Goldstone – La Recensione

Qui, anche la più piccola pietra può provocare una frana imponente.

“Non è un paese per giovani donne” 

In una Goldstone fatta di tramonti rosa, container, roulotte dispersi nella sabbia e corruzione, il detective Jay Swan, uomo di poche parole e dal triste passato, dovrà indagare sul caso della scomparsa di Mei Zhang, una ragazza cinese.

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Attraversando l’unica strada che porta alla mineraria cittadina australiana di Goldstone, il detective Jay Swan (Aaron Pedersen), sbandato nella guida e incline allo scolare l’ultimo goccio dalla bottiglia, fa il suo primo incontro con Josh (Alex Russel), un giovane poliziotto, che sulle prime appare come l’unico garante della sicurezza della città, l’uomo che dovrebbe reprimere quella corruzione che invece “guadagna sempre più terreno”.

E mai espressione sembra essere più adatta: infatti gran parte dell’aspetto illegale della storia riguarda proprio il sospettabile ampliamento territoriale della miniera Furnace Creek, che dovrà estendersi per l’intero bacino aureo.

Come spiega il sindaco Maureen (Jaki Weave), per ottenere tale concessione occorre l’approvazione degli indigeni. Dato che potrebbero presentarsi “migliaia di intoppi burocratici”, il compito che la donna assegna a Josh è proprio quello di contenere possibili le complicazioni. Va da sé che tra queste si aggiunge immediatamente l’arrivo di Swan che, per trovare la giovane scomparsa, potrebbe venire a conoscenza dei vari traffici del sindaco Maureen, il cui motto è lapidario: “Qui, anche lapiù piccola pietra può provocare una frana imponente. E non siamo molto gentili con chi arriva e lancia le pietre senza ragione.”

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 Dopo Mystery Road (2013), Ivan Sen torna a dirigere un nuovo capitolo delle vicende dell’ispettore Jay Swan, dedito all’alcol dopo la perdita della figlia.

Per alcuni versi Goldstone sembra strizzare l’occhio all’aspetto sociale dei vecchi film western, quelli in cui un personaggio dalla discutibile moralità si rivela essere un puro.

Swan, che appare sempre come un uomo molto sporco, malcurato e sbronzo è “il buono” della vicenda, così come la prostituta “on the road”, Anne “Pinky” (Kate Behan), che si rivela essere una preziosa aiutante. Allo stesso tempo, il sindaco Maureen, che compare sempre così elegante e curata al punto da stonare con la polvere del deserto, diventa il personaggio più viscido dell’intero film.

Interessante è la “firma” dei loschi accordi della donna: la consegna di una torta di mele a coloro che devono tenersi alla larga dai suoi affari. E se una mela al giorno leva il medico di torno, una torta sicuramente ha un raggio di azione molto più ampio.

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Il genere del film sembra oscillare tra il thriller e il noir: non mancano infatti le sparatorie, le scene di inseguimento in auto, le supposizioni fatte dai due poliziotti, le – più o meno – false piste che gli vengono fornite e i depistaggi del caso. Tutto questo dovrebbe conferire un senso di dinamicità che però va perdendosi a causa della presenza di numerose sequenze troppo lunghe e quasi prive di un commento audio.

Le musiche diventano dei suoni ambientali, i dialoghi sono composti da moniti coloriti da un linguaggio scurrile per far sottolineare l’estrazione sociale di un determinato personaggio.

Dati pleonastici.

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Un valido punto di forza sta nella pittoresca fotografia, curata dallo stesso Sen: i campi totali e le riprese dall’alto evidenziano la bellezza dei territori australiani, soprattutto nelle sequenze girate al tramonto.

In aggiunta, vanno menzionate anche quelle inquadrature dedicate alle insegne al neon dei container adibiti a pub, o quella sulla roulotte “Pinky’s” di proprietà di Anne.

In definitiva, Goldstone è un film che potrebbe catturare quella fetta di pubblico che si lascia raccontare delle storie composte da trame e fitte sottotrame, colorite da personaggi con un passato che riaffiora in maniera decisiva e che, spesso, determina le loro scelte.

Un consiglio che vi diamo è quello di non trascurare i dettagli, perché è lì che risiedono il diavolo e le soluzioni delle varie vicende.

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Goldstone uscirà nelle sale italiane l’8 agosto, distribuito da Movies Inspired.

