novembre 2029

Regia: James Mangold 

Con: 

Christian Bale, Matt Damon,

Catriona Balfe, Jon Berrnthal, 

Noah Jupe, Josh Lucas, 

Remo Girone,  Tracy Letts

Distribuzione: 20th Century Fox 

Brittany Non Si Ferma Più – La Recensione

Gli ostacoli si superano un isolato alla volta

Brittany è l’anima della festa, espansiva, autoironica, vivace e con la battuta sempre pronta. Brittany è anche angosciosamente vicina ai trent’anni, sovrappeso, circondata da persone per lei nocive e incapace di prendersi cura di sé. Una visita dal medico, nel tentativo di farsi prescrivere dell’Adderall, la porterà alla decisione di rimettersi in forma, poco alla volta accarezzando il sogno di partecipare alla celebre Maratona di New York City.

Brittany-Runs-a-Marathon-poster-copertina

Premiato dal pubblico all’ultima edizione del Sundance Film Festival, Brittany non si ferma più è l’esordio alla regia del drammaturgo Paul Downs Colaizzo; con questo brillante e divertente “racconto di formazione”, Colaizzo ha voluto in qualche modo rendere omaggio alla sua migliore amica del college, Brittany O’Neill (non a caso omonima della protagonista), che lo stesso regista aveva aiutato nel suo passato percorso di ricerca di un equilibrio.

Brittany Forgler (interpretata da una spassosissima Jillian Bell) è una New Yorkese di ormai ventisette anni, e la sua vita scorre su un tracciato disfunzionale fatto di relazioni dannose, abuso di alcool e sottoccupazione cronica; sembra andare avanti, grazie alla sua autoironia e alla sua simpatia, che le permettono di affrontare qualsiasi cosa col sorriso, e in pratica riesce per questo ad essere amica di chiunque, tranne che di sé stessa. Ma non potrà durare a lungo questo malsano stile di vita…?

A dare una svolta decisiva, sarà una visita dal medico, con l’unico scopo di poter rimediare una ricetta per l’Adderall (farmaco stimolatore cognitivo, in genere utilizzato nei casi di disturbo da deficit d’attenzione); tutto ciò che ottiene è invece la terrificante imposizione di perdere peso, e rimettersi in forma adottando uno stile di vita più salutare. 

180954450-4c0641e3-26ed-4dd9-8196-4f2d7e007936

Non è sicuramente facile per lei: quando sceglie di rimettersi in sesto, preso atto dei costi allucinanti che avrebbe richiesto la palestra, Brittany inizia il suo percorso nella corsa; è ancor meno facile quando si ritrova a tutti gli effetti derisa da quella che si suppone essere la sua più cara amica, una di quelle ragazze col profilo Instagram più glamour di una star di Hollywood, che preferisce avere accanto qualcuno che possa rassicurarla sul fatto che al mondo ci sia qualcuno peggio di lei.

Gradualmente, passo dopo passo, falcata dopo falcata, Brittany sembra fare enormi progressi, prendendoci gusto nel definirsi una “runner”, tanto che si convince di poter presto iscriversi alla famosissima Maratona di New York, senza dubbio una delle più ambiziose; pian piano, dimostra grandi progressi non solo a livello di salute fisica, ma anche a livello umano, liberandosi di chi non vuole affatto il suo bene trovando nuove amicizie con cui poter affrontare le difficoltà. 

Per stessa ammissione del regista, l’idea era quella di andare a estrapolare il personaggio tipico del “cicciottello”, “pasticcione”, per inserirlo in un contesto che ne possa valorizzare il lato umano, senza essere stereotipato o  macchiettistico.  L’intento si potrebbe definire sufficientemente riuscito,  andando a considerare che il personaggio scaturito da Colaizzo e portato in vita dalla Bell è sinceramente vero, “vivo” e reale. Brittany è chiunque si trovi alla fine dei suoi vent’anni senza alcuna certezza, è figlia di una società che si preoccupa sempre meno della stabilità emotiva dei singoli e sempre più di una felicità posticcia, costruita sui social network.

