Stoccolma 1973. Un uomo armato entra nella Kreditbank e prende in ostaggio 3 dipendenti, ma non vuole quello che si trova nel caveau. Il suo obiettivo è quello di negoziare con la polizia per liberare il suo amico in prigione. Il primo ministro svedese acconsente al rilascio dell’amico a patto che si lascino andare gli ostaggi. Ma gli ostaggi non vogliono andare via.
Il regista e sceneggiatore Robert Budreau basa questo film sull’assurda storia vera che diede origine alla patologia chiamata “Sindrome di Stoccolma”, nella quale le vittime sviluppano sentimenti positivi nei confronti dei loro carcerieri.
L’avvenimento divenne un caso mediatico non solo perché a essere colpita fu una delle più importanti banche della Svezia, ma soprattutto per lo strano e assurdo legame che si instaurò tra il rapinatore e gli ostaggi. Infatti anche dopo aver parlato con il Primo Ministro in diretta televisiva, gli ostaggi non vollero lasciare il caveau della banca e anzi difesero il rapinatore Lars Nystrom dalla polizia.
Rispetto ad altri heist movie, come ad esempio Inside Man, oppure Quel pomeriggio di un giorno da cani, molto più improntati verso il lato action, per questo film il regista sceglie una messa in scena più classica, meno grintosa rispetto agli stilemi del genere. Le ricostruzioni molto curate degli ambienti così come dei costumi dell’epoca nei toni del beige contribuiscono a creare l’atmosfera, che bilancia sia i toni del dramma, che quelli dell’heist hovie.
Senza il carisma di Ethan Hawke, il protagonista Lars Nystrom sarebbe potuto risultare molto più macchiettisti; ma la bravura dell’attoresta proprio nel trovare il giusto equilibrio tra la parte comica – a partire dal suo abbigliamento kitsch – e la parte drammatica della storia.
I comprimari, invece, risultano un po’ sottotono: ad esempio il personaggio di Bianca, nonostante l’interpretazione di Noomi Rapace non sia da meno rispetto allo standard a cui ci ha abituato l’attrice svedese, risulta sottosviluppato. Quello che noi spettatori intuiamo possa essere un matrimonio infelice, poteva essere una motivazione molto forte per comprendere come mai non rimpiangesse di passare 5 giorni da ostaggio nella banca dove lavora, invece che a casa sua.
Sottosviluppato è anche il personaggio di Mark Strong, in quanto il suo rapporto con il personaggio di Ethan Hawke – che è il cuore del film, anche perché Lars organizza la rapina in banca proprio per far uscire il compare di prigione – poteva essere esplorato molto più in profondità.
Nonostante qualche piccola sbavatura qua e là, la pellicola corre veloce fino alla fine. Il riuscito mescolamento tra dramma e commedia rende molto piacevole la sua visione, e sicuramente strapperà al pubblico più di qualche risata.
Rapina a Stoccolmasarà nelle sale a partire dal 20 Giugno.
Anna Antenucci
Info Titolo originale: Stockholm
Durata: 92'
Data di Uscita: 20 Giugno 2019
Regia: Robert Budreau
Con:
Ethan Hawke, Noomi Rapace, Mark Strong
Distribuzione: M2 Pictures
Durante una missione nello spazio, Jean viene travolta da una misteriosa energia che troverà dimora all’interno del suo corpo, rendendola estremamente potente, ma anche altrettanto pericolosa. L’incolumità di Jean, dei suoi compagni e del resto della popolazione è a rischio, e tocca agli X-Men trovare una soluzione… Se c’è.
Come l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, così accade per la saga degli X-Men. Sia per quanto riguarda la trilogia originale, sia per quanto concerne quella prequel, il terzo capitolo – rispettivamente X-Men: Conflitto Finale e X-Men Apocalypse – è stato quello meno apprezzato da pubblico e critica (a ragione). Ma, fortunatamente, X-Men: Dark Phoenix è qui per chiudere con onore l’era X-Men/Fox.
Le premesse non sembravano essere delle migliori, dati i reshoot e i continui cambi di data d’uscita del film, ma ora possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo.
La pellicola diretta da Simon Kinberg ritrova infatti quel tepore caratteristico di First Class e Giorni Di Un Futuro Passato, lo stesso che ci ha fatto affezionare ai personaggi in quelle istanze – come anche nel primo X-Men – e che è stato registrato come quasi totalmente assente in Apocalypse, assicurandoci l’accesso emotivo alle vicende narrate.
«Adoro questi personaggi. Sono cresciuto leggendo le loro storie nei fumetti» afferma Kinberg, finora solo sceneggiatore e produttore dei film sui mutanti «La transizione che mi ha portato sulla sedia da regista per me è stata molto fluida, principalmente grazie a questi ragazzi fantastici con cui ho avuto il piacere di lavorare. […] È come se stessi lavorando con la mia famiglia» racconta il regista in collegamento streaming. E si nota la sintonia con l’ambiente circostante e la storia in un film che lui stesso definisce “diverso” rispetto agli altri X-Men «È più drammatico, crudo, reale».
