A Un Metro Da Te – La Recensione

Questione Di Distanze

Stella (Haley lu Richardson) e Will (Cole Sprouse) si conoscono in un reparto dell’ospedale in cui sono entrambi ricoverati, e ben presto si innamorano. Ma la vita, si sa, può giocare scherzi crudeli, e nel loro caso è stata davvero poco magnanima: la fibrosi cistica non permette ai due nemmeno di avvicinarsi, e per evitare il contagio, la distanza di sicurezza da rispettare corrisponde a due metri. Ma Stella, la responsabile e sempre ligia alle regole Stella, questa volta non ci sta, e decide “riprendersi” un metro dalla vita.

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La corrispondenza tra i due sistemi di misura, italiano e anglosassone, è in realtà poco precisa nel nostro caso, perché quei six feet indicati nel film – che diventeranno cinque dopo la decisione di Stella, da qui il titolo originale, Five Feet Apart – equivalgono a poco meno di due metri, mentre i cinque successivi sarebbero più vicini al metro e mezzo.

Ma matematica e licenze poetiche a parte, A Un Metro Da Te rientra in quel tipo di film che accorcia le distanze con lo spettatore – e non solo tra i protagonisti – regalandogli un ciclone di emozioni, e facendolo sentire parte effettiva di ciò che sta avvenendo sullo schermo.

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Grazie a una buona sceneggiatura – da accreditare a Mikki Daughtry e Tobias Iaconis – e a una decisa guida dietro la cinepresa ad opera di Justin Baldoni, la storia di Stella e Will – che trae ispirazione dalla lotta di Claire Wineland con la stessa malattia – non si carica di sfumature caricaturali o espedienti volti a catturare l’attenzione dei teenager (sicuramente tra i più presenti nel target di riferimento della pellicola), ma riesce a scorrere leggera e indisturbata per gran parte del tempo, pur mantenendo quella serietà e quell’accuratezza necessarie nel portare sullo schermo un argomento del genere.

A colpire particolarmente sono le interpretazioni dei giovani protagonisti, Cole Sprouse e Haley Lu Richardson, che centrano pienamente il bersaglio, e riescono a sostenere alla grande il “peso” del film, e dei loro personaggi. Anche Moises Arias e Kimberly Hebert Gregory aggiungono colore alla storia, facendo tesoro di due ruoli sì secondari, ma fondamentali.

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È la meticolosa costruzione dei personaggi principali, infatti, a rappresentare uno dei punti di forza della pellicola: la testardaggine e l’ostinazione di entrambi i ragazzi viene messa duramente alla prova, sia da loro stessi – che si sfidano, si cambiano e si migliorano a vicenda -, che da parte della vita – con il suo fedele compagno, il destino -, che per ogni gioia che gli riserva, nasconde un dolore dietro l’angolo.

Ma nonostante ciò, i tratti principali di ognuno restano scolpiti nella memoria dello spettatore, così come i legami che si creano tra di loro, e danno vita a una narrazione che si rifiuta di scadere eccessivamente nel cliché di genere, e preferisce mantenere una sua precisa identità.

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L’unico appunto che possiamo fare è la differenza di tenuta dell’ultimo atto rispetto ai precedenti, derivata da una scelta narrativa come quella delle scene sul lago ghiacciato, forse poco in sintonia con il resto perché un tantino over-the-top – mentre come abbiamo già detto, uno dei vanti del film è quello di mantenere la giusta misura e il giusto equilibrio per buona parte della sua durata -.

In ogni caso, A Un Metro Da Te riesce a spostare la conversazione su un problema reale come la fibrosi cistica, senza renderla un mero strumento ai fini dell’intrattenimento, inserendola invece con abilità nel corpo narrativo, e ricevendo anche il patrocinio della LIFC (Lega Italiana Fibrosi Cistica). E, soprattutto, ha successo nell’accorciare tutte le distanze, diegetiche e non.