BRITTANY_onesheet

Con picchi di ironia davvero divertenti, Brittany non si ferma più  è una comedy dallo stile e dall’estetica indie, riuscendo comunque ad essere genuino, concreto e mai eccessivamente scontato

Brittany non si ferma più sarà disponibile dal 15 novembre su Amazon Prime Video

Cristiana Carta 

Info

Titolo Originale: Brittany Runs a Marathon

Durata: 108”

Data di Uscita: 15 novembre 2019

Regia: Paul Downs Colaizzo

Con: 

Jillian Bell, Utkarsh Ambudkar,

 Michaela Watkins, Lil Rel, 

Howrey Micah, Stock Mickey, 

Day Alice Lee

Distribuzione: Amazon Prime Video

Zombieland: Doppio Colpo – La Recensione

Se ami qualcuno sparagli alla testa 

A Zombieland i morti viventi non sono solo un brutto ricordo ma ancora “solide” realtà. Dopo aver lasciato Wichita, Little Rock, Columbus e Tallahassee alle prese con il tentativo di sentirsi una famiglia, le due ragazze scappano. Tra nuove ed evolute creature zombie e il ritorno di Wichita, non resta che una cosa da fare: andare a recuperare Little Rock.

e.jpg

Dopo ben dieci anni dal precedente Benvenuti a Zombieland, Emma Stone, Abigail Breslin, Jesse Eisenberg e Woody Harrelson ritornano nei panni del quartetto più strambo mai sopravvissuto ad una apocalisse zombie, rispettivamente Wichita (sempre in fuga dai legami e dai propri sentimenti), Little Rock  (non più adolescente ma ormai una forte, giovane donna), il nerd attaccato a sicurezza e norme Columbus e il maestro delle armi con annesse uccisioni zombie, Tallahassee. 

Nulla di nuovo sotto il sole rispetto al capitolo precedente, intendiamoci: il solito umorismo derivante dalle normali situazioni quotidiane affrontate in un contesto decisamente fuori comune – come un’assurda invasione di zombie – giustamente condita da quella sana autoironia restando sul limite del parodistico.

Ma, come recita una delle fondamentali regole di Columbus, «Quando non sei certo che i non-morti siano morti-morti, non risparmiare munizioni: Head-Shot di sicurezza, sempre», perciò è sempre meglio un “doppio colpo”, e per quanto sia una regola quasi mai applicabile a livello cinematografico, in questo caso non si può che dargli ragione. A raddoppiare, è soprattutto il livello del grottesco e la pericolosità dei non morti: memori della classificazione fatta in relazione dai diversi tipi di zombie, vedremo spuntare fuori nuove “tipologie”, tra le quali i superavanzati “T800”, che prendono il loro nome da Terminator; questa nuova “razza” non morta, infatti, sembra essere decisamente dura a morire, e ce ne sono più di quanto i nostri quattro possano immaginare.

kuhb.jpg

Come accennato, non mancano i problemi quotidiani: lasciati in precedenza mentre tentavano di formare insieme una vera famiglia – disfunzionale, magari, ma solida – sembrano adesso quasi riuscirci… all’interno della casa bianca. quasi, perché la scostante Wichita decide di sparire, sentendosi sotto pressione dopo la proposta di matrimonio avanzata da Columbus; Little Rock, dal canto suo, la segue, non sopportando più di essere trattata come una bambina da Tallahasse, che si era preso la briga di farle da figura paterna, forse esagerando.

Rimasti soli, i due “uomini di casa” si imbatteranno nella biondissima Madison, che si nascondeva dentro la cella frigorifero di un supermercato; si verrà a creare una situazione imbarazzante che prevede il ritorno di Wichita, l’improbabile liaison tra Columbus e l’avvenente (ma non proprio brillante) “ragazza nuova”, per sfociare poi nella ricerca di Little Rock, scappata con una sorta di cantautore hippie dalla chioma fluente. 