Lucrezia Roviello

 

Info

Titolo: Goldstone

Data di uscita: 8 agosto 2019

Durata: 110’

Regia: Ivan Sen

Con: 

Aaron Pedersen, Alex Russell, 

Jacki Weaver, David Wenham, 

Pei-pei Cheng, David Gulpilil, Linda Chien

Distribuzione: Movies Inspired


Men In Black: International – La Recensione

Una buona occasione per essere sparaflashati

Molly ha un sogno: poter entrare a far parte dell’incredibile organizzazione segreta dei Men in Black, impegnata da sempre nella supervisione dei rapporti tra gli alieni e la terra. Con tenacia e faccia tosta, Molly convincerà la direttrice di essere all’altezza del ruolo, meritandosi così di entrare a far parte del team come Agente M. Nella sede londinese dei M. i. B., intanto, c’è qualcosa che va storto, e questa sembra essere l’occasione giusta per dimostrare davvero quanto vale.

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Gli ultimi tempi, si sa, sono davvero prolifici per quanto riguarda la rinascita di quei prodotti audiovisivi cult, risalenti più o meno al periodo in cui noi millennials riavvolgevamo le cassette con una matita e facevamo deperire poveri ed innocenti Tamagotchi. Purtroppo, non sempre l’effetto è quello desiderato, e l’operazione rischia di avere delle controindicazioni.

In Men In Black: International, che si proprone come quarto episodio della fortunata saga, iniziata nel 1997, degli uomini in nero, non sono più Will Smith e Tommy Lee Jones a fare da mattatori, e anche questo fa sentire tanto il suo peso. Mosso da una ricerca di approvazione legata alla difficile eredità, unita al bisogno disperato di rendere la storia più aperta alle problematiche contemporanee, dispiace dire che il film non ottiene niente di tutto ciò.

Ma partiamo dall’inizio: siamo nel 1996, Molly è una bimba quando dalla finestra di camera sua vede gli agenti Men in Black sparaflashare i suoi genitori, e un cucciolo di alieno si è rifugiato in camera sua dopo essere fuggito. Da quel momento il suo desiderio più grande sarà (per ragioni evidentemente a noi ignote) quello di entrare a far parte di questo “mondo nascosto”, e soprattutto possedere un neuralizzatore.

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Son passati parecchi anni, e ormai Molly è un’adulta (qui interpretata da Tessa Thompson); in barba a tutte le contromisure per poter rimanere nell’ombra, lei conosce benissimo il lavoro dei M. i. B. e in maniera imbarazzantemente facile riesce ad accedere al quartier generale; l’”infiltrata” viene mandata dalla direttrice, l’agente O (Emma Thompson), la quale con riluttanza le spiega che non si viene assunti, bensì “reclutati”. Molly è una testa dura, e in qualche modo convince l’agente O a concederle un periodo di prova.

Reclutata nella sede londinese, M sarà affiancata niente meno che all’agente H (Chris Hemsworth) – considerato alla stregua di un eroe da tutti, tranne che dall’agente C. H e M (sì, sì, se non l’avete afferrata, è proprio H&M, non è divertentissimo? Ecco, infatti) cercheranno di risolvere un problema che sembra avere a che fare con la poco raccomandabile razza aliena degli Hive. Comincia così la loro missione, che li porterà in Marocco, a Parigi e a Napoli (dove l’agente H avrà a che fare con la sua ex fiamma, un’aliena malavitosa), a bordo dell’ultratecnologica e superaccessoriata automobile “aziendale” – l’unico vero e genuino lascito dell’essenza della trilogia originale.

Perché tanto fervore? L’oggetto cardine di tutto l’intrigo è l’arma più potente mai vista sulla terra, che finisce incredibilmente nelle mani di M.
Intanto i due agenti vengono costantemente intercettati, e non può che significare una cosa: una talpa all’interno dell’organizzazione.

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È da ammettere che l’interazione di Hemsworth con la Thompson risulta la cosa più indovinata di Man in Black: International; d’altronde, già collaudati dalla Marvel, per la quale vestono i panni di Thor e Valchiria, hanno la giusta intesa e sanno essere in alcuni punti davvero divertenti. A dargli man forte la simpatica bestiolina/pezzo di scacchiera, affettuosamente chiamato Piedino. Purtroppo è la costruzione dei loro personaggi a non funzionare più di tanto; Molly si inserisce nella storia come una “novellina”, ma sa tutto, è brava in tutto e al di là di questo non presenta la minima evoluzione alla termine dell’arco narrativo. H si rivela essere sostanzialmente un inetto con tanta fortuna e pochissimo giudizio, e non viene sviluppato abbastanza per poter poterlo descrivere in più parole.