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In libreria potrete trovare anche l’omonimo romanzo edito da Mondadori, mentre all’anteprima romana del 21 marzo – ore 21.00, The Space Cinema Parco De Medici – saranno presenti anche gli attori Marco Bocci e Tommaso Ramenghi. L’incasso della serata, assieme a quello dell’anteprima milanese – sempre il 21 alle ore 21.00, al Notorious Cinemas Centro Sarca di Sesto San Giovanni – andrà a  sostegno del progetto CASE LIFC per l’accoglienza gratuita delle famiglie e dei pazienti nel periodo del post-trapianto.

A Un Metro Da Te sarà al cinema dal 21 Marzo.

Laura Silvestri

Info

Titolo: Five Feet Apart

 Durata: 116' Data Di Uscita: 21 Marzo 2019 

Regia: Justin Baldoni 

Con: 

Cole Sprouse, Haley Lu Richardson, 

Claire Forlani, Moises Aria, 

Emily Baldoni, Parminder Nagra, 

Kimberly Hebert Gregory 

Distribuzione: Notorious Pictures

Escape Room – La Recensione

Riuscirai a scappare?

Sei individui senza apparenti connessioni tra loro rimangono intrappolati in una finzione sin troppo reale: dopo aver ricevuto delle misteriose scatole di forma cubica, vengono convinti dagli altrettanto misteriosi artefici dell’enigma a prender parte ad una escape room. Quello che però non sanno, è che saranno le loro stesse vite ad essere in gioco.

Il regista di Insidious: L’Ultima ChiaveAdam Robitel, si prodiga ancora una volta nel genere del thriller psicologico, sfruttando per l’occasione il fenomeno che ormai da alcuni anni ha catturato l’interesse di molti, specialmente dei giovani: l’escape room.

Nell’omonimo film, i sei sconosciuti – quattro uomini e due donne, di età varia (Logan Miller, Jay Ellis, Tyler Labine, Nik Dodani, Deborah Ann WollTaylor Russell) -vengono invitati a partecipare a una sorta di caccia a tesoro, il cui obiettivo è riuscire ad uscire dalla stanza in cui sono rinchiusi.

In Escape Room, però, non solo le stanze sono molteplici, ma lo sono anche i rischi corsi dai protagonisti. Un po’ in stile Saw – L’Enigmista, un po’ Quella Casa Nel Bosco, i personaggi vengono inseriti in una finzione (videosorvegliata) che si rivelerà essere più che reale, e da cui solo i più svegli e pronti all’azione ne usciranno vivi.

Sia concettualmente che a livello pratico, Escape Room cattura l’attenzione del pubblico, e lo invoglia a sapere di più, sia sul passato dei personaggi – che, come vedrete, è un punto focale del racconto – sia sull’effettiva situazione in cui si sono ritrovati. Nonostante sia abbastanza prevedibile il risultato finale, le modalità con il quale vi si arriverà mantengono all’erta lo spettatore, che tenta, assieme ai protagonisti, di scovare possibili indizi utili.

Indizi che però, come apparirà sempre più evidente, non vengono subito messi a disposizione dell’audience, perché connessi agli eventi passati – e a noi mostrati solo di volta in volta – dei personaggi (da qui la centralità di questi ultimi). Dettaglio che potrebbe, in effetti, giocare a sfavore dell’atto partecipativo, ma che in realtà inibisce solo in parte, inficiando solo relativamente la fruizione.

I personaggi più interessanti sono forse quelli che meno ci si aspetterebbe: se, infatti, sembra palese la rilevanza di Zoey (Taylor russell) e Ben (Logan Miller) ai fini della trama ultima, sono Jay (Jason Walker), Amanda (Deborah Ann Woll) e Danny (Nik Dodani) a rubare la scena, mentre rimane fondamentalmente di scarso interesse Mike (Tyler Labine).

Con qualche cliché più ricorrente nel genere, e con alcune nuove trovate ben piazzate, anche l’architettura del “gioco” sembra fare il suo lavoro, perdendoforse solo nell’ultimo atto di smalto.

Escape Room non è quindi né la prima, né l’ultima delle pellicole ad utilizzare determinati schemi narrativi, specialmente se inserita nel suo genere di riferimento, ma non per questo non può rappresentare una valida aggiunta alla vostra watchlist.