Tra gli ottimi e ormai collaudati attori protagonisti, la Stone in particolar modo sembra essere stata progettata appositamente per interpretare la parte della ragazza forte e determinata, capace di tutto ma assolutamente ironica (ancor meglio se machiavellica e insondabile, infatti è nel relativamente recente La Favorita che riesce davvero a portare in scena tutto il suo enorme potenziale): dall’ormai cult del 2009 ne è passata di acqua sotto i ponti, che le ha portato un Oscar come migliore attrice una seconda candidatura come migliore attrice non protagonista, e questo si può senz’altro percepire.

j.jpg

Zombieland: Doppio Colpo è un seguito che vende buona parte delle sue battute a chi già ha “visitato” Zombieland, ma nonostante ciò riesce a farsi prodotto a sé stante; un prodotto molto lontano dall’essere definito canonico, che allo stesso tempo fa riferimento e trae risorse da tutto un intero immaginario pop sui morti viventi, e risulta svagato quanto basta pur nelle sue ingenuità, oltre che divertente… da morire.

No, non ci siamo dimenticati di Bill Murray, che pur soltanto in pochi minuti riesce ad essere sempre il mattatore della situazione. A questo proposito, vi invitiamo a rimanere in sala al termine dei titoli di coda.

hkhjb

Zombieland: Doppio Colpo sarà dal 14 novembre al cinema.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: Zombieland: Double Tap

Durata: 99’

Data di Uscita: 14 novembre

Regia:  Ruben Fleischer

Con: 
Woody Harrelson, Jesse Eisenberg, 
Emma Stone, Abigail Breslin, 
Zoey Deutch

Distribuzione: Sony Pictures Italia

Mistify: Michael Hutchence – #RFF14

Richard Lowenstein firma questa preziosa testimonianza, presentata all’ultima Festa del Cinema di Roma, e dedicata al carismatico leader di un gruppo oggi forse un po’ dimenticato dal grande pubblico, ma parte della storia musicale degli anni novanta, gli INXS: parliamo di Michael Hutchence. Grande amico del cantante, il regista ha firmato anche molti dei loro video musicali, ed è pienamente percepibile la sintonia che riesce a scaturire da questo lungometraggio, giocando sul connubio tra la semplicità e le mille sfaccettature di un’anima difficile.

Chi è Michael Hutchence? Di origini australiane, nato il 22 gennaio 1960, veniamo introdotti dalle immagini sullo schermo alla sua infanzia e adolescenza in giro per il mondo, soprattutto in seguito alla separazione dei genitori; poi arriva il primo album con gli INXS, in cui è la sua voce calda e potente a fare la differenza; poi il successo; poi le varie pressioni mediatiche.

Interamente composto da immagini di repertorio, relegando al fuori campo le voci di chi lo ha conosciuto e amato, e ne conserva il ricordo ancora oggi; e così c’è la vacanza in Italia con la collega e compagna Kylie Minogue, uno dei grandi amori della sua vita; c’è la nascita della figlia Tiger Lily, le confessioni, le insicurezze (sia a livello artistico che emotivo), l’essere ancora incompleti, in cerca di definizione, mentre il resto del mondo sembra avergli già dato un’etichetta precisa.

C’è un momento preciso in cui questo documentario sveste i panni della “biografia” per tuffarsi in acque ben più trascendentali: succede quando, a causa dei gravi traumi procurati dall’aggressione di un tassista, il cantante perde l’olfatto e il gusto; proprio lui, che aveva amato alla follia Profumo, il romanzo di Patrick Süskind, lui, pervaso dalla voglia di gustarsi la vita al massimo. Da quel momento, del resto, la sua stessa vita non sarà più la stessa, così come i suoi modi di fare, quasi si fosse spezzato un incantesimo; così si è gradualmente portati a pensare che il suo gesto estremo, la morte per asfissia, fosse assolutamente premeditato; un gesto forse emblematico di quel disordine interiore sempre presente in lui, ma sicuramente acuitosi nell’ultimo periodo della sua giovane vita.