Non si riesce a trovare, in una trama di per sé abbastanza basilare e per niente coraggiosa, un equilibrio tra l’atmosfera da spy story britannica, la fantascienza e il quasi disperato bisogno di smorzare i toni con l’inserimento casuale di ironia spicciola, memore dell’operazione compiuta da Taika Waititi in Thor: Ragnarok. È doveroso aggiungere che un punto di forza della trilogia era l’ingegno avveniristico delle ambientazioni e delle trovate tecnologiche, insieme all’ottima fattura (specie per l’epoca) dei mostri alieni; qui, nel 2019, sembra onestamente essersi fatto un passo indietro in questo senso.

In buona sostanza, questo Men in Black si potrebbe definire poco ispirato, o ispirato solo dall’imperante nostalgia anni ‘90 che sembra aver inglobato l’industria cinematografica dell’ultimo periodo. È un peccato, soprattutto per coloro che hanno riso e seguito le avventure degli inimitabili Agente J e Agente K.

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Men in Black: International è dal 25 Luglio al cinema.

Cristiana Carta

Info


Titolo Originale: Men in Black: International


Durata: 115’


Data di Uscita: 25 Luglio 2019


Regia: F. Gary Gray


Con: 

Chris Hemsworth, Tessa Thompson, 

Liam Neeson, Rafe Spall, Emma Thompson


Distribuzione: Sony Pictures Entertainment

The Boys – La Recensione Dei Primi Due Episodi Della Serie Amazon

Attenti ai Supereroi

Quello di The Boys è un mondo dove i supereroi non sono dei semplici vigilanti mascherati: sono celebrità, autorità, quasi divinità. Ma cosa accade quando coloro scelti dal fato (o dalle indagini di marketing studiate a tavolino) abusano del loro potere?

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A pochi giorni dall’uscita su Amazon Prime Video di The Boys, la serie tv ideata da Eric Kripke, Seth Rogen e Evan Goldberg, e basata sull’opera a fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, noi di Time Stone Entertainment vogliamo raccontarvi le nostre impressioni sui primi due episodi.

Tutto ha inizio quando, in una giornata apparentemente come le altre, si verifica un tanto bizzarro quanto fatale incidente: Robin (Jess Salgueiro) viene investita e letteralmente ridotta in brandelli dal superveloce A-Train (Jessie T. Husher), un membro dei Seven, gli eroi puù popolari d’America. L’accaduto porterà l’altrimenti calmo e pacato Hughie (Jack Quaid) a nutrire un forte risentimento per il colpevole della morte della ragazza e la categoria a cui appartiene. Dal suo incontro con Billy Butcher (Karl Urban) e una serie di eventi che li porterà a tu-per-tu con gli indivui dotati di poteri e popolarità fuori dall’ordinario, Hughie e il gruppo che diverrà presto noto come The Boys “dichiareranno guerra” ai supereroi (più super, che eroi).

Questi i presupposti da un lato dell’imminente conflitto, ma che dire dell’altro? L’ingenua Annie (Erin Moriarty) a.k.a. Starlight, fin da che riesca a ricordare, non ha desiderato altro che divenire una paladina della giustizia, proprio come i suoi idoli. Quando verrà scelta tra tutti come nuovo membro dei Seven, la ragazza verrà a conoscenza della dura realtà: non è tutto oro quello che luccica, e non tutti i supereroi sono brave persone, anzi…

C’è un motivo ben preciso se alcuni tra gli aggettivi più utilizzati per descrivere lo show finora sono “irriverente”, “divertente”, “sfacciato”, “folle”… Perchè è esattamente così che si presenta The Boys, non a caso già da molti paragonato al Watchmen di Zack Snyder (e risalendo al cartaceo, Alan Moore e Dave Gibbons).

E in effetti, la serie di Amazon sembra quasi raccogliere il testimone dalla pellicola di Snyder, portando sul piccolo schermo delle figure avide, arroganti, corrotte, a volte perfino spietate, che non mettono al primo posto gli ideali tanto decantati dai supereroi a cui ormai siamo abituati – anche grazie all’avvento della Golden Age dei cinecomic firmata Marvel e DC – e che sono per noi il punto di riferimento sull’argomento.