Sotto questo aspetto gli si può dar ragione, vista anche la morte – ampiamente preannunciata, anche in fase promozionale – di uno dei membri originali della saga. Non solo, ma in Dark Phoenix veniamo a conoscenza del “lato oscuro” di diversi personaggi, oltre a quello della titolare Fenice/Jean Grey (Sophie Turner). Hank/Bestia (Nicholas Hoult) e soprattutto il Professor X (James McAvoy) si dimostreranno più che umani nel loro cedere alle emozioni meno edificanti, nel loro voler sistemare le cose grazie ai poteri di cui sono dotati.
E se di potere dobbiamo parlare, non possiamo non fare riferimento all’emblematica battuta pronunciata da Mystica/Jennifer Lawrence che diverrà presto una delle più celebri del film: «Siamo sempre noi donne a salvare gli uomini, alla fine. Dovremmo chiamarci X-Women».
«Credo sia fantastico il fatto che Jean non sia solo il personaggio centrale del film in quanto mutante incredibilmente potente, ma anche in quanto essere umano con dei difetti, capace di mostrare vari aspetti ed evoluzioni di sé, un personaggio a tutto tondo. Credo che questa sia una rappresentazione fedele dell’essenza di una donna» sostiene Sophie Turner, che nel frattempo fa notare come persino il personaggio interpretato dalla Chastain, nonostante le intenzioni poco amichevoli, cerchi di spronare Jean a raggiungere il suo più grande potenziale.
Ma quello che X-Men: Dark Phoenix fa meglio, e che richiama anche momenti precedenti della saga, è riunire sullo schermo i componenti del team e le loro abilità, come nelle scene di lotta dell’ultimo atto. Rafforzando i legami tra i vari personaggi sia attraverso i dialoghi, sia attraverso le scene d’azione, Dark Phoenix riesce a far tornare la banda sul palco per un ultimo encore.
E anche se non abbiamo potuto vedere Jackman un’ultima volta nei panni di Logan/Wolverine – dopotutto, come sostenuto anche da Kinberg, avrebbe stonato in questo contesto, vista la relazione tra Wolverine e Jean -, la pellicola non ci ha lasciato certo con l’amaro in bocca.
X-Men: Dark Phoenix sarà nelle sale dal 6 Giugno.
Laura Silvestri
InfoTitolo Originale: X-Men: Dark Phoenix Data di Uscita: 6 Giugno 2019 Durata: 106' Regia: Simon Kinberg Con: Sophie Turner, James McAvoy, Michael Fassbender, Jessica Chastain, Tye Sheridan, Nicholas Hoult Jennifer Lawrence, Alexandra Shipp Evan Peters Distribuzione: 20th Century Fox
La vita di Reginald Dwight e la carriera di Elton John si fondono sul grande schermo in un film folle e travolgente, proprio come il suo protagonista.
Per chi se lo stesse chiedendo, non ci saranno riferimenti a Bohemian Rapsody in questo pezzo. Oltre al fatto di condividere genere (biopic musicale) e regista, i due film vanno visti come entità totalmente separate, e continuare imperterriti in un paragone tra le parti non sarebbe giusto nei confronti di nessuna delle pellicole in questione.
Detto questo, permetteteci di andare avanti ed elogiare quello che secondo noi è un più che riuscito tentativo di portare sul grande schermo la complicata quanto affascinante vita dell’iconico cantautore londinese, SirElton Hercules John, all’anagrafe Reginald Kenneth Dwight.
Rocketman esplora non solo l’aspetto professionale, ma anche e soprattutto il profilo personale di John, dando a vedere quanto il secondo abbia influenzato e dato forma – volente o nolente – al primo, con tutte le mancanze, le insicurezze e i traumi che ha dovuto sopportare fin da bambino. Partendo da un padre indifferente e disinteressato e da una madre egocentrica e fin troppo schietta (davvero degna di nota la prova attoriale di Bryce Dallas Howard), andando avanti con il peso del proprio essere “diverso” dagli altri ragazzi, del possedere una certa “stramberia” dal carattere inespugnabile, fino al sentirsi completamente solo anche quando circondato da centinaia di persone – grazie anche ai continui tradimenti del suo manager/amante John Reid (Richard Madden) una volta raggiunta la fama -, Reggie (interpretato da uno strabiliante Taron Egerton) prova incessantemente a gettarsi tutto alle spalle, in modo da poter costruire questa sorta di bizzarro personaggio il cui superpotere risiede nella sua unicità.