Un uomo che, sul palco e al di fuori, stregava chiunque con la sua sensualità e il suo conseguente sex appeal, nascondeva un ragazzo dolce e troppo fragile per il mondo dello spettacolo, totalmente distante dall’immagine tipica della rock star aggressiva e sregolata.

Mistify: Michael Hutchence è un documentario inconsueto e inaspettato, nella misura in cui diventa preponderante l’aspetto introspettivo più intimo dell’artista, lasciando in secondo piano gli aspetti legati figura pubblica che la sua carriera musicale ha contribuito a plasmare – un po’ come lo stesso Hutchence avrebbe certamente voluto. 

Cristiana Carta

The Irishman – #RFF14

Il cinema degli ultimi tempi sembra portare sempre più spesso narrazioni che si guardano indietro, riflettendo su un passato sbiadito, cercando di di riportarlo a galla e dando una nuova mano di intonaco sulle pareti della memoria («Ho sentito dire che imbianchi i muri»); ma questo intonaco si rivela essere il rosso del sangue di coloro che ostacolano i gangster al vertice in quel momento.

“The Irishman” è Frank Sheeran (Robert De Niro), un uomo che entra in contatto con la criminalità organizzata, quasi per caso, in un periodo storico cruciale per quanto riguarda gli Stati Uniti (tra accenni alla presidenza di JFK e alla crisi missilistica di Cuba); grazie a Russel Bufalino (Joe Pesci), Frank diventa un sicario tra i più fedeli ed efficienti, spaventando la sua stessa famiglia, ed in particolare la figlia, ormai terrorizzata dalla figura del padre. Questi “lavoretti” all’interno dell’ambiente mafioso portano Frank a conoscere il brillante leader sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), ovviamente implicato nei giri della “famiglia” Bufalino. 

 “Quei bravi ragazzi”, però, devono in un modo o nell’altro giungere al crepuscolo della loro vita, ed è lo stesso Frank a raccontare i suoi trascorsi, quando tutti i suoi compari di un tempo sono ormai morti. 

Che lo si voglia o no, siamo davanti alla reazione verso la scomparsa di un mondo come veniva concepito fino a poco tempo fa, reazione che coinvolge tanto l’aspetto cinematografico quanto quello sociale. Scorsese combatte per riuscire a portare in vita la sua storia, con i suoi attori/amici di sempre, cercando di sbrogliare la matassa del tempo per non soccombere alla nostalgia, così come fa l’ormai vecchio Frank in questo film dalla durata epocale. 

Certo, le tematiche e l’iconografia sono esattamente quelle che il regista ha esplorato nel corso della sua intera e illustre carriera, ma lo sguardo che si percepisce è qualcosa di inedito, e sembra cercare di chiudere un cerchio, esattamente in un periodo in cui tutto si trasforma ed è quindi giunto il momento di saldare i conti con vecchie realtà. 

Tra battute gag che solo un uomo dall’animo italian(american)o potrebbe produrre, Martin Scorsese dà vita, grazie all’audace produzione di Netflix, ad un vero e proprio romanzo d’ampio respiro, il suo “grande romanzo americano”, che viaggia nel tempo attraverso i suoi personaggi; e a questo proposito, di audace c’è anche la scelta di effettuare un de-aging degli attori, funzionale e azzeccata,  a differenza di progetti in cui viene utilizzato come semplice ostentazione visiva.

The Irishman è un film ambizioso, decisamente rischioso, in grado di essere maneggiato solo da un maestro come Scorsese, che al netto delle innumerevoli e sfiancanti polemiche, ancora una volta dimostra di essere il sopravvissuto mostro sacro di un certo tipo di cinema che pian piano ci sta scivolando via dalle mani.