E proprio un così favorevole contesto permetterà allo show di vedere moltiplicati i risultati dei suoi sforzi – il fatto che la serie sia stata rinnovata per una seconda stagione ancor prima del suo debutto ne è un’ulteriore riprova -; perchè non si possono infrangere delle regole se prima non ne vengono stabilite, e se si può dire che MCU e DCEU (quest’ultima principalmente in ambito televisivo) hanno finora tracciato un più o meno delinato confine, state pur certi che The Boys non solo, a modo suo, lo supererà, ma si preoccuperà anche di sbrecciarlo e imbrattare l’intera area con il suo marchio di fabbrica.

Conscia del panorama sociale attuale, degli argomenti e delle problematiche più rilevanti, la serie non si limita a trarne spunto per poi semplicemente tesservi intorno una trama, ma rielabora completamente gli elementi della realtà e, senza remore né finto pudore, si prende gioco del politically correct, della falsità e della superficialità dilaganti, portando lo spettatore a riflettere sul mondo che lo circonda.

Con una sceneggiatura convincente, un casting più che azzeccato, la giusta dose di ironia, azione, dramma e perchè no, anche di splatter, e un materiale di base che già da solo avrebbe potuto garantire un prodotto dalla qualità quantomeno discreta, The Boys si accinge a diventare un piccolo cult degli anni a venire.

E vogliamo scommettere che non riuscirete a tifare per i (finti) buoni?

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La prima stagione di The Boys sarà disponibile su Amazon Prime Video dal 26 Luglio 2019.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Amazon Prime Video
Info



Titolo: The Boys



Data di Uscita: 26 Luglio 2019



Durata: 8 episodi



Creato Da: Eric Kripke, Seth Rogen,

 
Evan Goldberg



Con:



Karl Urban, Jack Quaid, 



Chace Crawford, Erin Moriarty,



Elisabeth Shue, Anthony Starr,



Jessie T. Usher, Dominique McElligott



Distribuzione: Amazon Prime Video

Spider-Man: Far From Home – La Recensione

Addii, responsabilità, scelte e conseguenze

Il mondo non è più lo stesso dopo gli eventi di Avengers: Endgame e tutti devono imparare a fare i conti con la nuova realtà. Anche l’amichevole Spider-Man di quartiere deve trovare il modo di andare avanti dopo la scomparsa del suo mentore, e il modo migliore sembrerebbe quello di concentrarsi sull’imminente gita scolastica. Ma il lavoro di un supereroe non conosce riposo o vacanze… 

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Quando abbiamo conosciuto il Peter Parker del MCU in Captain America: Civil War, e subito dopo in Spider-Man: Homecoming, Peter  (Tom Holland) era un ragazzo desideroso di mettersi alla prova e un po’ (troppo) spericolato, come d’altronde qualsiasi adolescente alle prese con superpoteri e supereroi.

La vita quotidiana era fin troppo ordinaria per il geniale studente con la passione per la scienza e i film, e l’incontro con gli Avengers non aveva fatto che aumentare la sua voglia di avventure e di essere in grado di poter fare davvero la differenza a questo mondo.

Ma il Peter che ritroviamo dopo Infinity War e Endgame è comprensibilmente cambiato, provato dagli avvenimenti che pochi ragazzi della sua età avrebbero saputo affrontare, come invece si è inaspettatamente trovato a fare lui. E in più, adesso, la figura paterna che lo aveva accompagnato e guidato negli ultimi anni, non c’è più.

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In Spider-Man: Far From Home, il nostro amichevole Spider-Man di quartiere decide di mettere da parte il costume e provare a distrarsi dai recenti avvenimenti, focalizzando la sua attenzione sulla gita scolastica in Europa e su MJ (Zendaya), la ragazza che sta goffamente cercando di conquistare.

Ma se Peter vuole stare lontano dai guai, i guai non vogliono stare lontano da lui: gli Elementali, i nuovi villani di turno, stanno portando morte e distruzione sulla Terra, la NOSTRA Terra. Perché stando a quanto racconta il nuovo supereroe in città, Mysterio (un fantastico Jake Gyllenhaal), di Terre ce ne sono tante… Ed ecco che il Multiverso avrebbe fatto la sua comparsa “ufficiale” nel MCU.

Nick Fury (Samuel L. Jackson), Maria Hill (Cobie Smulders), Mysterio e Spider-Man si ritrovano dunque a dover combattere contro queste nuove minacce, ma presto arriveranno delle complicazioni che porteranno il più giovane del gruppo a dover fare una scelta: prendersi definitivamente carico delle responsabilità lasciategli da Tony e dagli altri, o cercare di condurre il più possibile una vita normale?