Escape Room sarà al cinema dal 14 marzo.

Laura Silvestri

 

Info

Titolo Originale: Escape Room

Durata: 99'

Data Di Uscita: 14 Marzo

Regia: Adam Robiole

Con:

Taylor Russell, Logan Miller, 

Deborah Ann Woll, Jay Ellis, 

Tyler Labine, Nik Dodani, 

Yorick van Wageningen

Distribuzione: Warner Bros.

 

Un Viaggio A Quattro Zampe – La Recensione

Per Un Pezzettino Di Formaggio

Bella è una cagnolina che ha vissuto a lungo tempo rintanata nell’incavo di un edificio abbandonato, in compagnia di numerosi gatti. Un giorno viene trovata da Lucas, che deciderà di portarla con sé ed adottarla, nonostante il contratto della casa in cui vive assieme alla madre non lo permetta. Una serie di eventi porterà Lucas e la madre a doversi trasferire, e a lasciare Bella con degli amici in una città a 400 miglia da casa loro, anche se solo per il periodo del trasloco. Ma la cagnolina, desiderosa di rivedere al più presto il suo padroncino, troverà il modo di scappare dalla sua temporanea sistemazione, e da sola intraprenderà un viaggio irto di ostacoli per tornare a casa.

Non è facile resistere alla dolcezza di un cucciolo, e difficilmente si riesce a rimanere impassibili quando ci sono di mezzo i nostri amici a quattro zampe. Per questo molti entrano al cinema sapendo che, probabilmente, verseranno più di una lacrimuccia durante una pellicola con loro protagonisti.

Il film diretto da Charles Martin Smith, Un Viaggio A Quattro Zampe,  – basato sul libro Una Casa Per Bella di W. Bruce Cameron – sembra esserne perfettamente consapevole, e impiega ogni mezzo a sua disposizione per mantenere viva la tradizione.

Dalla protagonista assoluta, una tenera cagnolina dagli occhioni ambrati, alla complicata situazione in cui si ritrova per via dell’intolleranza e dell’avidità umana, il lungometraggio punta – con risultati altalenanti – a far commuovere lo spettatore, attento a seguire ogni passo di Bella.

Il sentimento intrinseco della storia è sicuramente lodevole, e condivisibile da chiunque abbia un cuore – e non solo dai padroncini di cani, gatti o simili -, e  il film ha il grande merito di affrontare questioni di rilievo come l’ingiusto trattamento riservato ai cani randagi, specialmente se etichettati come pericolosi per via del loro aspetto – nello specifico, quali sono gli estremi per determinare l’appartenenza o meno del cane alla categoria dei pit bull, la cui supposta pericolosità non ne permette la circolazione in strada? -.

Eppure, se trova la sua forza proprio in questi elementi, e nelle scene di quotidianità con Bella (Shelby, a cui presta la voce, almeno in originale, Bryce Dallas Howard), Lucas (Jonah Hauer-King) e la mamma (Ashley Judd), – chi a casa ha un cucciolo, si ritroverà tantissimo nelle piccole cose, qui dipinte in maniera davvero accurata, come l’inusuale amore dei cani per il formaggio – e quelle al centro di riabilitazione per veterani – altra tematica di grande importanza, come l’affetto altrui, non importa se umano o no, possa effettivamente aiutare a riprendersi anche dai grandi traumi – Un Viaggio A Quattro Zampe si perde proprio sulle parti che avrebbero potuto elevarlo a must del genere.

Nonostante il pubblico di riferimento potrà probabilmente dirsi abbastanza soddisfatto del risultato – è sicuramente una pellicola dedicata principalmente a famiglie e bambini, anche se un paio di scene potrebbero sembrare meno accessibili per questi ultimi -, non si può sorvolare sull’assurdità di alcuni passaggi (come il felino in CGI di cui proverà ad occuparsi Bella durante il suo viaggio, o la serie di incidenti a catena causati dalla stessa in autostrada), che farebbero storcere un po’ il naso anche al più disincantato dei bimbi.

Anche l’aver dato una voce umana a Bella – seppur funzionale ai fini narrativi – contribuisce forse a diminuire il grado di empatia nei suoi confronti, piuttosto che aumentarlo.