«Devi cancellare chi sei per divenire chi vuoi essere davvero», gli viene detto a un certo punto nel film. E Reggie si convince che è così stanno davvero le cose: che, nonostante il talento, quel ragazzo dai buffi ma timidi modi di fare che intonava un’ancora abbozzata Your Song seduto al pianoforte di casa non potrà mai sfondare senza qualche piccolo cambiamento, senza scendere a compromessi. Soltanto che le mezze misure non sono mai state nel suo stile, e mai lo saranno… È cosi che Elton – come verrà conosciuto in tutto il mondo – si farà presto prendere la mano dall’esilarante euforia generata dalla fama, dai soldi e dallo showbiz, e cadrà in una spirale di alcool, droga e comportamenti al limite (e spesso oltre) dell’accettabile, che lo farà definitivamente precipitare nell’oblio più oscuro.
Fletcher e il suo team sono abili nel raccontare tutto questo attraverso colori sgargianti, sequenze psichedeliche e rocambolesche, esagerate come lo è il loro soggetto, con vistosi costumi ed elaborate coreografie. Ma mostrano anche una certa destrezza nel dare una visione più discreta, intimistica di Dwight, quando necessario. E, ovviamente, le musiche più familiari dell’artista sono astutamente inserite in momenti chiave della pellicola, pronte a contrassegnarne le tappe fondamentali.
Perché una Tiny Dancer nel momento in cui crede di aver perso l’indivisa attenzione di Bernie, l’amico di sempre – un Jamie Bell capace di giocarsela quasi a pari merito con Egerton in quanto a presenza scenica – o una Goodbye Yellow Brick Road nell’ultimo atto, a mo’ di saluto a sé stesso, a ciò che era diventato e che deve ora abbandonare per poter tornare alle origini, non possono non catturare e raggiungere lo spettatore – fan o meno del cantante -, (in)trattenendolo in un mondo fatto sì di piume, brillantini e assurdi occhiali da sole, ma anche di vere, forti e tangibili emozioni.
Rocketman sarà nelle sale italiane a partire dal 29 Maggio.
Laura Silvestri
InfoTitolo: Rocketman
Durata: 121'
Data di Uscita: 29 Maggio 2019
Regia: Dexter Fletcher
Con:
Taron Egerton, Richard Madden
Bryce Dallas Howard, Jamie Bell
Distribuzione: 20th Century Fox
Avengers: Endgame, il film culmine di un universo cinematografico composto da lungometraggi, serie tv, corti, fumetti e webseries è finalmente approdato nelle sale di tutto il mondo, sbaragliando ogni botteghino e conquistando record su record.
Il Film
Dopo che Thanos ha portato a compimento la sua “pietà”, le sorti dell’universo sono ora nelle mani dei Vendicatori originali e di pochi altri (Nebula, Captain Marvel, War Machine, Okoye e Rocket Racoon), ma la soluzione tarda ad arrivare.
Anche l’aver riportato Tony e Nebula sulla Terra – si ringrazia Captain Marvel per il servizio Taxi Stellare – non basta, e nonostante la presenza di un nuovo, strabiliante alleato (Carol), gli Avengers non riescono ad annullare gli effetti dello snap – Thor uccide Thanos in preda alla rabbia e alla frustrazione, ma questi si era già sbarazzato delle Gemme, rendendo di fatto inutile qualunque altra azione -. Saranno necessari altri cinque anni prima che si ripresenti anche solo la possibilità di sistemare le cose.
Fortuna (o destino?) vuole che Scott Lang, finora rimasto intrappolato nel Regno Quantico, riesca a venirne fuori, e che una volta resosi conto della situazione, sia in grado di offrire una possibile soluzione: viaggiare attraverso lo spazio-tempo nel Regno Quantico – grazie all’aiuto delle Particelle Pym – per recuperare le Gemme e costruire con queste un secondo Guanto dell’Infinito in grado di riportare indietro le vittime della decimazione.
Secondo le regole interne al film, esposte in alcune scene chiave da Bruce/Hulk, tornare indietro nel tempo e agire nel passato non modificherà gli eventi futuri della corrente linea temporale, previa restituzione delle Gemme non appena terminata la missione. Tutt’al più, come osservato dall’Antico – che rivedremo nel passato, e sarà così gentile da fornire la Gemma del Tempo ai nostri eroi – potrebbero venire a crearsi delle linee temporali alternative (come confermato poi dai Russo).
In questo modo, gli eroi più valorosi della Terra e dello spazio (meno Captain Marvel, che si occuperà di contenere i danni dello snap in altre parti dell’universo) si divideranno in gruppi e cercheranno di ottenere le Gemme tornando a dei precisi momenti del loro passato: New York (2012) per recuperare la Gemma della Mente, quella del Tempo e quella dello Spazio, Asgard nel 2013 per recuperare l’Aether (Gemma della Realtà), Vormir e Morag nel 2014 per impossessarsi della Gemma dell’Anima e del Potere.