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La risposta alla domanda sarà sofferta, ma dovrà trovarla in fretta, perché il mondo ha bisogno di credere, e ha bisogno di eroi. Ed è proprio qui che Spider-Man: Far From Home eccelle e mostra tutta la sua complessità: il sequel di Jon Watts non solo si riallaccia perfettamente a Homecoming e all’aspetto teen/coming of age che un film su Spider-Man dovrebbe necessariamente avere, con alta dose di humor incluso, ma affronta anche le conseguenze di eventi tragici e fondamentali come quelli delle pellicole sugli Avengers, senza però mai scadere nel banale, e approfondendo la questione sotto vari punti di vista.

Lo stato d’animo di Peter è uno specchio di quello del resto del mondo, ed è lui il primo a dover ritrovare la fiducia negli eroi e in sé stesso, specialmente dopo la scomparsa di Tony/Iron Man. Ereditare la responsabilità di tenere il mondo al sicuro poteva essere qualcosa di incredibile per il ragazzino del Queens che aveva appena scoperto i propri poteri, ma il Peter che ha combattuto al fianco dei Vendicatori contro la più grande minaccia che l’universo conosciuto abbia mai visto, potrebbe essere incline a volersi godere una gioventù che non durerà poi ancora a lungo, e sarebbe anche difficile da biasimare per questo.

Perciò spazio ai conflitti interiori, spazio alle difficoltà che l’essere un supereroe presenta ora più che mai, specialmente quando sono ancora i propri amici e i propri cari ad essere in pericolo. Dopo i viaggi nello spazio e le battaglie su altri pianeti, spazio alla lotta con le apparenze, le insicurezze, i sentimenti e le verità difficili da accettare. Il tutto, però, sempre in pieno stile Marvel.

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Spider-Man: Far From Home sarà al cinema dal 10 luglio. E mi raccomando, rimanete per i titoli di coda che, come al solito, promettono grandi sorprese.

Laura Silvestri

Info

Titolo: Spider-Man: Far From Home

Durata: 124'

Data di Uscita: 10 luglio 2019

Regia: Jon Watts

Con

Tom Holland, Marisa Tomei, 

Zendaya, Jake Gyllenhaal, Jon Favreau, Jacob Bataillon, 

Samuel L. Jackson, Cobie Smulders

Distribuzione: Sony Pictures

Annabelle 3 – La Recensione

Annabelle: Il ritorno della bambola diabolica

Determinati ad impedire ad Annabelle di continuare a seminare il caos, i demonologi Ed e Lorraine Warren portano la bambola posseduta nella stanza dei manufatti, rigorosamente chiusa a chiave. La coppia mette Annabelle al sicuro dietro un vetro consacrato e ottiene la santa benedizione da parte di un sacerdote. Un anno dopo, però, la figlia dei Warren e le sue amiche trascorrono una notte di orrore, dopo aver visitato la senza blindata risvegliando Annabelle e tutti gli spiriti maligni che tornano in vita grazie alla sua mediazione.

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Negli ultimi anni, il cinema horror statunitense è stato dominato dallo scontro a distanza tra New Line Cinema (sussidiaria della Warner Bros) e Blumhouse Productions (alleata con Universal Pictures e Paramount). Gli incassi hanno sorriso ad entrambe le case di produzione e i consensi critici sono arrivati in gran numero sia per lo studio fondato nel 1967 sia per quello costruito con la velocità di un fulmine a ciel sereno da Jason Blum.

Eppure, probabilmente, nonostante una metodologia di lavoro molto austera che punta su budget compresi tra i 3 e i 5 milioni, è possibile dire che Blumhouse si trovi ancora qualche passo avanti rispetto a New Line. Basti pensare che la carriera di James Wan, l’architetto del Conjuring Universe (una sorta di universo horror modellato sull’esempio ben più ampio del Marvel Cinematic Universe), è stata rilanciata proprio dall’intervento di Jason Blum, che, quando nessuno credeva in lui, ha prodotto per il cineasta malaysiano la saga di Insidious. Da quel momento in poi, gli incassi per l’horror hanno subito un’impennata, Wan è passato a lavorare per Warner Bros (ed è anche stato chiamato alla regia di Aquaman) e il modo di fare cinema di Blum ha fatto numerosissimi proseliti, tra cui Gary Dauberman, sceneggiatore della saga di Annabelle.