Ma pro e contro a parte, ciò che rimane davvero di Un Viaggio A Quattro Zampe è l’affetto incondizionato che gli animali possono provare nei confronti degli uomini, e la grande capacità di amare che quest’ultimi possono imparare ad avere (o ricordare di avere) nei confronti non solo dei loro amici a quattro zampe, ma anche l’un l’altro.

In fondo, a volte basta davvero anche solo… un pezzettino di formaggio!

Un Viaggio A Quattro Zampe sarà al cinema dal 14 Marzo.

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Warner Bros.
 Info

Titolo Originale: A Dog's Way Home

Durata: 96'

Regia:  Charles Martin Smith

Data di Uscita: 14 Marzo 2019

Con: 

Ashley Judd, Jonah Hauer-King, 

Edward James Olmos, Alexandra Shipp,

Wes Studi, Bryce Dallas Howard

Distribuzione: Warner Bros. Entertainment

The Guilty – Il Colpevole — La Recensione

Le sfumature del senso di colpa

Un centralinista del pronto intervento di Copenaghen riceve la telefonata di una donna in pericolo. Ben presto si rende conto che la faccenda è molto più inquietante e delicata di come appare. Basteranno il suo sangue freddo e la sua tenacia a risolvere la situazione?

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Il regista danese Gustav Möller mette in piedi un gruppo tecnico costituito in sostanza dai suoi colleghi alla National Film School Of Denmark, e sforna una delle produzioni più interessanti dell’ultimo periodo nell’ambito del genere thriller.

Tutto prende il via quando il regista decide di ispirarsi ad una reale telefonata al 911.

 La storia che si delinea è presto detta: Asger (Jacob Cedergren) è un agente di polizia di Copenaghen, relegato però al centralino per le emergenze. Giunto al termine di un turno che sembra quasi annoiarlo – tra ubriachi molesti e uomini che si vergognano di ammettere che a rapinarli è stata una prostituta – all’improvviso riceve una telefonata che lo mette all’erta.

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Iben, la donna all’altro capo del telefono, finge di parlare con la figlia, ma è chiaro fin da subito che cerca aiuto dopo essere stata sequestrata. L’agente – sempre fermo alla sua postazione – si adopera in tutti i modi per rintracciare il veicolo da cui donna sta chiamando, così da poterla aiutare.

Perché così tanta premura, al punto da non voler abbandonare il turno ormai terminato da un pezzo? È qui che affiora un pezzo importante del mosaico: Asger è sempre stato un poliziotto impulsivo, e ha fatto cose per cui ha dovuto pagare al cospetto della legge, e non solo… I sensi di colpa più laceranti lo tormentano incessantemente.

Abbiamo, insomma, un protagonista che col suo telefono diventa l’unico nostro contatto con gli eventi che si delineano durante il film, e una sola, ristretta ambientazione (il centralino) che riesce comunque a trasportarci per le strade trafficate e mostrarci quello che non ci è permesso vedere. Non è per niente facile sottostare a questi limiti imposti, e  non è per niente facile farlo riuscendo a sfoggiare, ad ogni modo, una massima credibilità. Eppure, qui, ci si riesce.

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Si punta tutto sull’espressività magnetica dell’unico attore in primo piano e sulle immagini che si imprimono potentemente attraverso il solo supporto vocale. Paradossalmente, però, sono i silenzi a riversarsi sulla pelle come acqua gelata, togliendo il respiro, e generando tensione perfetta. Inoltre, suo modo, anche l’angusto scenario “vive”: dall’iniziale illuminazione fredda e asettica ci ritroviamo gradualmente catapultati nell’oscurità, culminando con una fioca e angosciante luce rossa utilizzata ad arte. 

In linea con il film, anche la conferenza, con l’attore danese ma di origini svedesi Jakob Cedergren, è stata molto interessante. Con quella compostezza tipica della Scandinavia, Jakob ha raccontato di non aver avuto difficoltà nel lavorare “in maniera così ristretta”, potendo relazionarsi quasi esclusivamente attraverso un telefono: «questo ha a che fare con il regista» ha affermato, «Gustav ha creato veramente un’atmosfera giusta, per cui si è svolto tutto in maniera molto naturale. Come se fossi stato veramente in quella situazione. Io parlavo al telefono ma… Era tutto dal vivo!».