Cristiana Carta

Gli Uomini D’Oro – La Recensione

Non è tutto oro quello che luccica

Tre uomini che più diversi tra loro non potreste trovarne; tre motivazioni differenti; tutti uniti dal destino e dalla voglia di cambiare la propria vita. Luigi (Giampaolo Morelli), Alvise (Fabio De Luigi) e Il Lupo (Edoardo Leo) tenteranno il colpo del secolo, almeno per loro, ma non tutto andrà come sperato… 

Ispirato da una storia vera, Gli Uomini D’Oro è ambientato a Torino, nel 1996, e gioca sulle insoddisfazioni della vita per regalarci un film difficile da categorizzare – ma, come dice anche il regista, Vittorio Alfieri, «Il sogno della mia vita è che un giorno la gente non debba chiedersi che [genere di] film sto facendo» – , con accenni di Heist Movie, Crime, Noir, Dramma e anche un po’ di Commedia, dando vita a un prodotto dalla forma e dalla sostanza davvero inaspettato.

Un playboy, un uomo di famiglia e un ex-pugile entrano in un bar… Sembra l’incipit di una barzelletta, e invece è fondamentalmente la situazione in cui ci ritroviamo verso metà film, e a cui arriveremo man mano che gli eventi sullo schermo avranno luogo, raccontate da tre punti di vista differenti, quelli, appunto, dei tre protagonisti. Il gruppetto che si è formato così, un po’ per caso, a causa delle circostanze, non è nemmeno un vero gruppo: ognuno di loro ha in mente un obiettivo, una vita migliore a cui aspira, con delle motivazioni del tutto differenti dagli altri. Stremati dalla dura realtà, Luigi e Alvise ideano un piano per impadronirsi dei soldi che normalmente trasportano con il furgone portavalori di cui sono incaricati. Al colpo partecipano anche, con ruoli e rilevanza diversa, Luciano (Giuseppe Ragone) e Gina (Mariela Garriga), mentre ne rimangono all’oscuro la moglie di Alvise, Bruna (Susy Laude), e la ragazza frequentata da Luigi, Anna (Matilde Gioli).

Colpo che occuperà una buona metà della pellicola, mentre per il resto del lungometraggio avremo a che fare con le sue conseguenze, oltre che ai diversi approcci forniti dal triplice sguardo all’intera vicenda.

Più serio di quanto ci si possa immaginare, il racconto messo in atto da Alfieri e dallo stuolo di attori a disposizione, che qui si cimentano in dei ruoli che i più potrebbero ritenere anticonvenzionali, basandosi su i personaggi che hanno finora portato sullo schermo (De Luigi, in particolare, sembra aver stupito particolarmente il pubblico in sala per la sua intensità drammatica, specialmente vista la sua attitudine per la commedia), Gli Uomini D’Oro insiste in 110 minuti di coinvolgente cinema, né troppo scontato (anzi, difficilmente prevedibile in fatto di impostazione e risoluzione), né troppo “impastato”. La commistione di generi può provocare un leggero stracciamento in fase iniziale, ma funziona, e permette un diverso aggancio a quelli che sono desideri, problematiche, idiosincrasie, timori e aspirazioni comuni a tutti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Bravo dunque il trio protagonista, buona performance anche da parte del cast di supporto, con le donne “di casa” – si fa per dire – che muovono i tasselli giusti (sbagliati) al momento giusto (sbagliato), per far sì che la storia finisca come deve finire… In un qualche modo.

Troverete Gli Uomi D’Oro dal 7 novembre al cinema.

Laura Silvestri

Info 

Titolo: Gli Uomini D'Oro

Durata: 110'

Data di Uscita: 7 novembre

Regia: Vincenzo Alfieri 

Con:

Fabio De Luigi, Edoardo Leo,

Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone, 

Mariela Garriga, Matilde Gioli, 

Susy Laude, Gian Marco Tognazzi

Distribuzione: 01 Distribution