Un prodotto come The Conjuring ha trasformato lo stile Blumhouse e lo ha adattato a budget lievemente maggiorati. Pochi attori, una sola casa, particolare attenzione nella gestione dello spazio scenico, CGI pressoché assente e profusione di effetti artigianali: queste caratteristiche si sono sposate alla perfezione con l’ossessione per il maligno del cinema di James Wan. Sta di fatto che il franchise di The Conjuring ha dato vita anche a The Nun, ai tre episodi di Annabelle e a La Llorona, affermandosi come uno dei marchi più interessanti nel cinema horror del nuovo millennio. Dopo aver curato le sceneggiature di IT e dei primi due episodi di Annabelle, Gary Dauberman è passato alla regia, occupandosi del capitolo meglio realizzato della saga.

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 È inevitabile: il genere horror nasce dagli anfratti oscuri della nostra anima. Il nero e l’oscurità sono il punto cieco e dark da cui ogni visione deve passare per venire alla luce. E Annabelle ha l’ottimo merito di costruire una modalità di sviluppo particolarmente concentrata sui personaggi che porta in scena. Dopo un prologo azzeccato che coinvolge Ed e Lorraine Warren, la coppia lascia il posto ad attori che traghettano il capitolo verso un target differente.

Fondamentalmente, infatti, il film di Dauberman è un coming-of-age privo dell’aspetto più hardcore del genere. Piuttosto che costruire scene che facciano saltare lo spettatore dalla paura, il regista e sceneggiatore è interessato alla resa dei personaggi, esseri umani fragili i cui traumi orientano ogni loro scelta.

Non sorprende, quindi, trovare un primo atto e mezzo dilatato in cui non succede quasi nulla ma che serve per preparare il terreno ad un terzo atto che deflagra con forza e trascina il film verso il binario del ghost-movie. Nel corso dei 100 minuti circa di durata, Annabelle 3, come fosse un demone, cambia forma, abbraccia lo slasher, il trap-movie e, come già detto, il ghost-movie e persino il dramma adolescenziale.

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Il merito maggiore di questo buon film, tuttavia, risiede proprio nella costruzione della paura e nel trattamento anti-climatico cui è sottoposto lo sviluppo del racconto. Più e più volte, infatti, il regista si diverte ad accumulare tensione che verrà improvvisamente rilasciata in un nulla di fatto.

Un merito a parte va ad una particolare sequenza che gioca con i media e lo spoiler (ma è meglio non anticipare nulla). In definitiva, Annabelle 3 rappresenta un bel passo avanti per la saga ed un ottimo nuovo ingresso per il Conjuring Universe di James Wan.

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Annabelle 3 sarà dal 3 luglio al cinema.

Matteo Marescalco

Info

Titolo originale: Annabelle comes home

Durata: 106'

Data di uscita: 3 luglio 2019

Regia: Gary Dauberman

Con: 

Vera Farmiga, Patrick Wilson, 
Mckenna Grace, Madison Iseman

Distribuzione: Warner Bros. Italia

La Mia Vita Con John F. Donovan – La Recensione

Xavier Dolan vs. Il lato oscuro della critica cinematografica

Un’amicizia fatta di carta e inchiostro tra una star di Hollywood (Kit Harrington) e un suo giovane fan (Jacob Tremblay) è al centro dell’ultimo (anzi, penultimo) film di Xavier Dolan, il primo in lingua inglese, che porta sullo schermo tutti gli elementi tipici dei suoi racconti, ma in una nuova, interessante veste. 

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Sembrava impossibile, ma dopo un’odissea che pareva non avere fine (o meglio, non la fine che speravamo noi), La Mia Vita Con John F. Donovan è finalmente arrivato in Italia grazie a Lucky Red.

Dire che al suo debutto in quel del Toronto Film Festival 2018 il lungometraggio non è stato ben accolto dalla stampa estera, sarebbe un eufemismo: la critica lo ha semplicemente massacrato, dando vita a un metascore di appena 28 su IMDb, e addirittura del 18% su Rotten Tomatoes. Inoltre, il film ha finora trovato distribuzione solo in Italia e in Francia.

Non è ben chiaro il motivo per una tale avversione nei confronti di questa pellicola. Sebbene ognuno abbia diritto alla propria opinione, e non sta a noi giudicare quella altrui, sembrerebbe che Dolan sia riuscito a risvegliare il lato oscuro della critica cinematografica (che, già di suo, non è poi così sopito nemmeno in circostanze normali).