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Dopo avergli accennato il fatto che Jake Gyllenhaal avrebbe comprato il soggetto in vista del remake americano commenta: «Lo prendo come un omaggio. Mi auguro che riescano a renderlo una cosa loro, perché diversamente non potrebbe funzionare». Ha poi candidamente ammesso che, nonostante le numerose esemplari prove cinematografiche sulla scia dei “personaggi sempre al centro della scena e sempre in un solo posto”, lui si ispira alla vita vera, a ciò che lo circonda… Ed effettivamente, gli studi affrontati sul campo danno i loro frutti, e sembrano aiutare non poco la costruzione scenica della pellicola.

Senza andare oltre, per non rischiare di rovinare il delicato e raffinato lavoro di suspense, The Guilty – Il Colpevole è un vero e proprio gioiellino che può nascere soltanto quando la narrativa di genere si fa cinema d’autore.

The Guilty – Il Colpevole è al cinema dal 7 Marzo.

Cristiana Carta

 

Info

Titolo Originale: Den Skyldige

Durata: 85’

Data di Uscita: 7 Marzo 2019

Regia: Gustav Möller

Con: 
Jacob Cedergren, Jessica Dinnage (voce),
 Omar Shargawi (voce), Johan Olsen (voce)

Distribuzione: BiM, Movies Inspired

Cocaine – La Vera Storia Di White Boy Rick — La Recensione

Istruzioni per (non) uscire dal baratro

Rick, un ragazzino nella Detroit degli anni ’80, sta entrando a far parte di qualcosa parecchio più grande di lui; le premesse non sono certo buone, con una madre che ha abbandonato la famiglia, un padre che vende armi modificate abusivamente ed una sorella tossicodipendente. Dopo essere diventato informatore dell’FBI, sarà lui a pagare il prezzo più alto, ma soprattutto a rimanere, suo malgrado, nella storia.

Il contesto suburbano di Detroit nel 1984 può sembrare lontano anni luce da quello che la Bigelow ci aveva voluto mostrare, qualche tempo fa, nel film che prendeva il nome della cittadina. Sembrano lontani anni luce quei tremendi anni Sessanta. Ma come si suol dire, alcune cose non cambiano mai. Rick Wershe (Richie Merritt) ha solo quattordici anni nell’84, e un padre (Matthew McConaughey) che lo porta alle fiere per poter rivendere armi da sparo abilmente modificate, così da poter guadagnare qualche soldo.

Tra degrado e attività poco lecite, il padre ha sempre cercato di mantenere in piedi un paletto: per quanto scarseggino i soldi, in casa sua nessuno mai si deve permettere di vendere droga; tanto più visto che la disastrata sorella maggiore di Rick (Bel Pouley) ha enormi problemi di dipendenza. Tutto ciò che vuole Richard Sr. è racimolare il tanto che basta per poter aprire una videoteca, e finalmente sistemare le cose. I federali, intanto, conoscono molto bene i giri del padre, e pensano bene di fare una proposta a Rick…

Quello che gli viene chiesto è assurdo e inaudito: il ragazzo dovrebbe infiltrarsi per loro niente meno che nelle partite di droga più grosse, come spacciatore, il tutto senza nessuna reale garanzia o protezione. Ma l’ultima cosa che vorrebbe fare è rifiutare l’opportunità di mettersi in tasca una spropositata quantità di soldi.  Rick ci sa effettivamente fare, e finirà sotto l’ala del boss di una delle bande più potenti che si contendono la zona.

Ci sono due dettagli che hanno dell’incredibile in tutta questa faccenda: la storia davanti ai nostri occhi è sostanzialmente accaduta per davvero, e un giovanotto apparentemente imberbe e bianco come il latte è stato realmente accolto tra i malavitosi afroamericani più pericolosi, prendendosi la nomea di “White Boy Rick”. Eppure è così, ma non solo: come ogni adolescente, Rick è volitivo, e dopo aver rotto l’accordo con gli agenti, decide di mettersi “in proprio”. Sarà lo scivolone finale all’interno di un meccanismo che già stava prendendo una brutta china. 