La squadra riesce nell’impresa, ma non senza difficoltà, imprevisti e sacrifici: Loki riesce a impossessarsi della Gemma dello Spazio nel 2012 e a fuggire via con essa, così è richiesto un ulteriore salto nel tempo per ottenerla (anni ’70, New Jersey – Sede dello S.H.I.E.L.D.); Gamora, Thanos e Nebula del 2014 vengono a conoscenza degli eventi futuri a causa di un malfunzionamento dei circuiti di Nebula dovuto alla presenza del suo stesso sistema (la Nebula del futuro) nella medesima linea temporale, portando la Nebula del 2014 a sostituirsi a quella del futuro; Natasha si sacrifica dando la vita per ottenere la Gemma dell’Anima.
Una volta tornati nel futuro/presente, i restanti membri del gruppo mettono a punto il secondo guanto, e Bruce/Hulk decide di incaricarsi del nuovo snap per via della sua affinità con i raggi gamma, gli stessi utilizzati anche nella creazione del guanto. Ma non appena questi cade a terra fortemente provato dallo sforzo sostenuto per l’azione, le conseguenze del loro viaggio nel tempo si palesano: Thanos e i suoi, grazie all’aiuto della Nebula del passato, – infiltratasi, ricordiamo, tra i Vendicatori durante il viaggio di ritorno – arrivano nel presente e distruggono tutto ciò che è in loro potere, incluso il quartier generale degli Avengers.
Inizia una battaglia di epiche proporzioni, dove accade tutto ciò che vi aspettate possa accadere, ma anche molto di più. Thor, Iron Man e Captain America scendono in campo contro Thanos, mentre gli altri cercano di tener testa all’esercito del Titano Pazzo. Clint, Gamora, la Nebula del passato e quella del presente si contendono il Guanto dell’Infinito, con un change of heart finale della Gamora del passato, ora decisa a fermare i piani del padre.
Tra i momenti più memorabili annoveriamo sicuramente il Capitano che riesce finalmente a brandire Mjolnir (e anche Stormbreaker!) e il ritorno di tutti i personaggi scomparsi per via dello snap, mentre un posto d’onore andrà agli ultimi minuti della battaglia, quel fatidico attimo in cui Tony Stark chiuderà inesorabilmente il cerchio con un terzo snap (per far sparire Thanos e i suoi) e pronuncerà la frase che ha dato il via a tutto: «Io sono Iron Man».
A seguire i momenti più emozionanti della pellicola arrivano però altre scene altrettanto determinanti: dopo il funerale di Tony, un Thor ormai diverso da quello che avevamo conosciuto finora – ma più consapevole rispetto a come ci è stato presentato in gran parte del film, ovvero dopo essersi lasciato andare in preda alla disperazione – cede a Valkyrie il trono di New Asgard (il nuovo insediamento terrestre degli Asgardiani sopravvissuti alla distruzione del pianeta), partendo con i Guardiani della Galassia alla volta di nuove avventure, mentre Steve torna ancora una volta indietro nel tempo per rimettere al loro posto le Gemme. Dovrebbe trattarsi di pochi secondi, almeno per quanto riguarda la percezione del tempo di chi rimane all’esterno del Regno Quantico, ma Rogers non fa ritorno al punto d’incontro stabilito.
Invece poco più in là, su una panchina, appare di spalle una figura: è uno Steve Rogers ormai anziano, che ha vissuto un’ulteriore esistenza – diversa da quella che tutti conosciamo – ed è ora pronto a consegnare lo scudo del Capitano ad uno più che stupito Sam Wilson.
Si chiude così l’atto finale di una storia iniziata nel lontano 2008, e conclusasi – almeno in parte – con la dipartita di due dei Vendicatori originali (Vedova Nera e Iron Man), e con il passaggio di testimone da un Captain America a un altro.
Riflessioni Sulla Pellicola
Prima di ogni altra cosa è bene specificare che le riflessioni, le considerazioni e i pensieri qui esibiti appartengono a chi scrive, e sono esattamente questo. Non verità assolute, né pretese di esserlo.
Cosa non ci ha convinto
Detto questo, permetteteci di affrontare in prima istanza la questione più “scottante”, che persino gli stessi registi e sceneggiatori, almeno stando alle loro dichiarazioni in alcune interviste, sembrano non avere esattamente chiara: le ramificazioni delle decisioni di Captain America nei momenti conclusivi del film.
Secondo quanto affermato nella diegesi, rimettendo al loro posto le gemme, non vi saranno conseguenze per la timeline principale. Ma le domande su cosa accadrebbe se un personaggio fondamentale come Cap decidesse di tornare nel ’45 e vivere lì il resto della sua vita sono assolutamente legittime. Il nostro eroe manterrà l’identità di Steve Rogers e di Captain America? O cambierà nome e si dissocerà da tutto? Agirà in un qualche modo per prevenire o modificare gli eventi futuri di cui è a conoscenza? O lascerà che tali eventi facciano il loro corso? Che ne sarà del marito di Peggy Carter menzionato in Captain America:The Winter Soldier (e dei loro discendenti), o di tutto ciò che è accaduto in Agent Carter – soprattutto ora che la serie ha ricevuto una legittimazione da parte dei film con la presenza di James D’Arcy nei panni di Edwin Jarvis – ? Cosa accadrà al Captain America ancora bloccato nel ghiaccio? Sarà lui lo Steve che andrà avanti col diventare un Avenger e salvare più volte il mondo, fino al punto da ritrovarsi nella stessa identica situazione dell’attuale Captain America? O si è davvero venuta a creare una realtà alternativa?