Ma a noi interessa il film in sé, ed è di questo che vi vogliamo parlare. Di come il debutto hollywoodiano di Xavier Dolan, almeno per quanto ci riguarda, ha invece abbastanza convinto. Di come non ci abbiamo visto lo sfacelo a cui faceva riferimento una stampa, forse, un po’ troppo disfattista. E di come La Mia Vita Con John F. Donovan ci abbia coinvolto, emozionato e in alcuni punti anche commosso.

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La storia è basata su due racconti paralleli: quello relativo a John F. Donovan (Kit Harington) e quello relativo a Rupert Turner (Jacob Tremblay), ma filtrati attraverso lo sguardo di un adulto Rupert (Ben Schnetzer), che narra i fatti accaduti a una prima scettica e disinteressata, poi più bendisposta e comprensiva reporter  (Thandie Newton).

L’adulto Rupert ha infatti scritto un libro in cui ha raccolto la corrispondenza epistolare venutasi a creare con il suo idolo, l’attore di Hollywood John F. Donovan, che dopo aver risposto alla sua prima fan mail, ha continuato a scrivere al ragazzino, diventandone amico.

Un’amicizia complicata, però, che ha dovuto affrontare momenti difficili, alcuni anche speculari, che hanno riguardato entrambi: i problemi di droga, il soffocamento dell’io dovuto a un’omosessualità repressa, gli svantaggi e le pressioni derivate dal successo, il difficile rapporto con i genitori,  il bullismo, le incomprensioni e la sensazione di estraneità, il desiderio di rimanere aggrappati al proprio sogno.

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Tutto questo e molto altro ci viene raccontato da un Dolan che trasferisce la sua esperienza personale su pellicola – rivediamo molto in Rupert del giovane Xavier, che all’età di otto anni scrisse al suo attore preferito, Leonardo DiCaprio -, ma che per diversi aspetti può benissimo applicarsi anche a molti altri coinvolti nell’industria – lo stesso Harington avrebbe di recente deciso di farsi ricoverare in una clinica di riabilitazione a causa di eccessivo stress e abuso di alcol -.

Con un cast stellare – che include anche Natalie Portman, Susan Sarandon, Kathy Bates e una “magica” apparizione di Michael Gambon -, La Mia Vita Con John F. Donovan dice la sua sul sogno americano, sulla società odierna (anche se gli eventi del film sono ambientati per buona parte nei primi anni duemila) e sulle difficoltà di essere se stessi e andare avanti per la propria strada senza farsi condizionare troppo da chi e cosa ci circonda. E lo fa attraversando le distanze, i continenti e le barriere fisiche, sociali e mentali.

Può piacere oppure no, si può recriminare o meno su determinati aspetti tecnici, ma non si può negare la sincerità di quest’opera e la voglia di far arrivare la propria essenza allo spettatore.

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La Mia Vita Con John F. Donovan è dal 27 Giugno al cinema.

Laura Silvestri

Info

Titolo Originale: The Death And Life Of John F. Donovan

Durata: 123'

Data di uscita: 27 Giugno 2019

Regia: Xavier Dolan

Con: 

Kit Harrington, Jacob Tremblay,

Kathy Bates, Natalie Portman,

 Susan Sarandon, Ben Schnetzer, 

Thandie Newton

Distribuzione: Lucky Red

 

Toy Story 4 – La Recensione

Un giocattolo è per sempre

L’ultima avventura dei giocattoli più amati del mondo del cinema è finalmente arrivata, per la gioia di grandi e piccini. Woody, Buzz e i giocattoli di Andy che sono stati ereditati da Bonnie dovranno accogliere e proteggere il nuovo arrivato, Forky, che la bimba ha costruito con le sue mani durante il primo giorno d’asilo. Ma un viaggio inaspettato è dietro l’angolo…

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Ammettiamolo: quelli di noi che sono cresciuti con la saga di Toy Story e che credevano di aver già pianto tutte le lacrime possibili con il terzo capitolo, Toy Story 3, hanno accolto con scetticismo la notizia dell’arrivo di un quarto film, che ne avrebbe di fatto posticipato l’epilogo.

Ciònonostante, l’hype per la nuova pellicola targata Disney Pixar era comunque alle stelle, sicuramente più per gli adulti – per quanto adulti ci possiamo davvero definire noi Millennials – che per le più giovani generazioni.

Ebbene, Toy Story 4 è finalmente arrivato, e siamo felici di comunicarvi che le aspettative non sono state deluse.