Ci appare abbastanza chiaro che ad essere in discussione è il comportamento poco corretto degli agenti federali – volendo, delle forze dell’ordine in generale, e il sottovalutato Detroit ce lo aveva già mostrato. I componenti della famiglia Wershe, di contrasto, subiscono a tutti gli effetti un processo di umanizzazione: quella del padre è una figura che ci viene presentata come cinica, inetta e truffaldina, per poi scoprirsi protettiva verso i suoi figli, inerme ma alla ricerca di positività; Rick purtroppo figlio dell’ambiente tossico in cui è venuto al mondo – cresciuto troppo in fretta, eppure si butta in modo infantile nei pericoli – sa avere attimi strazianti di dolcezza, specie con la sorella, e i due riescono a volersi bene sopra ogni cosa.

I legami familiari e la loro importanza sono sempre in primo piano, ed è interessante la tematica (appena sfiorata) dell’eredità umana, in che modo e in quali quantità questa verrà tramandata ai figli. Cocaina – La Vera Storia Di White Boy Rick è un film che si preoccupa tanto dei suoi personaggi ma molto meno di dare loro quell’universalità che permetta di liberarli dalla contingenza in cui sono stati relegati. Un vero peccato, perché gli elementi di un bel film ci sono, indubbiamente.

Un finale amaro, delle interpretazioni esemplari, una solida struttura narrativa e delle buone scelte registiche possono costituire una pellicola che lascia il tempo che trova? Incresciosamente, per alcuni, può anche essere questo il caso.

Cocaine: La Vera Storia Di White Boy Rick è al cinema dal 7 Marzo.

Cristiana Carta

Info

Titolo Originale: White Boy Rick

Data di uscita: 7 Marzo 2019

Regia: Yann Demange

Durata: 111’

Con: 

Matthew McConaughey, Richie Merritt, 

Bel Powley, Jennifer Jason Leigh, 

Rory Cochrane

Distribuzione: Warner Bros



Captain Marvel – La Recensione

Old School Marvel

Vers è una guerriera Kree che non riesce a controllare perfettamente i suoi poteri, e non ricorda nulla del suo passato, se si escludono quegli strani flash che sembra avere di tanto in tanto. Durante una battaglia con gli acerrimi nemici dei Kree, gli Skrull, finisce accidentalmente sul pianeta C-53, ovvero la Terra. Qui la ragazza vedrà crollare le proprie certezze, per poi ricostruire un passato che non sapeva di avere, e imboccare una strada che, forse, era sempre stata destinata a percorrere.

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Chi è nato agli inizi degli anni 90′ – o poco prima -,  specialmente se di sesso femminile, ma non esclusivamente – come chi sta scrivendo questa recensione -, avrà probabilmente passato buona parte della propria infanzia e adolescenza davanti alla tv, guardando con occhi sognanti e stupefatti le prodezze di badass ladies come Xena o Buffy, delle quali ci si immaginava emulare le gesta.

Queste si andavano ad unire ad una già nutrita schiera di personaggi femminili degni di nota – anche se comunque in minoranza numerica rispetto a quelli maschili -, che con il passare del tempo non ha fatto che aumentare, seppur lentamente. Soprattutto recentemente, con un aumentare dell’attenzione dedicata all’inclusività e alla parità dei sessi, abbiamo visto crescere la quota rosa nei ranghi del fantasy, dello Young Adult e dei cinecomics.

Proprio tra questi ultimi, sia in casa DC con l’esemplare Wonder Woman, che in casa Marvel con i vari membri del MCU – Vedova Nera, Gamora, Scarlet Witch, Peggy Carter etc. – abbiamo assistito ad una crescita esponenziale del female power, il cui culmine – almeno per ora – è arrivato con Captain Marvel.