Come vedete, la questione è più intricata di quanto possa sembrare sul momento, per non parlare del fatto che la scelta in sé di farsi una vita nel passato, abbandonando tutto e tutti nel proprio presente, stride fortemente con gli ideali dello Steve Rogers che abbiamo conosciuto e amato fino ad ora. Al di là della dolcezza e del romanticismo dietro essa, che non vogliamo certo mettere in discussione, ci sono svariate ragioni per cui una tale direzione si possa definire Out Of Character per il personaggio di Captain America, e noi ve ne vogliamo ricordare qualcuna con l’aiuto del web.
Questione di coerenza
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Una nuova famiglia
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Bucky
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Nuovi percorsi intrapresi
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Consapevolezze
Lo Steve che ha affrontato un percorso del genere, perdendo sì tanto, ma guadagnando anche qualcosa che certo di poco valore non è (gli Avengers, Bucky, un nuovo scopo, una moltitudine di persone da proteggere e su cui vegliare), non avrebbe mai abbandonato tutto per tornare a una vita che si era ormai lasciato alle spalle – da Age of Ultron in poi, lo abbiamo visto acquisire sempre più consapevolezza al riguardo -.
E mentre la scelta di passare lo scudo a Sam è forse stata discussa (?) da Steve e Bucky prima che avesse luogo il passaggio di testimone, non si può biasimare chi non ha particolarmente gradito che l’amico di sempre, colui che nonostante abbia avuto una vita carica di sofferenza, ha saputo uscirne e a mostrare il proprio valore in più occasioni, sia stato “bypassato” in questo modo. Soprattutto visto il misero screen-time a lui dedicato negli ultimi due film (e dire che i Russo e gli M&M avevano fatto un ottimo lavoro finora con il suo personaggio). Non che Sam non sia degno, anzi. Ma l’amaro in bocca per non aver avuto la possibilità di vedere, almeno per poco, Bucky Barnes nei panni di Captain America resta comunque.
In ultimo, cosa sarà accaduto in fase di restituzione delle varie gemme? Ci piacerebbe saperlo, soprattutto in merito alla Gemma dell’Anima, dato l’inevitabile incontro con il suo guardiano.
Ma passiamo al secondo dei Vendicatori che sentiamo non abbia ricevuto il trattamento più adeguato: Thor.
E no, non ci stiamo “lamentando” solo perché qui ha la panza, detta in maniera molto colloquiale. L’idea è anche abbastanza intrigante, in realtà: un Dio che si fa prendere a tal punto dal senso di colpa per aver fallito e che si lascia andare fino a trascurarsi completamente, tanto da diventare lo spettro di quello che era in tempi migliori, è sicuramente allettante. La decostruzione del personaggio, in fondo, è l’operazione chiave di Thor: Ragnarok e Avengers: Infinity War, e abbiamo amato come è stata portata avanti in questi due fim. Ma il troppo si sa, stroppia, e in Avengers: Endgame questo concetto, portato palesemente al suo limite, finisce col risultare eccessivamente caricaturale. Per evitare ciò, non sarebbe forse bastato tirarla un po’ meno per le lunghe? Non vediamo comunque l’ora di scoprire cosa riserverà il futuro al Dio del Tuono e ai suoi nuovi compagni d’avventura.
Natasha.
Il sacrificio di Vedova Nera è stato uno dei momenti più toccanti e significativi della pellicola, e ci ha rattristato vedere come sia stato indirizzato soltanto appena dopo l’accaduto, e con qualche parola in fase di chiusura da Clint e Wanda. Gli sceneggiatori hanno dichiarato che un funerale non sarebbe stato nel suo stile, ma ci permettiamo umilmente di dissentire; un altro paio di battute almeno le avrebbero anche potute dedicare a quello che può essere giustamente definito il “collante” del gruppo (ricordiamo che oltre ad essere un elemento di importanza cruciale nei film sui Vendicatori, Natasha ha un ruolo rilevante anche in Iron Man 2e ancor di più in Captain America: The Winter Soldier e Captain America: Civil War). Gli Avengers erano la sua famiglia, dopotutto.
Captain Marvel
Semplicemente, visti il clamore e l’anticipazione che hanno preceduto il suo arrivo tra i ranghi dei Vendicatori, ci aspettavamo di vederla di più, e che la sua presenza avesse un maggiore impatto nella pellicola.
Infine, abbiamo ancora delle perplessità sulle logiche relative ai viaggi nel tempo e alle loro conseguenze. Ma qui ci conviene forse attendere (magari continuando testardamente a teorizzare nel frattempo) le prossime uscite del MCU per constatarne gli effettivi sviluppi.
Cosa abbiamo amato
Beh, tutto il resto.