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L’inizio della storia ha un sapore alquanto malinconico: dopo un flashback in cui viene mostrato il destino di Bo Peep e delle sue pecorelle qualche anno addietro, si torna al presente, dalla piccola Bonnie, a cui Andy aveva lasciato i suoi amici più preziosi. Nella nuova casa, però, Woody – doppiato in questo capitolo dal bravissimo Angelo Maggi, a seguito della scomparsa prematura di Frizzi, iconica voce del personaggio – non si sente necessario, in quanto Bonnie spesso dimostra di preferire altri giocattoli a lui.

Deciso a provare il suo valore agli altri e a se stesso, il cowboy si nasconde nello zainetto della bimba e l’accompagna all’asilo per il suo primo giorno. Lì la ragazzina, grazie anche all’intervento di Woody, darà vita a un nuovo giocattolo, Forky, con del materiale raccolto dal cestino.

Sarà questo l’incidente scatenante del film, poiché Woody farà dell’accogliere e proteggere il nuovo arrivato la sua missione principale. Ma una gita in camper non renderà le cose semplici: Forky verrà tenuto in ostaggio in un negozio di antiquariato dalla inquietante Gabby Gabby e i suoi “compari”, e Woddy dovrà trovare il modo di salvarlo.

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In questo frangente farà la sua ricomparsa il personaggio di Bo Peep, ora un giocattolo libero, senza nessun bambino. Questo incontro e il nuovo stile di vita condotto dall’amica spiazzeranno il nostro Woody, ma torneranno utili ai fini della missione di salvataggio. E non solo.

Con nuovi personaggi – fra tutti è doveroso citare la Gabby Gabby di Christina Hendricks, il Duke Kaboom di Keanu Reeves (doppiato in italiano da Corrado Guzzanti), e ovviamente il Forky di Tony Hale (un azzeccatissimo Luca Laurenti nella versione nostrana) -, graditi ritorni e riferimenti al passato della saga, spunti riflessivi non di poco valore e tante emozioni, è impossibile non lasciare un pezzetto del vostro cuore in sala.

Già solo l’arco narrativo di Woody, che comprende e riflette un pò quello di tutti i giocattoli, anche se ha un suo sviluppo e una propria risoluzione personale, basterebbe a coinvolgere emotivamente il pubblico: il senso di inadeguatezza, la paura di aver perso il proprio scopo, il proprio posto nel mondo, conferma ancora una volta il cowboy come uno dei personaggi più umani della saga, se non il più umano in assoluto, e quello in cui è più facile rispecchiarsi. Tant’è che Fede ribadisce più volte in conferenza stampa come gli ricordi la madre e la sua voglia di proteggerlo a tutti i costi «Mi prenderete per pazzo, ma in Woody ci ho rivisto alcuni comportamenti di mia madre, che a volte cerca di essermi vicino senza farsi vedere, cercando di dare il proprio apporto» racconta il cantante, che assieme all’altro membro del duo, Benji, ha realizzato una nuova versione di Hai un amico in me.

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Ma anche il nuovo arrivato, Forky, non scherza in merito: «A differenza di oggi che ci sono tutti i giocattoli già fatti e finiti, lui nasce dal sogno, dalla creatività di questa bambina» spiega Laurenti, che continua dicendo come, secondo lui, al di là del fatto di essere “fatti di plastica”, non ci vede poi tutte queste differenze tra giocattoli e umani «Alla fine, vedendo il film, io mi chiedo dove sia la differenza che c’è tra quello che dicono e provano i giocattoli, e quello che diciamo e proviamo noi. […] Io penso che tutti i giocattoli non siano semplicemente giocattoli, ma creazioni del nostro sentimento. Siamo noi. L’infelice è colui che non crea. I giocattoli e tutte le cose che vengono da noi stessi, dalla stanza del nostro cuore, in realtà sono impregnati del senso che gli diamo».

E tutti i giocattoli, aggiungiamo noi, hanno avuto un ruolo fondamentale nella vita “del loro bambino”. E anche se poi questi dovesse distaccarsene crescendo, o donarlo a qualcun altro, non cambia il calore che ha ricevuto dal suo cowboy, dal suo astronauta, o dalla sua forchetta di plastica preferita. Perchè un giocattolo è per sempre. Specialmente quelli di Toy Story.

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Toy story 4 sarà al cinema dal 26 giugno 2019.

Non perdetevelo!

Laura Silvestri

 

Info

Titolo: Toy Story 4

Durata: 99'

Data di Uscita: 26 Giugno 2019

Regia: Josh Cooley

Con:

Tom Hanks, Tim Allen,

Annie Potts, Keanu Reeves

Christina Hendricks, Tony Hale

Distribuzione: The Walt Disney Company