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La pellicola diretta da Anna Boden – anche qui una novità, è il primo film del MCU con una donna al timone – e Ryan Fleck è tutta dedicata all’eroina dai poteri straordinari, ma dall’ancora più straordinaria umanità, Carol Danvers, interpretata da una perfetta Brie Larson.

Ambientato nei gloriosi anni ’90 – un decennio poco esplorato nell’ondata di nostalgia che ha ormai pervaso la produzione dell’ultimo periodo, che sempre più spesso punta principalmente sugli anni ’80 – tra un Blockbuster e un computer che impiega intere ere zoologiche per caricare un audio, Captain Marvel scommette sul genere del buddy movie – innegabile la chimica tra il giovane Nick Fury di Samuel L. Jackson e la inarrestabile, seppur a suo modo vulnerabile, Carol “Vers” Danvers della già citata Larson – intrecciandolo alle modalità di un più classico origin movie, per regalarci un’altra hit da inserire in watchlist.

Da un punto di vista tonale, CM è alquanto old school nel suo rifarsi volontariamente alle prime entrate del MCU, tanto che viene spontaneo il confronto con i primi Iron Man e Thor – e si potrebbe dire anche con il primo Captain America, seppure in misura minore -, discostandosi però in maniera forse troppo netta dai film della Fase 3, specialmente da quelli diretti dai Russo. Se questa scelta creativa può esser vista dunque come un’arma a doppio taglio, è necessario riflettere sul fatto che, come apprendiamo durante la visione, CM non è una semplice origin story, ma è LA origin story per eccellenza.

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È la stessa esistenza di Carol, infatti, a permettere la nascita del Progetto Avengers, in quanto – come in realtà già ampiamente risaputo – Nick Fury verrà a conoscenza di ulteriori abitanti della galassia solo dopo averla incontrata. Visto in quest’ottica, possiamo quindi giustificare quel che potrebbe sembrare un eventuale “passo indietro” a livello di coerenza stilistica con il resto dell’universo condiviso.

La costruzione narrativa funziona bene in molti punti, un po’ meno in altri – avremmo preferito un approccio più graduale al raggiungimento della piena potenza di Carol, così come al manifestarsi della sua forma binary -, e molto si deve al mistero che circonda la vera identità di Carol, svelata poco a poco, grazie anche ai vari flashback adoperati in supporto.

E quello che può mancare a Captain Marvel in fatto di effetti visivi – non è il massimo in termini di VFX, che possono risultare a tratti un po’ blandi, a tratti eccessivamente confusionari – lo recupera offrendoci dei personaggi decisamente memorabili. Dall’esilarante Fury al sorprendente Talos (Ben Mendelsohn), da una grintosa Maria Rambeau (Lashana Lynch) alla vera star della pellicola, Goose (il “gatto”), fino ad arrivare alla stessa Carol, il film va a rinfoltire la rosa del MCU con delle più che apprezzabili aggiunte.

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Ma l’aspetto più importante di Captain Marvel non può che essere quello legato alla propria valenza culturale in un contesto sociale come quello odierno. Se, come abbiamo già rimarcato, di vere e proprie eroine ne conoscevamo e apprezzavamo già diverse, Carol Denvers può aggiungersi al club e diventarne di diritto il Presidente – anzi, la Presidentessa -, perché come aveva fatto anche la Diana Prince di Gal Gadot un paio di anni fa (seppure in maniera e in condizioni alquanto differenti), ci ricorda che l’unica vera supremazia a cui dovremmo puntare è quella dell’umanità.

Ciò che ci permette di andare “più in alto, più lontano, più veloce” non sono dei poteri sovrumani, ma la cara, vecchia e fin troppo sottovalutata forza emotiva dell’essere umano.

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Captain Marvel è al cinema dal 6 Marzo.

P.S. Non perdetevi le scene post credits!