Sul piano tecnico, Alan Silvestri si rende fautore di un’altra impeccabile e travolgente colonna sonora, regalandoci ancora una volta emozioni uniche, ma allo tempo incredibilmente nostalgiche, con le ormai iconiche note dedicate ai Vendicatori.
Trent Opaloch conferma il suo talento e l’attitudine per lo stile Marvel con una fotografia più cupa rispetto a Infinity War, ma decisamente adatta all’occasione, mentre si ringraziano gli hair stylist di Jeremy Renner e Scarlett Johansson per l’ottimo lavoro: ok i modelli perfetti su cui dovevano lavorare, ma hanno reso cresta e capelli bicolore dei nuovi must. E non siamo neanche dovuti tornare indietro nel tempo agli anni ’90 perché ciò fosse possibile!
Immancabile la lode agli attori che, dal 2008 a oggi, hanno saputo rendere più che reali, più che tangibili i loro personaggi: dal primo all’ultimo – fare qualche nome per lasciarne fuori altri cento non sarebbe giusto – sono stati in grado di far dire, anche ai più scettici e restii «Loro SONO i ruoli che interpretano».
E nonostante i pasticci di sceneggiatura e le dubbie scelte di regia su cui abbiamo avuto da ridire poco più sopra, bisogna comunque dare ai Russo e a Marcus e McFeely quello che è dei Russo e di Marcus e McFeely.
Avengers: Endgame, con i suoi continui rimandi al passato del MCU e l’inserimento di momenti dalla straordinaria epicità – tra i tanti, la lotta tra Clint e Nat e il sacrificio di quest’ultima, lo scontro Cap del presente vs. Cap del passato, l’incontro tra Tony e Howard, Cap che impugna finalmente Mjiolnir, il ritorno delle vittime dello Snap, la reunion di Tony e Peter, l’intera battaglia finale e l’ultima scena come Iron Man di RDJ – non può non suscitare una vasta gamma di emozioni nello spettatore, ormai parte di quell’universo quasi quanto i personaggi stessi.
Il dolore, la rabbia, il senso di colpa, la frustrazione, lo scoraggiamento, il senso di vuoto che portano avanti gli eroi, rendendoli ancor più umani di quanto non siano mai stati, e la capacità di agire, nonostante tutto, aggrappandosi in ogni modo possibile a quella piccola, flebile fiammella di speranza datagli dall’unico piano attuabile sono tutti dipinti in maniera indelebile nel film, e trasmessi al pubblico in sala assieme alla gioia di ritrovare, in ultimo, quei compagni di viaggio che per undici anni hanno camminato al loro fianco.
Considerazioni Finali
Avengers: Endgame non è affatto un film perfetto, e sicuramente ha dato e darà adito alle critiche più disparate (più o meno giustificate a seconda dei casi), ma è riuscito in un’impresa mastodontica: risvegliare l’amore e l’entusiasmo per il cinema anche in quei cuori in cui questi giacevano nel sonno più profondo. E se non credete a queste parole, se le ritenete un’esagerazione, date un’occhiata al panorama cinematografico passato, presente e futuro, e cercate gli effetti che non solo Endgame, ma tutta l’operazione dietro il MCU hanno avuto su di esso, creando un fenomeno universale senza precedenti (e di difficile riproduzione).
Laura Silvestri
InfoTitolo Originale: Avengers: Endgame
Durata: 181'
Data di Uscita: 26 Aprile 2019
Regia: Anthony & Joe Russo
Con:
Chris Evans, Robert Downey Jr.,
Chris Hemsworth, Scarlett Johansson,
Paul Rudd, Jeremy Renner,
Mark Ruffalo, Don Cheadle,
Josh Brolin, Karen Gillan,
Bradley Cooper, Evangeline Lilly,
Danai Gurira, Brie Larson
Distribuzione: Walt Disney Company
Alex ha sempre amato la leggenda di Re Artù, fin da quando suo padre gli regalò il suo tesoro più prezioso: un libro in cui sono narrate le gesta di Artù, Merlino e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Il ragazzo non sa però che dietro i racconti di parole e inchiostro, si cela molto più che semplice immaginazione…
Chi: Alex e i suoi compagni di scuola, Merlino e Morgana. Dove: Inghilterra. Quando: Ai giorni nostri. Cosa: Magia, Combattimenti, Excalibur, Codice Cavalleresco. Come: rivisitazione in chiave moderna.
Ora che abbiamo risposto alle 5 W(h), possiamo parlare de Il Ragazzo Che Diventerà Re in termini inequivocabili. Perché di adattamenti ispirati a una delle leggende più affascinanti di sempre ne abbiamo visti e ne vedremo ancora a bizzeffe, con un indice di soddisfacimento più o meno alto a seconda.
Partendo da questi presupposti, e dal target intenzionale di quest’opera – un pubblico per lo più giovanile -, la pellicola diretta da Joe Cornish si anima di buone intenzioni e mostra di avere tanta voglia di fare. Non sempre, però, questi due elementi danno vita a un felice connubio, e Il Ragazzo Che Diventerà Re ne è la dimostrazione in più di un’istanza.
Sebbene non manchi di aspetti positivi e momenti memorabili – come la ricerca di antiche iscrizioni su Google Traslate, o quasi tutte le scene in cui è presente il personaggio di Merlino, interpretato da un brillante Angus Imrie – il film non indovina del tutto il tono, esagerando con l’autoironia e il non prendersi troppo sul serio, nel tentativo di mitigare un eventuale appesantimento dato dal materiale di partenza. L’epicità di fondo viene così eccessivamente sdrammatizzata, ottenendo un effetto probabilmente lontano da quello sperato.
Il sentimento dietro l’operazione effettuata da Cornish è ammirevole, come lo sono i valori che vuole trasmettere – ingente spazio è dedicato ai principi del codice cavalleresco, che possono essere sintetizzati in quattro termini chiave: amore, lealtà, determinazione e onestà – ma spesso corre dei rischi superflui, che non sempre ripagano il coraggio necessario per intraprenderli.
Tra i personaggi, come abbiamo già accennato, spicca particolarmente quello di Merlino, che qui troviamo in ben tre forme: adolescente (Imrie), adulta (Patrick Stewart) e… Volatile (letteralmente). Morgana (Rebecca Ferguson) è invece persino più dimenticabile della sua corrispettiva in Hellboy, mentre a metà strada tra i due estremi troviamo il resto della banda, incluso il protagonista, Alex, e i suoi cavalieri, di cui però commendiamo le interpretazioni.
Ad ogni modo, Il Ragazzo Che Diventerà Re non annoia, non infastidisce (del tutto) e non fa desiderare di essere altrove; tutti stati d’animo da tenere in considerazione quando si tratta di epic retellings e fantasy young adult, perché il rischio di sminuire e trattare il giovane spettatore con sufficienza è sempre troppo alto in questi casi, e purtroppo, sempre più spesso reale.
Il Ragazzo Che Diventerà Reè al cinema dal 18 Aprile.
Laura Silvestri
Materiali Stampa: 20th Century Fox e WayToBlue
Info
Titolo Originale: The Kid Who Would Be King
Durata: 120'
Data di Uscita: 18 Aprile 2019
Regia: Joe Cornish
Con:
Louis Ashbourne Serkis, Patrick Stewart,
Rebecca Ferguson, Denise Gough,
Tom Taylor, Angus Imrie
Distribuzione: 20th Century Fox
Nimue, una strega dai terribili poteri – denominata anche La Regina di Sangue – sta per risorgere, e brama vendetta contro l’umanità. Sarà compito di Hellboy, l’eroe demoniaco, e del BPRD (Bureau of Paranormal Research and Defense) impedire che ciò accada.
David Harbour veste i panni del detective dalle origine demoniache, Hellboy, nell’omonimo reboot del lungometraggio del 2004 diretto, all’epoca, da Guillermo Del Toro, a sua volta tratto dalle avventure scritte e disegnate da Mike Mignola. Neil Marshall raccoglie quindi il testimone dal regista messicano, dando vita a una pellicola confusionaria e sovraccarica, seppur d’intrattenimento.
Voci (non tanto) di corridoio vogliono un Marshall vittima della prepotenza dei produttori Lawrence Gordon e Lloyd Levin, un Harbour un po’ diva, l’oscuro licenziamento del precedente direttore della fotografia (Sam McCurdy) e varie riscritture della sceneggiatura. In più, un contenzioso riguardante… Un albero.
Ma vere o non vere, confermate o smentite, tali affermazioni sono sintomo di una generale disorganizzazione che sembra contraddistinguere anche il prodotto finale, e che proietta Hellboy a grande distanza dal successo sperato.
Il problema principale risiede nel voler concentrare in 120 minuti una quantità spropositata di idee, elementi, mitologie, e scene splatter – per lo più decisamente gratuite, malgrado il genere del film -, senza però trovare la modalità giusta per riuscire nell’impresa. Un po’ come quando ci si trova davanti una serie di ingredienti per preparare il pranzo e, nel dubbio, li si butta tutti in padella… “Viene come viene”.
Nonostante il coinvolgimento dello stesso Mignola nella stesura della sceneggiatura – basata su un mix di diverse storie della serie a fumetti – la pellicola non ha una direzione precisa, e il montaggio caotico diventa complice nella creazione di una vera e propria accozzaglia.
I dialoghi, o almeno le frequenti battutine proferite dai personaggi principali, rendono più masticabile la ciambella che, altrimenti, sarebbe stata alquanto cingommosa. Anche le teste mozzate – sarete sorpresi (o forse no?) di appurarne una quantità davvero ingente – forniscono al film quell’aria comicamente grottesca che lo aiuta a risollevarsi e a restare in piedi nonostante la “sbronza”.