Laura Silvestri

Materiali Stampa: Walt Disney Italia
Info



Titolo Originale: Captain Marvel



Durata: 124'



Data di Uscita: 6 Marzo 2019



Regia: Anna Boden, Ryan Fleck



Con:


Brie Larson, Samuel L. Jackson,


Jude Law, Gemma Chan,

Lee Pace,
 Annette Bening,

McKenna Grace,
 Lashana Lynch, 

Ben Mendelsohn,
 Clark Gregg



Distribuzione: Walt Disney Italia

C’era Una Volta Il Principe Azzurro – La Recensione

Tutte per uno

Tutti sappiamo che nelle fiabe la principessa trova finalmente il suo principe azzurro, vivendo insieme per sempre, felici e contenti… Ma in quanti sanno che il principe azzurro è solo e soltanto uno? Già, il nostro Principe Filippo Azzurro dovrà scegliere tra le sue conquiste, e trovare il vero amore per poter rompere una maledizione…

Dai produttori di Shrek non poteva che uscire fuori una storia che prendesse bonariamente in giro i personaggi delle fiabe più amate. Questa volta il protagonista è il solo ed unico Principe Azzurro. Solo ed unico, esattamente, tanto che lo ritroviamo fidanzato con Biancaneve, con Cenerentola e anche con la Bella Addormentata!

Pare che il Principe Filippo Azzurro sia sotto un incantesimo, che si rivela per lui una vera e propria condanna: nessuna donna potrà mai resistere al suo fascino, e ognuna cadrà ai suoi piedi con un solo sguardo. L’incantesimo si potrà rompere solo una volta trovato il vero amore, ma ovviamente è molto più semplice a dirsi che a farsi.

C’è una ragazza, intanto, che con l’amore non vuole avere niente a che fare, anzi, è decisamente più interessata ai soldi: lei è Lenore, una ladra tanto furba quanto bella, e destino vuole che sia anche l’unica a non subire il maledetto fascino del principe. Interessante coincidenza, senza dubbio.

Tralasciando il patologico egocentrismo del nostro Filippo Azzurro, a complicare le cose sarà una missione costituita da tre prove sistematicamente insuperabili, che secondo il regale padre dovrebbe “schiarirgli le idee” come fece con lui; se non riuscirà nella missione e non troverà il vero amore entro il suo ventunesimo compleanno, nel suo regno rischierà di sparire per sempre l’amore.

In un modo o nell’altro, sarà Lenore (strategicamente travestita da maschio) ad accompagnare il principe nella sua impresa; superando strampalati ostacoli, e indagando un ancora più strampalato Mezzo Oracolo, entrambi capiranno che niente è impossibile se si affrontano le difficoltà insieme, e ci si fida l’uno dell’altro. 

Per quanto ad oggi la parodia delle principesse rese note dalla Disney sia una scelta ormai abusata, fa sorridere vedere una Bella Addormentata affetta da narcolessia, una Biancaneve che ormai diffida di tutto e tutti, o una Cenerentola perennemente ossessionata dal tempo. Si gioca con gli stereotipi della fiaba e della commedia romantica, una volta tanto delegando all’uomo il fardello di dover trovare la propria metà prima che sia troppo tardi, ovvero prima di perdere la giovinezza.

Forse ci sarebbero da fare ulteriori considerazioni riguardo agli schemi culturali legati al genere, che hanno radici nei tempi più antichi; ma ci limitiamiteremo a dire che C’Era Una Volta Il Principe Azzurro è un ottimo film d’animazione da far vedere anche ai più piccini: abbastanza divertente, accattivante, con dei buoni presupposti e sufficientemente insolito. Se non avete mai creduto nel principe azzurro, guardando questa pellicola forse realizzerete che è molto più umano di quanto non crediate!

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C’Era Una Volta Il Principe Azzurro è al cinema dal 28 Febbraio.

Cristiana Carta

INFO

Titolo: Charming

Regia: Ross Venokur

Durata: 85’

Con: 
Demi Lovato, Wilmer Valderrama, 
Nia Vardalos, Ashley Tisdale, 
Avril Lavigne, G.E.M, 
Sia,Jim Cummings 
(VOCI ITALIANE) Chiara Grispo, 
Emanuele Ruzza, Laura Romano, 
Joy Saltarelli, Giulia Tarquini, 
Valentina Favazza, Fabrizio Pucci, 
Francesca Fiorentini

Data Di Uscita: 28 Febbraio 2019

Distribuzione: M2 Pictures