Sul piano dei personaggi, non troviamo l’eccellenza, soprattutto se prendiamo in considerazione la Nimue interpretata da una sempre stupenda – ma forse qui poco graffiante – Milla Jovovich, che si rivela essere un villain di esiguo spessore, già visto e rivisto in innumerevoli casi.
Ma se facciamo un piccolo calcolo, il bilancio relativo a questa categoria è tutto sommato positivo: l’Hellboy di David Harbour si lamenta parecchio e le prende da mattina a sera, ma se ne apprezzano il sardonico humor e la sua voglia di riscattare i non-umani, i “mostri” come visti da una società che, in realtà, è ancor più mostruosa di loro; gradevole – ma lontano dall’essere iconico come il Professor Broom del compianto John Hurt – Ian McShane, e fanno entrambi un buon lavoro Sasha Lane e Daniel Dae Kim nei rispettivi ruoli.
Un ritmo meno forsennato, una scrittura più precisa e più dedita alla caratterizzazione della storia e dei dettagli, piuttosto che ad aggiunte superflue e all’azione indiscriminata, avrebbero forse potuto aiutare Hellboy ad essere “il blockbuster prima degli Avengers” – con l’arrivo di Avengers: Endgame nelle sale tra meno di quindici giorni, il titolo di cinecomic del 2019 era pressoché già assegnato -, ma nella sua forma attuale, la ricetta della pellicola avrebbe bisogno di ulteriori revisioni.
Distribuito da M2 Pictures, Hellboy è nelle sale italiane dall’11 Aprile.
Laura Silvestri
InfoTitolo originale: Hellboy
Durata: 120'
Data di Uscita: 11 Aprile 2019
Regia: Neil Marshall
Con:
David Harbour, Milla Jovovich,
Ian McShane, Sasha Lane, Daniel Dae Kim
Distribuzione: M2 Pictures
Andrea Serrano, giovane scrittore squattrinato (Lorenzo Richelmy), riceve inaspettatamente una chiamata da Oscar Martello (Luca Barbareschi), un famoso produttore romano che vuole fare un film tratto dal suo libro. Inizierà per Andrea una serie di rocambolesche avventure nel mondo del cinema e della criminalità organizzata.
C’è un espressione, turn to to eleven, presa in prestito dal film This Is Spinal Tap del 1984, e significa portare le cose all’estremo, al massimo della loro potenza. Il film diretto da Fabio Resinaro, per la prima volta senza il sodale Fabio Guaglione, parte esattamente così sparando tutto al massimo. Dolceroma parte con il botto.
La solida regia di Fabio Resinaro, che conosce a memoria stilemi e cliché dei generi e li usa con perfetta cognizione di causa nei momenti in cui servono, e il serratissimo montaggio di Luciana Pandolfelli rendono Dolceroma un film realmente competitivo, capace di non sfigurare nello stile accanto ad altri prodotti internazionali come RocknRolla di Guy Ritchie oppure Kiss Kiss Bang Bang di Shane Black.
La promessa di intrattenimento puro che viene fatta nel trailer, il film la mantiene. Ci si riesce davvero a divertire con una messa in scena a tratti grottesca, ma efficace, e riusciranno a divertirsi persino i cinefili più restii, in un continua parodia dell’ambiente cinematografico.
Si avverte un calo fisiologico nella seconda parte, ma subitola pellicola torna in carreggiata con un finale esplosivo in senso proprio e figurato. La trama che corre tesissima per tutti i 105 minuti di durata è tratta dal romanzo del 2015 di Pino Corrosa Dormiremo Da Vecchi, ed proprio il fatto di essere tratta da un romanzo che rende compatta e coerente la struttura narrativa del film nonostante i numerosi cambi di tono. Senza una trama così densa di avvenimenti e così strutturata, sarebbe stato difficile rendere credibile un lungometraggio che spazia dalla parodia sociale al gangster movie con delle venature thriller, senza dimenticare spunti da commedia.
Lorenzo Richelmy si conferma uno degli attori più in ascesa del nostro cinema, ma il vero mattatore in questa pellicola è Luca Barbareschi, che interpreta un produttore ma è a sua volta produttore nella finzione cinematografica; il suo Oscar Martello è a metà tra Massimo Ferrero e Gianluca Vacchi.
Un’ultima nota positiva sta nel fatto che film di questo genere non vengano più considerati una coraggiosa eccezione nel panorama italiano ma comincino ad essere considerati la norma. Dolceroma non è l’unico che si serve di una narrativa esagerata eppure coerente: ne è un precedentel’opera del 2017 di Cosimo Gomez, Brutti e Cattivi, un ulteriore tassello in un cinema di genere che merita di essere alimentato in continuazione.
Dolceroma è dal 4 Aprile al cinema.
Anna Antenucci
InfoTitolo: Dolceroma
Durata: 105'
Data di uscita: 04 aprile 2019
Regia: Fabio Resinaro
Con:
Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi,
Claudia Gerini, Francesco Montanari
Distribuzione: 01 Distribution